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L’alcova d’acciaio: guerra e amori futuristi

Guillaume Apollinaire, poeta dell’amore e della guerra 

“ Le Valli Incantate” – “Le Terre Fantastiche”

D’Annunzio e il fascino arcano per l’Occulto William Hope Hodgson: l’orrore del mare e delle tenebre!  Le future apocalissi secondo l’interpretazione di Giuseppe Furnari
Il seducente fuoco delle eresie gnostiche e trinitarie Emilio Salgari, il cantore dei popoli oppressi in lotta contro il colonialismo Lo scudiscio di Apollo secondo Filippo Solito Margani
Imperialismo pagano, la resurrezione della Tradizione I pastori di Betlemme di Lope de Vega La Mail Art ha le sue radici nel Futurismo e nel Dadaismo
L’aeropoema del Golfo della Spezia Gabriello Chiabrera, poeta epico e tragico dalla “testa calda” Arte Postale: artisti del mondo sulle ali del francobollo

Pound e l’occulto, ovvero, le radici esoteriche dei Cantos

Fulvio Testi, poeta vittima degli intrighi dei potenti  

Atanasio e la lotta contro i seguaci di Ario

Giambattista  Niccolini

L’India e il Fascismo: Chandra Bose ammiratore di Mussolini

Giangiorgio  Trissino  

Marinetti, poeta d’assalto delle avanguardie italiane

Ulisse Barbieri  
Miscellanea  letteraria -- Un trattato contro la tirannide Pier Jacopo Martello  
  Giambattista  Giraldi  Cinzio  

 

Carlo Gozzi  
  Pietro Aretino  
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  Giovan Battista Andreini  
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  Ritratto di Postremo Vate, scrittore apocalittico  
  Ritratto di Postremo Vate, poeta gnostico  
 

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Guillaume Apollinaire, poeta dell’amore e della guerra 

 

Se c’è un poeta novecentesco che, anche nel nuovo millennio, continua a riscuotere un buon successo di lettori, questi è senz’altro il grande Guillaume Apollinaire (1880-1918).

Apollinaire non fu soltanto un grande poeta, geniale innovatore, dotato di una vasta cultura, teorizzatore di quella fusione tra le diverse forme di espressione artistica che conoscerà tanta fortuna nelle  avanguardie e nei movimenti letterari del primo Novecento, ma anche una personalità singolare, una sorta di mattatore e di gigione che, tra il 1900 e il 1918, dominò la scena letteraria parigina, divenendo punto di riferimento per molti poeti e artisti non solo francesi, ma anche italiani e stranieri, come Marinetti, Picasso, Soffici, Braque, Ungaretti, France, il che, ovviamente, ben dimostra quanto sia stata intensa e importante l’attività letteraria, culturale e giornalistica di questo intramontabile maestro della poesia.

Apollinaire nasce a Roma nel 1880 da un ufficiale italiano dell’ex-esercito borbonico e ad Angelica Kostrowitzky, un’aristocratica polacca. In seguito alla separazione dei genitori, il piccolo Apollinaire seguì la madre dapprima a Monaco e a Nizza, poi a Lione, e, infine, a Parigi, dove giunge nel 1889.

Sin da piccolo Apollinaire rivelò un temperamento fantasioso e sognante. Era dotato di una memoria prodigiosa e imparò subito a leggere e a scrivere. A dieci anni scriveva già versi alessandrini, con cui riempiva interi quadernetti, e a dodici si intrufolava tra gli scaffali più alti delle biblioteche alla ricerca dei “libri proibiti”, cioè quelli di contenuto erotico e scandaloso che erano stati messi all’Indice dalla Chiesa e dalla morale cattolica, e fu proprio in età adolescenziale che lesse il Decameron di Boccaccio, i Dialoghi e i Ragionamenti dell’Aretino, le Novelle erotiche del Casti, i romanzi pornografici del marchese De Sade, da cui trasse poi ispirazione per i suoi romanzi erotici.

A ventitre anni, dopo aver pubblicato articoli e racconti su alcuni periodici parigini (tra cui un giornale finanziario) che però lo pagavano male e non gli garantivano alcun impiego per il futuro, Apollinaire fondò la rivista letteraria Le Festin d’Esope, che uscirà per un anno, con i poeti Jarry e Geraldy come collaboratori. Ma alla fine del 1904 la rivista deve chiudere i battenti per mancanza di introiti. Però, nel frattempo aveva conosciuto Pablo Picasso e Max Jacob e aveva scritto il romanzo dal bizzarro titolo de Il mago putrescente.

Nel 1906 pubblicò due romanzi erotici: Le undicimila verghe e le Memorie di un giovane Don Giovanni, scritti di getto in quanto erano libri che si vendevano rapidamente e che assecondavano i gusti dei lettori dozzinali, ma che non si possono certo definire opere di grande letteratura.

Nel frattempo, Apollinaire, poeta sensuale e libidinoso e instancabile seduttore di donne, aveva intrapreso diverse relazioni, tutte brevi e burrascose: prima con Linda Molina, poi l’inglese Annie Playden, conosciuta durante il suo soggiorno nella Foresta Nera. Nel 1907 conobbe Marie Laurencin, con cui instaurò una relazione fatta di continue rotture e continue riappacificazioni, che proseguì sino al 1912.

Nel 1911 Apollinaire pubblicò il suo primo libro di poesie: Le Bestiarie ou le Cortège d’Orphée, che però non ottenne il successo editoriale tanto atteso. In quello stesso anno, il poeta si trovò anche invischiato nel furto della Gioconda. Apollinaire scoprì in casa di Géry Piéret, segretario del Club degli Indipendenti, alcune statuette rubate dal Louvre. Se ne impossessò e le fece restituire al Museo tramite il periodico Paris Journal, ma vi furono indiscrezioni, venne fatto il suo nome e la polizia arrestò il poeta, sospettandolo che fosse uno degli autori del furto del celebre quadro leonardesco. Restò in carcere per una settimana, alla Santé, dove si consolò scrivendo parecchie poesie. Liberato, ne uscì con un profondo scoramento e una bruciante delusione della giustizia borghese. Nel frattempo, aveva incominciato ad interessarsi di pittura, e in particolare del Cubismo, di cui divenne il critico ufficiale.

Nel 1913 Apollinaire si recò a Berlino per una conferenza sulla pittura cubista. Nello stesso anno fece stampare il celebre libro di versi dal titolo Alcool, i cui testi erano stati scritti subito dopo la pubblicazione del Bestiario.

Ma fu il 1914 uno degli anni più importanti della vita del poeta: infatti fu l’anno in cui conobbe Louise de Coligny-Chatillon, che fu il suo amore più grande, e quello che lo vide partecipare volontario, da fervente patriota qual era, alla Prima Guerra Mondiale. Sempre nello stesso anno iniziò a scrivere calligrammi, ovvero poesie le cui parole sono disposte in modo da formare un disegno, con le quali darà vita alla più celebre tra le sue raccolte poetiche.

Apollinaire fece  domanda per essere arruolato nell’esercito francese a partire dall’agosto del 1914, ma venne arruolato solo nel mese di dicembre, quando ormai le truppe tedesche assediavano Parigi. Tra i mesi di novembre 1914 e gennaio 1915, la sia passione per Lou giunse al culmine: la loro relazione fu carnale oltre misura, tutta sesso e fuoco, e le sensazioni provate da Apollinaire lasciarono nella sua poesia una traccia indelebile.

Ma Lou era una cacciatrice di uomini, una ingorda ninfomane la cui sfrenata libidine poteva essere placata soltanto da un coacervo di storie multiple con più uomini, ragion per cui il poeta era solo uno tra i suoi tanti amanti. E di quel poeta lussurioso ma squattrinato, Lou si stufò presto, tanto che nel marzo del 1915 si videro per l’ultima volta.

Nel frattempo il poeta aveva conosciuto, durante un viaggio in treno, la bella Madeleine Pagès, di cui si innamorò perdutamente. Frattanto aveva continuato a scrivere, sempre con maggior lena, le poesie che poi vennero pubblicate nella raccolta Calligrammi. Nell’autunno del 1915 si fidanzò con Madeleine. Poi, nominato tenente di artiglieria, venne inviato al fronte, in prima linea, dove fece esperienza diretta con tutti gli orrori della guerra, dalla situazione spaventosa delle trincee agli assalti alla baionetta. Nel 1916 venne gravemente ferito nel corso di una battaglia e subì la trapanazione del cranio. Rispedito a Parigi, Apollinaire dovette sottostare ad una lunga convalescenza. In quel periodo, però, riprese a frequentare i caffè letterari, a leggere romanzi e a scrivere poesie. Gli orrori della guerra lo cambiarono parecchio e gli fecero scemare anche la passione per Madeleine.

Nelle stesso anno, Apollinaire rivede il testo del romanzo Il Poeta assassinato, scritto prima della guerra, tra il 1912 e il 1913, e lo fa pubblicare. Si tratta di un’opera assai importante per Apollinaire, sia perché intrisa di elementi autobiografici, sia perché, nel personaggio protagonista del romanzo, il nobile Croniamantal, rappresenta in un certo qual modo una sorta di alter ego di Apollinaire. E infatti, egli, così lo descrive:

“Croniamantal era, in questo periodo, un bell’adolescente sottile e slanciato. Le ragazze, quando passava loro accanto alle feste paesane, facevano risatine e arrossivano, abbassando gli occhi sotto il suo sguardo. Lo spirito, abituato alle forme poetiche, concepiva l’amore come una conquista. Reminescenze di Boccaccia, la sua natura ardita, la sua educazione, tutto lo portava a osare…”

Difficile non intravedere, in questa descrizione del suo eroe romanzesco, un alter ego del poeta: ma così è per quasi tutta la produzione teatrale e narrativa di Apollinaire. I suoi personaggi sono tutte proiezioni del suo spirito, creature lacerate dal perenne dissidio tra carne e spirito, che si dibattono tra i lacci della realtà e che vivono inseguendo sogni spesso impossibili o sfavillanti chimere dietro alle quali si nascondono le delusioni più atroci.

Nel 1917 fece rappresentare il dramma satirico Le mammelle di Tiresia, che aveva scritto nei mesi della lunga convalescenza e che ottenne un  buon successo, in quanto opera mordace e graffiante, satura di sarcasmo e piena di doppi sensi.

Nel 1918 il poeta si ammalò di congestione polmonare e dovette trascorrere due mesi in ospedale. In quell’occasione conobbe la bella e procace Jacqueline Kolh: se ne innamorò e le fece una corte spietata. Alla fine, i due si fidanzarono e decisero di sposarsi quanto prima. Nel mese di aprile vennero pubblicati i Calligrammi e nel mese di maggio Apollinaire e Jacqueline si sposarono. Durante le  vacanze dell’estate, scrisse il dramma  Colore dei tempi e il libretto per melodramma Casanova. Ai primi di novembre fu colpito dalla terribile influenza spagnola, che fece milioni di morti in tutta Europa, e spirò il 9 di novembre, tra le braccia dell’amico poeta Giuseppe Ungaretti, che era giunto per annunciargli la fine della guerra e la vittoria delle potenze dell’Intesa.

Apollinaire fu smodato ed esagerato in ogni cosa, fu una forza della natura scatenata tanto in poesia quanto in amore, nella letteratura come nella vita. Fu tutto e il contrario di tutto, un vulcano di idee pieno di esuberanze e di contraddizioni, fautore di una poesia moderna e innovatrice, ma trasudante di elementi autobiografici e surreali, come canta nella poesia Zona, che apre la raccolta Alcool:

 

                                 Alla fine sei stanco di questo mondo antico

                                 Pastora o Tour Eiffel il gregge dei ponti bela stamattina

                                 Ne hai abbastanza di vivere nell’antichità greca e romana

                                 Qui persino le automobili hanno un’aria antica

                                 Solo la religione è rimasta nuova la religione

                                 È rimasta semplice come gli hangar di Port-Aviation.

   

Amò i classici ma fu uno sperimentalista e un convinto sostenitore di nuovi linguaggi poetici che comprendessero anche quelli propri delle arti figurative. Utilizzò sia la metrica classica francese sia il verso libero, e guardò con simpatia all’antitradizione militante del Futurismo italiano. Ruppe con la tradizione classica (come è possibile notare nei suoi Calligrammi) ma conservò una cultura tradizionalista decisamente notevole. Fu surrealista, postsimbolista, versiliberista, ma occorre dire che, a mio giudizio, tutte queste etichette gli vanno decisamente strette, perché Apollinaire fu sostanzialmente soltanto se stesso, animato da una passione travolgente e disordinata per la vita, le belle donne, l’arte e la poesia.

Infatti, non a caso, uno degli aspetti della personalità di Apollinaire che più affascina i suoi lettori e i suoi biografi, è appunto quello della sua vita caotica e dispersiva, sempre alla ricerca di nuovi amori e nuovi emozioni, caratterizzata da una tensione sperimentale continua nei confronti dell’espressività poetica e da una capacità non comune nel rapportarsi con le avanguardie e le novità artistiche della turbolenta epoca storica in cui visse.

A prima vista, Apollinaire può sembrare persino un grafomane: scrisse ideogrammi lirici e calligrammi,  racconti pornografici e romanzi surreali, sperimentò nuove tecniche di espressione poetica e si batté per un linguaggio artistico universale che racchiudesse al suo interno poesia, pittura, musica, teatro… Fu drammaturgo satirico e romanziere erotico, novelliere e critico d’arte, poeta lascivo e poeta bellico: insomma, un vero artista completo che espresse in poesia tutte le contraddizioni che attraversavano la società europea del primo Novecento.

Tra le sue caratteristiche, come uomo e come poeta, spiccano però, soprattutto, l’essere passionale e fantasioso oltre misura, autore di poesie strapiene di immagini e di raffigurazioni bizzarre, come in questa strofa della poesia intitolata L’eremita, anche questa inserita nella celebre raccolta Alcool:

 

                        Città ho riso dei tuoi palazzi simili a tartufi          

                        Bianchi dal suolo scavato di radure azzurre

                        Ora se ne vanno i miei desideri tutti lemme lemme

                        La mia pia emicrania ha coperto la sua cuffia.

 

Di fantasia, Apollinaire, ne aveva a bizzeffe: inventava sempre nuove opere, e spesso non riusciva a portare a termine quelle iniziate, perché altre le si accalcavano vorticose nella mente. La sua era una fantasia vulcanica, che non gli dava requie neppure quando dormiva, tanto che, più volte, il poeta confessò che, in sogno, aveva incontrato personaggi e vissuto vicende che aveva poi immortalato nei suoi romanzi e nei suoi racconti. Anche quando passeggiava e anche quando leggeva, la fantasia inesauribile di Apollinaire seguitava a immaginare nuove opere e a concepire trame di nuovi scritti.

Egli visse in maniera smodatamente passionale, sempre attratto da nuovi amori, sempre affascinato da nuove forme di espressione artistica, sempre ingordo di libri e di nuove letture, sempre smanioso di viaggi e di nuovi incontri.

Di fronte ad una bella donna dallo sguardo ammaliante e dall’indole civettuola e sensuale, il poeta non sapeva dire di no, così come non sapeva dire di no di fronte ad una bella tavola imbandita o ad una grande libreria colma dei più disparati volumi. In sostanza, Apollinaire era esagerato in tutto. Era un uomo sensuale e immaginoso, che mescolava in un tutto inscindibile arte, amori, vita mondana, viaggi, esperienze culturali. Quando si innamorava, inondava letteralmente le sue donne di versi e di lettere appassionate, ma se poi usciva a cena con gli amici poeti e pittori non si faceva scrupoli nell’andare a trascorrere il dopocena in qualche bordello, magari celebre per le sue “donne ad ore” mulatte, indocinesi, algerine o, comunque, esotiche, delle quali, dopo aver conosciuto carnalmente i corpi, scriveva versi sensuali e libertini come questi, tratti dalla lirica Alla parte più graziosa, tratta dalla raccolta postuma Poesie per Lou:

 

                                        O graziosa e callipigia

                                        Tutti i culi del mondo sono niente

                                        Il tuo è davvero uno schianto

                                        Dea dalle colline d’argento

 

                                        D’argento cioè di crema

                                        E foglie di rosa anche

                                        Perciò gran bel sedere io t’amo

                                        E la tua grazia è il mio unico tormento

 

La curiosità culturale e la vivacità intellettuale di Apollinaire erano tumultuose come la sua passionalità amatoria e la sua voracità culinaria: quando usciva a passeggio per Parigi, difficilmente rientrava a casa senza essersi fermato in qualche libreria o presso le bancarelle dei rigattieri per acquistare qualche libro che cercava da tempo. E non solo amava i classici della tradizione letteraria francese, i grandi romanzieri russi, gli scrittori americani o i classici della tradizione greca e latina, ma era anche un appassionato estimatore dei libri cosiddetti “proibiti”, e in particolare di scrittori e poeti italiani come Giovanni Boccaccio, Luigi Pulci, Pietro Aretino, Niccolò Franco, Domenico Tempio, Gianbattista Marino, Giorgio Baffo, Gianbattista Casti, Giacomo Casanova, di cui ebbe modo di leggere parecchie opere direttamente in lingua italiana, che amava e che conosceva piuttosto bene. E, infatti, a molti di questi scrittori dedicò efficaci e magistrali ritratti pubblicati in volume nel libro intitolato Diavoli in amore.

Anche gli anni finali della vita di Apollinaire furono contrassegnata da un’altra delle sue smodate passioni: l’amor di patria.

Apollinaire fu francese dalla punta dei capelli alla punta dei piedi, e anche se amava l’Italia e aveva una vocazione culturale e artistica di tipo decisamente “europeo”, fu un focoso patriota e, a tratti, anche un fervente sciovinista.

Per esempio, per quanto riguarda la Francia e le sue colonie, egli fu sempre un fiero sostenitore della politica coloniale francese, in quanto intendeva questa come “missione civilizzatrice” che la Francia monarchica prima e repubblicana poi elargiva ai popoli dell’Africa e dell’Asia, portando barlumi di civiltà in mezzo a mari di tenebre.

Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, Apollinaire non ci pensò su due volte a correre ad arruolarsi e ad andare a combattere per la Grande Madre Francia contro l’onnipresente minaccia germanica: presentò domanda di arruolamento con insistenza e smaniò per parecchi mesi, pieno di impazienza, in quanto la sua domanda come soldato volontario (presentata in data 10 agosto 1914) si perse nei meandri burocratici e il poeta non venne subito chiamato in caserma. Dovette aspettare sino al 2 dicembre, quando venne destinato al 38mo Reggimento Artiglieri di Nimes. E anche in questo si vede quanta passione Apollinaire mettesse in tutte le cose che faceva, dall’amore alla guerra, dalla poesia ai viaggi.

E, nel frattempo, scriveva, scriveva, scriveva come un forsennato, in versi e in prose, poesie e lettere, saggi e racconti, calligrammi e romanzi brevi, sognando quella gloria letteraria con cui la Francia aveva incoronato nel corso dei secoli i suoi maggiori poeti e scrittori. Una gloria che, in parte, gli fu riconosciuta quando era ancora in vita, soprattutto dai suoi amici pittori e giornalisti, ma che gli venne tributata, in particolare, dopo la sua precoce scomparsa ad opera della terribile epidemia di influenza detta “Spagnola” che, sul finire del primo grande conflitto mondiale, flagellò spietata l’intera Europa occidentale provocando milioni di morti.

Oggi, di Apollinaire, si possono leggere molte opere in buone traduzioni italiane.

Le undicimila verghe sono reperibili nella collana “Acquarelli” pubblicata dalla casa editrice fiorentina Giunti. È un romanzo d’ispirazione badiana dove lussuria e violenza, sesso sfrenato e perversione crudele, si fondono mirabilmente, dando vita ad un’opera “proibita” decisamente originale.

Diavoli in amore, pubblicato dalla casa editrice milanese Sugarco, è un libro che contiene una serie di ritratti di scrittori licenziosi, le cui opere erano state messe all’Indice dalla Chiesa cattolica. Giovanni Boccaccio, Pietro Aretino, il marchese De Sade, Giorgio Baffo, Crebillon, sono soltanto alcuni dei numerosi scrittori erotici di cui Apollinaire, con la sua penna vivace e graffiante, ci fornisce sintesi e ritratti da cui emerge vigorosa la loro personalità e la peculiarità delle loro opere.

Per quanto riguarda le opere teatrali di Apollinaire, la casa editrice torinese Einaudi, nella sua celebre collana di testi teatrali, ha pubblicato i drammi Le mammelle di Tiresia e Colore dei Tempi. Si tratta di testi satirici, in versi, in cui il poeta, prendendo spunto dalla mitologia e dall’esotismo, deride il femminismo ed esalta l’autosufficienza del maschio (nel primo dramma), oppure denuncia l’inevitabile fine della nostra civiltà, volta all’autodistruzione ad opera della sua smodata brama di progresso tecnologico e di ricchezza immediata (nel secondo).

Per quanto riguarda le raccolte di versi, è molto importante il volume edito nella collana “Oscar Mondadori” della omonima casa editrice, intitolato Alcool. Calligrammi, curato da Sergio Zoppi.  È un libro che contiene le due principali raccolte poetiche di Apollinaire. Importantissima la seconda, Calligrammi, costituita da ideogrammi lirici e da bizzarri testi di poesia visiva i cui versi sono disposti in modo tale da formare figure e disegni. Un testo che ebbe una importanza capitale per la poesia d’avanguardia di tutto il primo Novecento, a cui fecero riferimento soprattutto i poeti dadaisti e futuristi.

Anche la casa editrice Newton Compton, di Roma, ha pubblicato due sillogi: le Poesie (volume contenente un’ampia scelta tratta dall’intera Opera poetica di Apollinaire) e le Poesie d’amore (raccolta caratterizzata prevalentemente da liriche e calligrammi dedicati a Lou e a Madeleine, i due più grandi amori del poeta).

Leggere attentamente Apollinaire significa penetrare nel profondo della crisi di valori e di ideali, di identità e di società che ha tormentato  gl’intellettuali e gli artisti del secolo scorso e che ha ancora delle vaste ripercussioni nel nostro presente.

Una crisi ideale e spirituale nella quale siamo ancora immersi, ragion per cui, la lettura di questo grande poeta francese risulta davvero d’obbligo!

 

Fabrizio Legger





William Hope Hodgson: l’orrore del mare e delle tenebre! 

 

La narrativa fantastica in lingua inglese, sviluppatasi soprattutto a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio del Novecento, ha nella figura poliedrica e geniale di William Hope Hodgson uno dei suoi scrittori più rappresentativi. Peccato, però, che sia uno scrittore ancora sconosciuto al pubblico medio dei lettori (mentre invece il suo nome è ben noto a tutti gli appassionati di questo genere di letteratura) e che i suoi romanzi e i suoi racconti non abbiano avuto quella diffusione editoriale che invece meriterebbero.

D’altronde, lo stesso Howard Phillips Lovecraft, altro grande titano della letteratura fantastica di inizio Novecento e buon conoscitore, nonché estimatore, delle opere di Hodgson, ebbe a scrivere di essere assai rattristato in quanto le opere di Hodgson fossero “conosciute assai meno di quanto invece meriterebbero”.

In ogni caso, spero che questo mio scritto possa servire per far conoscere almeno nelle sue linee essenziali la produzione letteraria di questo geniale scrittore e, me lo auguro, indurre un buon numero dei miei lettori a diventare anche lettori delle sue affascinanti opere.

William Hope Hodgson nacque il 15 novembre 1877 a Blackmore End, nei pressi di Finchfield, nell’Essex. Suo padre era un pastore della Chiesa anglicana, uomo austero e intransigente, molto radicale nell’interpretazione della Bibbia, e le sue prediche estremamente critiche nei confronti delle gerarchie anglicane lo misero spesso in contrasto con i suoi superiori.

Ma il temperamento del reverendo Hodgson lo metteva in urto anche con i suoi parrocchiani, tanto che, in ventuno anni di attività predicatoria, cambiò ben undici parrocchie.

William era il secondo di dodici figli. Il primo educatore che ebbe fu suo padre. Imparò a leggere prestissimo, a soli quattro anni, e mostrò sin dalla più tenera età un’inclinazione irrefrenabile per la lettura. Andava continuamente in cerca di libri di mitologia e di fiabe, di racconti e leggende popolari, mostrando sin dall’adolescenza un’attrazione smisurata per le storie di diavoli e di fantasmi, di spettri e di folletti, di draghi e di antichi eroi. Ma il padre di William non tollerava certe letture: pretendeva che il ragazzo s’impegnasse solo con i testi biblici e con i commenti esegetici, oppure con volumi sulla storia antica di Israele, suscitando in tal modo l’avversione del ragazzo per un tal genere di letture.

Quando William compì tredici anni, il reverendo Hodgson lo mandò in collegio a studiare, ma il ragazzo ci rimase solo un anno, in quanto nel 1891 il padre morì per un tumore alla gola, e quindi la madre fu costretta a ritirare il figlio dalla scuola.

La famiglia Hodgson era numerosa, e senza lo stipendio del padre le condizioni economiche diventarono estremamente difficili. Così, la vedova Hodgson fu costretta ad inviare a lavorare il figlio primogenito e William: il primo fu inviato in miniera, il secondo fu inviato a Liverpool, dove fu imbarcato come mozzo su un veliero mercantile che compiva traversate oceaniche.

La vita a bordo della nave era dura, faticosa e difficile: il Secondo Ufficiale prese in antipatia il giovane mozzo, a causa del suo carattere ruvido e ribelle, e lo angariò con punizioni di ogni sorta, finché Hodgson si ribellò.

I due vennero alle mani e si scazzottarono di santa ragione, ma William era poco più di un ragazzo, mentre l’ufficiale era un marinaio grande e grosso, robusto come un tricheco, ragion per cui gli rifilò un sacco di botte e poi, per punizione perché si era ribellato, lo fece ferocemente fustigare.

Quella brutta esperienza fece scattare in Hodgson una molla interiore: decise che si sarebbe procurato un fisico così forte, tanto che nessuno avrebbe più potuto picchiarlo. Si sottopose così per anni a lunghi e faticosi esercizi fisici, per temprare il corpo e lo spirito, ma, al tempo stesso, si dedicò con passione forsennata agli studi anatomici e in particolare allo studio dell’interazione dei muscoli. In poco tempo, i suoi duri allenamenti svilupparono il suo gracile fisico e lo trasformarono in un uomo forte e muscoloso, pronto non solo a sopportare ogni genere di fatica, ma anche a confrontarsi con qualunque avversario gli avesse sbarrato la strada.

Hodgson lavorò su navi che percorse il globo in lungo e in largo per ben otto anni, partendo dalla mansione di mozzo e giungendo infine al grado di Terzo Ufficiale. Viaggiò nell’Atlantico, nel Pacifico e nell’Indiano, dalla Groenlandia alla Nuova Zelanda, dall’Argentina al Sudafrica, dalla Malesia al Messico, facendo un’incredibile esperienza di vita, di viaggi e di avventure.

Durante un viaggio nel Mar della Cina, il veliero sul quale viaggiava fu attaccato da una nave pirata, e Hodgson, alla testa dei suoi marinai, respinse l’attacco, procurando gravi perdite ai crudeli nemici. Al largo delle coste della Nuova Zelanda, invece, si gettò in un tratto di mare infestato da feroci squali per salvare il Primo Ufficiale della sua nave, il quale era caduto in acqua, aveva battuto il capo e, avendo perso conoscenza, rischiava di annegare. Hodgson, con incredibile sangue freddo, si gettò in mezzo agli squali, recuperò l’ufficiale e risalì a bordo della nave senza che nessuno squalo lo azzannasse.

Per questi e altri episodi eccezionali di cui si rese protagonista fu insignito dalla Royal Human Society della Medaglia d’oro per Atti di Eroismo.

Nei lunghi anni trascorsi a bordo delle navi oceaniche, Hodgson, per trascorrere il tempo, oltre a leggere, si dedicò anche alla fotografia. In particolare, fotografò cicloni e trombe d’aria, uragani e tifoni, fenomeni atmosferici nei mari australi e paesaggi da brivido nei mari settentrionali, accumulando negli anni una mole enorme di interessante materiale fotografico.

Dopo otto anni di dura vita marinaresca si stancò di girovagare per gli oceani. Fece dunque ritorno a Blackburn, all’età di ventidue anni, e per vivere aprì una palestra di cultura fisica, facendo l’istruttore e avendo, come allievi, soprattutto poliziotti e pompieri. Contemporaneamente, iniziò a fare conferenze a pagamento di fotografia e di viaggio, nelle quali mostrava e commentava le foto che aveva scattato nei lunghi anni di peregrinazioni per i mari di tutto il globo, e ogni conferenza era seguita da un gran numero di persone desiderose di sentir raccontare le avventure del “Capitano Hodgson”, come molti, affettuosamente, lo chiamavano.

Ma negli otto anni passati a bordo delle navi, oltre a leggere di tutto, da Shakespeare a Hugo, da Poe a Goethe, da Stevenson a Defoe, da Swift a Marlowe, il vulcanico Hodgson non tralasciò il suo amore per le storie fantastiche, prendendo appunti su mari, paesi, credenze, usanze e costumi dei popoli che visitava, ma, soprattutto, annotando sui suoi numerosi taccuini tutte le esperienze marinaresche di cui era stato protagonista e tutte le leggende che venivano raccontate dalle variegate ciurme di marinai che lavoravano a bordo delle navi.

Nel 1903, iniziò a scrivere articoli di cultura fisica e di fotografia che fece pubblicare sul giornale Blackburn Weekly Telegraph, ma che gli vennero pagati assai poco.

Decise allora di dedicarsi alla narrativa fantastica e scrisse il racconto La Dea della Morte, ispirandosi alla statua di una divinità indù collocata in mezzo al laghetto del parco pubblico di Blackburn. Il racconto venne pubblicato nel 1904 sulla rivista Royal Magazine, piacque molto, e così Hodgson fu invogliato a continuare a scrivere.

Scrisse e fece pubblicare un secondo racconto, intitolato Un orrore tropicale, che piacque ancora più del primo, e non solo gli fu pagato, ma ottenne anche il consenso di J. Greenhough Smith, celebre editore e critico letterario dell’epoca.

Lusingato da tale successo, Hodgson commise l’errore di chiudere la palestra e di dedicarsi interamente all’attività letteraria, baldanzoso com’era di riuscire a vivere soltanto con i proventi della sua attività di scrittore. Sbagliò in pieno, in quanto, dopo un primo momento iniziale di successo, si accorse che i proventi che gli giungevano dalle pubblicazioni dai suoi libri di narrativa fantastica non gli erano sufficienti per vivere decorosamente, e quindi fu costretto a ripiegare su un’attività spasmodica di autore di racconti gialli e polizieschi che erano quelli più richiesti dagli editori.

In ogni caso, per quanto riguarda la Letteratura fantastica, Hodgson fu un vero maestro in questo genere di narrativa, soprattutto per ciò che concerne i racconti di ambiente marinaresco.

Fu infatti dal mare che Hodgson trasse la maggior fonte di ispirazione per la sua narrativa, e in particolare dal Mar dei Sargassi, un mare che egli aveva visitato più volte e che gli era apparso spettrale, inquietante, terribile, come se fosse infestato da antiche divinità malefiche e infernali.

Nel volgere di pochi anni, tra il 1904 e il 1907, Hodgson scrisse racconti eccezionali, pieni di fantasie macabre, caratterizzati da atmosfere raccapriccianti, pieni di elementi lugubri e spettrali, come Il Mostro, La bestia orribile, Il Mar dei Sargassi, La Voce nella Notte, solo per citarne alcuni tra i molti. Questi racconti, prima di essere raccolti in volume, vennero quasi tutti pubblicati su periodici e riviste.

La Voce nella Notte e Il Mar dei Sargassi, che sono due tra i più terrificanti racconti hodgsoniani, vennero pubblicati anche sulla rivista letteraria statunitense The Blue Book: gli resero un bel po’ di soldi e contribuirono a far conoscere la sua narrativa fantastica al pubblico americano, che mostrò di apprezzarla per quel che valeva. E si tratta di una narrativa che sa essere agghiacciante e ricca di atmosfere macabre, come nel citato racconto Il Mar dei Sargassi, dove un titanico mostro abissale aggredisce la nave che si era incautamente avventurata in quelle infide acque:

“Giù dal basso, l’acqua veniva mossa fino a spumeggiare, e tre o quattro tentacoli si alzarono in aria per poi finire addosso a noi. Un tentacolo afferrò il Nostromo alzandolo come un bambino. Due coltelli brillarono, e l’uomo cadde sul ponte da un’altezza di dodici piedi insieme ad una porzione tagliata del tentacolo. Io avevo ricaricato l’arma, e corsi in avanti lungo il ponte per non essere afferrato dai tentacoli che flagellavano come fruste la ringhiera e l’impiantito. Sparai ancora nel corpo del mostro, e poi ancora. Al secondo sparo tutti i feroci movimenti della creatura cessarono e con un guizzo, senza ulteriori conseguenze per i tentacoli che gli erano rimasti, affondò sotto l’acqua e non la vedemmo più.”

Nel 1907, Hodgson scrisse e fece pubblicare il suo primo romanzo, intitolato L’equipaggio del Glen Carrig. Si tratta di un’opera terrificante, in cui l’Autore immagina che una nave, il Glen Carrig appunto, naufraghi su un’isola deserta sperduta in mezzo all’oceano e non segnata su nessuna carta geografica. L’equipaggio della nave, sbarcato sull’isola, scopre a sue spese che l’isola non è deserta, ma, al contrario, abitata da orde di mostri spaventosi che lo assediano e ne fanno strage. Il romanzo ebbe lodi e riconoscimenti più che favorevoli, in particolare dal celebre periodico  Daily Telegraph. Ma, nonostante i successi della critica, il romanzo non vendette che poche centinaia di copie, fruttando al suo Autore scarsi proventi, ragion per cui lo scrittore si vide costretto ad impegnarsi subito nella stesura di un nuovo romanzo.

Nel frattempo, Hodgson aveva scoperto la narrativa fantastica di Lovecraft, Howard e Shiel, ma fu soprattutto il primo di tali scrittori ad influenzare e ad ispirare gran parte della sua produzione di narrativa orrorifica.

Nel 1908 scrisse e fece pubblicare La casa sull’abisso, romanzo che molti critici considerano uno dei capolavori di Hodgson. Narra la fosca e terrificante vicenda di una lugubre casa irlandese, situata a poca distanza da un profondo e oscuro baratro, da cui, di notte, escono mostruosi demoni simili ad ominidi suini, i quali la assediano, costringendo il suo abitatore ad una dura e lunga lotta per la sopravvivenza, continuamente minacciato dalle oscure forze che fuoriescono dall’abisso.

Il romanzo fu accolto dal pubblico con un discreto successo: si vendettero alcune centinaia di copie e Hodgson incassò un po’ di soldi, ma, ovviamente, ancora non bastava. Fu così che lo scrittore ideò e scrisse un nuovo romanzo di ambiente marinaresco, intitolato I Pirati Fantasma, in cui racconta l’ultimo viaggio di una nave stregata che, vittima di una terribile maledizione, si perde nelle immensità dell’oceano e il suo equipaggio viene assediato da spaventosi mostri acquatici che ne fanno strage.

Si tratta di un romanzo davvero macabro, sul quale incombe un’atmosfera di palpabile terrore senza fine. Il mare diventa il ricettacolo per eccellenza di terrificanti mostri infernali e la corsa della nave maledetta verso una fine tragica, sembra quella dell’uomo, balestrato dal destino in mondo arcano e pieno di insidie, costantemente assediato da forze oscure che rischiano di trascinarlo verso la catastrofe totale.

Una fine terrificante e inesorabile, che ben risuona nelle parole raggelanti del Primo Ufficiale, Jessop Adams:

“Io non penso. Io so. Nessuno di noi pensa. È un fatto innegabile. La gente parla di cose strane che avvengono in mare, ma questa cosa non è una di quelle. Questo è un fatto reale. Tutti voi avete visto cose strane, forse più di quante ne abbia viste io. Dipende. Ma non vengono scritte sul giornale di bordo. Questo genere di cose non viene mai scritto. Anche questa storia non sarà scritta: almeno, non come è realmente accaduta.”

Il libro ottenne un grande successo di critica, ma non esaltò più di tanto il pubblico britannico: le copie vendute non superarono il migliaio e Hodgson, deluso e amareggiato, decise di accantonare la letteratura fantastica per dedicarsi al giallo e al poliziesco, in quanto aveva bisogno di soldi per vivere e doveva quindi scrivere libri che incontrassero il favore del pubblico.

Si mise a leggere con attenzione Poe e Conan Doyle e poi iniziò a scrivere racconti gialli, che piacquero molto al pubblico ma che, letterariamente, non hanno un grande valore, in quanto è chiaro che il genere ad Hodgson piaceva poco e che li scriveva esclusivamente per venderli e tirare su qualche denaro.

Poi, gli venne in mente la brillante idea di fondere il genere giallo con quello fantastico e di inventare un personaggio che fosse al tempo stesso un detective e uno studioso di occultismo, avvezzo a misurarsi con delitti inspiegabili che si scoprivano, poi, avere origini soprannaturali o legati al mondo della magia e dei culti satanici.

Inventò così il personaggio di Carnacki, che definì “investigatore dell’occulto”, una sorta di “detective psichico”, dotato di facoltà paranormali e  in grado di lottare contro fantasmi, demoni, spettri e altre misteriose entità soprannaturali.

Iniziò con lo scrivere, nel 1909, La Strada per il Mostro, che venne pubblicato nel 1910, su una rivista. Il racconto piacque molto, il personaggio di Carnacki ebbe fortuna, e per un triennio, dal 1910 al 1912, Hodgson non sfornò altro che racconti dedicati a questo personaggio, che vennero poi tutti pubblicati in volume, nel 1913, con il titolo: Carnacki, il cacciatore di fantasmi.

In quello stesso periodo in cui si dedicava a Carnacki, avvennero nella vita di Hodgson due avvenimenti importantissimi: si sposò e scrisse il suo capolavoro.

Nel 1909, nella redazione del periodico  Home Notes, Hodgson aveva conosciuto la bella Betty Farnworth. Se ne innamorò subito, perdutamente, ed iniziò a farle una corte spietata, finché la ragazza, affascinata dal suo fisico atletico, dalla sua vasta cultura e dal suo essere uno scrittore, se ne innamorò e accondiscese a sposarlo.

William e Betty si sposarono nel 1911, lo stesso anno in cui lo scrittore compose il suo capolavoro: La Terra dell’Eterna Notte, un romanzo macabro di oltre cinquecento pagine, ambientato in un lontanissimo futuro, in cui il sole si è spento e la galassia è immersa nelle tenebre più gelide. Tutta la Terra è precipitata nell’oscurità, giganteschi e terrificanti mostri sono nati dalle tenebre e hanno dato avvio allo sterminio dell’umanità. I sopravissuti si sono rifugiati sotto terra, dove hanno costruito città alimentate dalla corrente tellurica, ma restano assediati dai mostri giganti che dominano la superficie. Il protagonista del romanzo è un giovane che sogna una bellissima donna che gli chiede aiuto e che, quindi, decide di lasciare la città sotterranea e avventurarsi nel pericoloso mondo delle tenebre eterne per mettersi alla ricerca di quella sua onirica innamorata.

Questo libro, comunemente riconosciuto dalla critica e dai lettori come il capolavoro di Hodgson, fu definito da Lovecraft “una delle opere più potenti di immaginazione macabra mai scritte”, mentre la celebre rivista Country Life, recensendolo, scrisse che era un “romanzo di notevole immaginazione e di originalità sorprendente”.

Il libro fu pubblicato a Londra, dalla casa editrice Holden and Hardingham, nel 1912: ottenne, come al solito, un buon successo di critica, ma al suo Autore fruttò soltanto poche centinaia di sterline.

Hodgson è uno di quegli scrittori che, per un caso bizzarro del destino, ottenne più consensi dalla critica letteraria che non dal popolo dei lettori. I suoi libri non vendevano mia più di un migliaio di copie l’uno, il che, per uno scrittore che ha deciso di fare di questa attività la sua professione, significa assai scarsi guadagni, cioè, al limite della sopravvivenza. In compenso, i critici letterari e le testate giornalistiche, recensirono e pubblicizzarono sempre con grande enfasi ogni suo libro: ma Hodgson, dopo un primo momento di ubriacatura iniziale di gloria e successo, si accorse presto che gli elogi della critica, per uno scrittore professionista, servono ben poco. Infatti, quello che conta veramente, è vendere migliaia di copie e guadagnare tanti soldi, riuscendo a far piacere al pubblico il genere che piace allo scrittore.

Con Hodgson, invece, questo non accadde: le sue opere piacevano tanto ai critici e poco ai lettori, e così lo scrittore fu costretto a impelagarsi nella scrittura di racconti e romanzi polizieschi che non gli piacevano per niente, pur di racimolare i denari necessari per arrivare alla fine del mese.

Nei primi mesi del 1914, fece pubblicare la raccolta di racconti brevi dal titolo Uomini dei Mari Profondi, con i quali ritornò alla narrativa di ambiente marinaro e ai cupi racconti dedicati agli orrori del Mar dei Sargassi.

Poi, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto in quello stesso anno, da buon patriota qual era decise di arruolarsi per difendere il suo paese da pericolo germanico. Nonostante la diletta moglie Betty fosse decisamente contraria alla sua partenza per il fronte, Hodgson, dopo essere stato scartato dalla Regia Marina di Sua Maestà Britannica (nella quale voleva prestare servizio vantando il suo grado di Terzo Ufficiale), venne invece arruolato come Luogotenente nella Reale Artiglieria.

Tra le lacrime della moglie, disperata in quanto presentiva che da quella avventura bellica il marito non sarebbe uscito vivo, Hodgson partì per il fronte francese, dove, insieme al suo Reggimento, fu impegnato in letali e devastanti combattimenti.

Ma anche al fronte, nei lunghi momenti di pausa della guerra di trincea, continuava a scrivere racconti, poesie e a prendere appunti per nuovi futuri romanzi, facendo anche schizzi e disegni raffiguranti i campi di battaglia, le città bombardate e le migliaia di morti lasciati marcire sul terreno.

Nel 1916, durante una carica, fu disarcionato dal cavallo: cadde al suolo e batté la faccia, slogandosi la mascella e ferendosi alla testa. Rimpatriato, gli fu concesso un anno di riposo per le ferite riportate, e lo scrittore approfittò di quella lunga convalescenza per scrivere e far pubblicare un nuovo volume di racconti fantastici, intitolato Il Destino del Forte.

Nel 1917 scrisse e diede alle stampe un nuovo volume di racconti, in gran parte di ambiente bellico e di argomento fanta-guerresco, che intitolò Il Comandante Gault.

Poi, nonostante il totale disaccordo con la giovane moglie, ripresentò domanda per essere reintegrato nell’esercito e tornare al fronte. Così, fu nuovamente arruolato, verso la fine del 1917 e, nel gennaio 1918, venne inviato ancora sul fronte francese.

In quei mesi terribili, gli ultimi della Grande Guerra, in cui i combattimenti si facevano più disperati e più terribili, Hodgson scrisse alla moglie e alla madre accorate lettere in cui raccontava gli orrori dei campi di battaglia e le devastazioni apocalittiche provocate dalla guerra. Ma compì anche gesta eroiche: alla guida del suo plotone respinse un formidabile attacco germanico e sostenne una eroica azione di retroguardia, mentre le truppe tedesche bersagliavano lui e i suoi uomini con una pioggia incessante di colpi di mortaio e raffiche di mitragliatrici.

Il 19 aprile 1918, all’età di soli 40 anni, nei pressi di Ypres, durante un attacco tedesco, rimase ucciso sotto un bombardamento, colpito da una scheggia di granata.

Le sue spoglie furono riportate in patria e inumate con tutti gli onori militari.

Nel 1920 gli editori Selwyn and Blount pubblicaro postumi i due libri di poesie che Hodgson aveva lasciato manoscritti: e cioè Il Richiamo del Mare e La Voce dell’Oceano, in cui sono contenuti testi affascinanti, nei quali si canta il terrore che invade il marinaio durante le grandi traversate oceaniche, la potenza degli uragani che sconvolgono le superfici dei mari, i pericoli oscuri che si nascondono nel fondo delle imperscrutabili profondità marine, la morte imminente che attende implacabile ogni uomo che osi avventurarsi fuori del proprio guscio, compresa la propria, quella dello scrittore William Hope Hodgson, che in alcuni versi estremamente drammatici, egli così descrisse:

 

                                  “Sto morendo, e il mio lavoro mi è davanti

                                  come una matita spezzata da un coltello.

                                  Così mi ha spezzato il filo crudele

                                  del pensiero dalla lama affilata, che foggiò la mia vita,

                                  e che mi rese pronto e avido di parlare davanti a Te.

                                  Ed ora muoio, preparato da tanto cantare.”

 

Ma  nonostante molte poesie avvincenti, piene di pathos tragico e caratterizzate da fosche atmosfere di tregenda, dove gl’incubi più raccapriccianti ardiscono prendere spaventevoli forme, il meglio della produzione letteraria di Hodgson è indubbiamente costituito dalle sue prose di argomento fantastico.

William Hope Hodgson fu un uomo eccezionale. Dotato di una fantasia prodigiosa e di una versatilità incredibile, non volle negarsi a nessun genere di esperienza: fu marinaio e ufficiale di marina, poeta e fotografo, scrittore di narrativa e cultore di lotta e di pugilato, ciclista e conferenziere, giornalista e soldato. E tutto questo, in soli quarant’anni di vita!

Se avesse avuto la fortuna di vivere più a lungo, chissà quante altre opere immaginose, macabre e fantastiche, sarebbero uscite dalla sua instancabile penna.

Ma la sua opera letteraria è comunque vasta e complessa, sufficiente per collocarlo nell’olimpo dei maggiori scrittori di letteratura fantastica mondiale.

Il mare con i suoi misteriosi orrori e la tenebra con i suoi lugubri misteri, furono i due poli attraverso i quali altalenò tutta la narrativa di Hodgson, anche se, occorre rilevarlo, fu l’orrore del mare il motivo di principale ispirazione dei suoi racconti e dei suoi romanzi.

Il mare, per Hodgson, è simile ad un mondo immenso, assai più vasto di quello terrestre, che racchiude nel suo grembo orrori innominabili, potenze malefiche e entità infernali pronte ad insidiare e a ghermire gl’incauti e temerari umani che osano fenderne la superficie con le loro ridicole imbarcazioni.

Di fronte ai giganteschi mostri degli abissi, di fronte ai tifoni e agli uragani di incontrastabile potenza, di fronte agli spettri infernali che infestano le acque di interi mari, gli esseri umani possono ben poco: ma la loro tenacia, la loro grinta, la loro determinazione, in molti casi, possono risultare elementi fondamentali per superare le minacce che giungono dalle ignote profondità degli abissi.

Per Hodgson il mare è fonte di una vita misteriosa e ostile, e può diventare anche la cupa culla di una liquida morte che inghiotte e fa sparire chi osa avventurarsi tra i suoi flutti gravidi di antichissimi misteri.

Il mare hodgsoniano è un luogo di sfida, di lotta, di morte, ma è anche un ambiente duro e pericoloso che tempra l’uomo, lo rende forte e avvezzo a scontrarsi con le arcane potenze abissali che  ne minacciano l’esistenza, e il marinaio, che del mare è conoscitore per eccellenza, è la figura che è più congeniale ad Hodgson (anche per motivi strettamente biografici, legati alle lunghe navigazioni oceaniche della sua irrequieta giovinezza) per le sue originali avventure di mare e di vita marinaresca.

Lo stesso  discorso di arcani viaggi pieni di pericoli e di estenuanti ed impari lotte che pure temprano e corroborano lo spirito umano,  vale per chi si azzarda ad avventurarsi nel cuore delle tenebre di un mondo senza più sole, dove regnano mostri giganteschi e inimmaginabili, come accade al giovane protagonista de La Terra dell’Eterna Notte: di fronte alla forza bruta e alla ferocia dei mostri e delle creature da incubo che incontra sul suo cammino, il giovane avventuriero ha armi ben poco efficaci da contrapporre loro.

Ma la sua determinazione nel voler raggiungere ad ogni costo la meta prefissata, la sua volontà nel non arrischiarsi a tornare indietro, la sua ostinazione nel sopportare ogni privazione, pericolo o disagio pur di raggiungere la donna incantevole vista nel sogno, fanno sì che egli superi, sebbene con fatica e con un rischio continuo, tutte le spaventose minacce e i raccapriccianti pericoli di cui è gravida la Terra dell’Eterna Notte, su cui incombe l’oscurità infinita di un agghiacciante orrore cosmico.

In tutto ciò, la fantasia macabra di Hodgson, come ebbe a scrivere giustamente il grande Lovecraft, raggiunge livelli che non sono più stati sfiorati da nessun altro autore fantastico del secolo scorso. E proprio per questi motivi, è un vero peccato che questo prolifico autore abbia avuto la vita stroncata da una granata tedesca e che non abbia potuto portare a compimento la stesura di tutte le opere che aveva ideato e abbozzato nei lunghi anni del conflitto mondiale.

Ovviamente, non è con i se e con i ma che si scrivono le storie letterarie, però il rammarico per la perdita di un tale ingegno, nel campo della narrativa fantastica, resta innegabile. In ogni caso, la sua opera è ampia, articolata, varia ed estremamente ricca di motivi e di tematiche ispirative, corposa, avvincente e capace di imporsi nel campo della Letteratura fantastica come quella di ben pochi altri autori di questo genere.

Non è infatti un caso se, i critici, hanno individuato nella triade Hodgson, Howard, Lovecraft, i tre massimi rappresentanti del genere Fantastico nella letteratura a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma con una caratterizzazione, a parer mio, molto più novecentesca che ottocentesca.

Purtroppo, il nome di William Hope Hodgson continua a rimanere oscuro alla maggior parte dei lettori italiani, sebbene le case editrici romane Fanucci prima e Newton & Compton poi, abbiano immesso sul mercato italiano le traduzioni di alcune delle sue opere principali.

Ma ciò non basta: urge un’edizione completa in lingua italiana di tutte le opere, in prosa e in poesia, di William Hope Hodgson, il grande cantore dell’orrore del mare che nessun altro scrittore fantastico è ancora riuscito a eguagliare!

 

Fabrizio Legger





Emilio Salgari, il cantore dei popoli oppressi in lotta contro il colonialismo

  

Il veronese Emilio Salgàri (1862-1911), con l’accento sulla seconda a e non sulla prima, come molti erroneamente pronunciano, il grande Padre degli Eroi, l’infaticabile creatore di personaggi indimenticabili come Sandokan e il Corsaro Nero, continua a riscuotere un crescente interesse, a quasi un secolo dalla sua tragica scomparsa (si suicidò sventrandosi, in un boschetto sulla collina torinese, tormentato dalla nevrosi, oppresso dai debiti e prostrato dalla follia della moglie).

Recentemente, le case editrici Einaudi e Mondadori hanno riedito alcuni dei suoi romanzi più famosi, come Le Tigri di Mompracem e Il Corsaro Nero, mentre la Fabbri editori ha addirittura ripubblicato l’Opera omnia di Salgari (ad esclusione degli articoli giornalistici) per un totale di ben novanta volumi.

Ma perché tutto questo interesse per Emilio Salgari? Perché l’avventura è sempre di moda, verrebbe da rispondere, oppure, perché il pubblico dei “salgariani”, anche nell’era virtuale dei Pokemon e dei Power Rangers, è destinato a non estinguersi, data l’immortalità letteraria e cinematografica acquisita dai suoi personaggi.

Infatti, non bisogna dimenticare che i personaggi di Salgari hanno goduto di un’immensa fortuna anche nel campo del cinema: si pensi solo al grande successo popolare dello sceneggiato televisivo Sandokan, per la regia di Sergio Sollima, del 1976 (interpretato dal mitico attore indiano Kabir Bedi), o agli ancora più celebri film Il Corsaro Nero e Sandokan alla Riscossa,  sempre di Sollima, usciti sugli schermi cinematografici rispettivamente nel 1977 e nel 1978.

Perché, dunque, tanto interesse per Salgari e per la sua opera letteraria? Perché leggerlo? E come leggerlo? Come puro e semplice scrittore di avventura o, invece, cercando altre più profonde chiavi di lettura?

Le risposte date dagli studiosi e dai critici (spesso estremamente riduttivi nei confronti del Veronese e della sua Opera), non ultima quella di Bruno Traversetti, autore di una fondamentale Introduzione a Salgari, sono molteplici, anche se, in linea di massima, tutti concordano nel definire Salgari uno scrittore d’avventura, affascinato dall’esotismo e dall’orientalismo di fine Ottocento e inizio Novecento.

Io, invece, ritengo che Emilio Salgari sia ben più di un mero scrittore di avventura.

Egli, infatti, deve essere letto soprattutto per i suoi schietti empiti libertari (anche se un po’ tardoromantici) e per le sue appassionate critiche anticolonialistiche e antimperialistiche presenti come humus di fondo non solo nei suoi romanzi maggiori (Le Tigri di Mompracem, Il Corsaro Nero, I Pirati della Malesia, Le Due Tigri, La Favorita del Mahdi), ma soprattutto in certi suoi romanzi considerati “minori” da un punto di vista letterario ma importanti per l’appassionata difesa dei popoli in lotta contro l’oppressione coloniale (in particolare Le Stragi delle Filippine, La Costa d’Avorio, La Capitana del Yucatan, Gli Orrori della Siberia, Le Aquile della Steppa, La Scotennatrice e Le selve ardenti, solo per citarne alcuni tra i più significativi).

Io ritengo che leggere un romanzo di Emilio Salgari, oggi, con la coscienza e la consapevolezza di un uomo del Duemila, sia cosa diversissima dal leggere un qualsiasi altro romanzo di esotismo o di avventura.

Infatti, in Salgari, non si trova quella raffigurazione edificante del mondo coloniale che traspare, per esempio, da tante pagine di Kipling (che fu lo scrittore che celebrò i fasti dell’impero coloniale britannico), né troviamo in lui quella esaltazione fiduciosa e razionale della scienza e quel gusto per l’avventura prometeica che si riscontrano nei romanzi di Jules Verne.

Nei romanzi di Emilio Salgari, invece, troviamo eroi indigeni che combattono per la libertà dei loro popoli, pirati e corsari di nobili origini che diventano giustizieri dopo aver perso le loro famiglie sotto i colpi spietati dei pugnali di sicari al soldo delle potenze imperiali (l’Inghilterra nel caso del pirata malese Sandokan, la Spagna in quello del corsaro italiano Emilio di Ventimiglia), popolazioni che si battono strenuamente per la loro indipendenza, avventurieri disposti a sacrificare le loro baldanzose vite pur di mantenersi fedeli ad un ideale di vita eroico e sprezzante di ogni rischio o pericolo.

Dai romanzi salgariani si apprende ad amare tenacemente la libertà, si impara a difendere le cause dei popoli oppressi, sia acquista fiducia nelle forze dell’uomo e nella tenacia dei ribelli sempre pronti ad insorgere contro i soprusi dell’oppressione imperialistica e della cieca violenza dei tiranni.

Da che cosa sono animate, infatti, le esaltanti imprese di eroi come Sandokan e il Corsaro Nero, oppure del cinese Hang-Tu o del kirghiso Hossein, se non da una indomita e sfrenata brama di libertà e di vendetta (che, in Salgari, costituisce sempre l’azione conseguente ad un grave oltraggio alla libertà, dell’individuo o di un intero popolo, che viene fatto a monte delle vicende narrate)?

Nel caso di Sandokan e del Corsaro Nero, entrambi hanno come unico scopo delle loro esistenze la vendetta: ma contro chi, se non contro due sanguinari despoti (James Brooke e il duca di Van Guld) che li hanno privati dei loro affetti, dei loro averi e dei loro cari, costringendoli, per vivere, a darsi alla pirateria?

Ben più libertaria e anticolonialistica è la figura di Hang-Tu, capo dei ribelli di etnia cinese nel romanzo Le stragi delle Filippine, il quale non esita ad allearsi con il meticcio ribelle Romero Ruiz pur di liberare l’arcipelago dall’odiato e soffocante dominio degli imperialisti spagnoli.

E che dire dell’eroico Hossein, il kirghiso che si batte sia contro i predoni denominati le Aquile della Steppa (da cui il titolo del romanzo), sia contro i feroci cosacchi russi, che hanno invaso i territori dell’Asia centrale e conquistato l’antica Samarcanda, annettendola all’Impero Russo ma riducendola ad una distesa di rovine, dove la popolazione è sottomosse ad una brutale dominazione, anche qui, dai tratti decisamente colonialistici?

Ecco perché occorre leggere a fondo, e con occhio critico, i romanzi salgariani, sfrondandoli di tutti gli orpelli puramente esotici, tardoromantici, a tratti ingenuamente avventurosi, e cercando di comprenderli e di apprezzarli per quello che veramente sono: romanzi d’avventura sì, ma frementi di sdegno libertario, caratterizzati da invettive anti-tiranniche e da una dura denuncia del colonialismo, europeo in particolare, ma anche quello russo e quello dei tanti tiranni locali che mirano ad estendere i propri regni a spese della libertà e dell’indipendenza dei popoli vicini.

Emilio Salgari, il padre degli Eroi e delle avventure esotiche per eccellenza, è soprattutto, però, il cantore delle lotte dei popoli oppressi contro le violenze del colonialismo, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e contro le prepotenze dei popoli più scientificamente e tecnologicamente progrediti nei confronti delle popolazioni ritenute sottosviluppate, barbare o addirittura arcaiche.

Non a caso egli esalta le lotte audaci, ma spesso prive di speranza, dei sudanesi, dei filippini, dei pellerossa, degli afgani, dei malesi e degli amerindi, nel disperato tentativo di riconquistare la perduta libertà e la perduta indipendenza.

E nonostante il suo stile sia un po’ sciatto, frettoloso e, a tratti, un po’ grossolano, la sua arte narrativa è estremamente efficace, colpisce nel segno, stimola la fantasia e l’immaginazione, riesce a fare passare concetti quali la libertà dell’individuo e il diritto dei popoli ad essere liberi, che oggi, all’inizio del Terzo Millennio dell’era cristiana, sono ormai divenuti patrimonio dell’intera umanità.

Per questo la narrativa di Emilio Salgari è così importante, per questo la sua opera non può (e non deve) essere ridotta a mera letteratura per l’adolescenza, perché tale non è, e perché ridurla a questo significa, oltre a sminuirla letterariamente, non averla affatto compresa nella sua interezza e nelle sue molteplici sfaccettature.

Ridurre l’Opera salgariana a libri scritti per l’infanzia, significa negare a un grande scrittore qual è Emilio Salgari, la dignità e il posto che gli spetta tra i grandi autori della nostra letteratura, e la schiettezza e la serietà da egli praticate nel diffondere a piene mani ideali eroici di lotta per la libertà e per l’indipendenza dei popoli oppressi devono dare bando ad ogni tentennamento e ad ogni perplessità, facendocelo considerare per quello che è stato realmente: uno scrittore che ha amato l’avventura e la libertà sopra ogni altra cosa, facendo viaggiare sui libri, con l’ausilio della sola fantasia, milioni di lettori che hanno imparato a conoscere da lui, dai suoi romanzi e dai suoi articoli per riviste e giornali, le realtà affascinanti di lontani paesi, viaggiando per terra e per mare sulle ali di una fantasia prodigiosa che ha davvero dell’incredibile. E scusate se è poco!

 

Fabrizio Legger (2008)





Lo scudiscio di Apollo secondo Filippo Solito Margani 

 

Il classico “castigat ridendo mores” può ben incidersi come epigrafe in questa colorita pantomima dell’umorismo letterario dello scrittore pinerolese Fabrizio Legger (in arte Postremo Vate), poeta bellico, idilliaco e corale, narratore del fantastico-fiabesco, critico letterario, quanto vividamente appassionato e appassionante.

Egli ha icasticamente intitolato Lo Scudiscio di Apollo questa raccolta di racconti satirici e paramitologici, volta, nei contenuti, al presente, a quello che respiriamo nel quotidiano con incontenibile indignazione e bruciante amarezza.

Nei primi Anni Novanta, anni di tiepida rinascita culturale della Sicilia, prima del suo attuale affossamento, conobbi Fabrizio qui a Palermo, durante una dei suoi numerosi soggiorni nei luoghi della memoria, sulle orme dei maggiori autori della nostra Letteratura.

Collaboravo, a quel tempo, a Lo Studente, un settimanale diretto ed edito da Stefano Cassina, un friulano animato dal desiderio di coinvolgere la scuola nel suo difficile dialogo con la città.

Fu allora, quando curavo la terza pagina del giornale, detta “L’Agorà letteraria”, che Fabrizio intraprese un’assidua collaborazione e fissò un graditissimo appuntamento con i lettori, inaugurando la rubrica di spalla “Lo Scudiscio di Apollo”.

Ridemmo tutti quanti della sua satira letteraria, collaboratori e lettori, direttore in testa, il quale mandava subito in stampa quella fortunata rubrica, senza neanche leggerla.

Lo stesso Apollo ora rivive in queste pagine corrosive e graffianti, come un folletto giocondo, un “enfant terrible” che, battendo il piede a terra, come un personaggio da cartone animato, danna ad atroci ed inverecondi supplizi i “somari calzati e vestiti” del nostro tempo, i politici (leggi: politicanti) corruttibili e ignorantoni, gli asini pettoruti che sono sulle pagine dei giornali, i giovinastri imbevuti di birra, Grande Fratello e Gratta & Vinci, e, insieme a loro, “horribile dictu”, certi professori di un’ignoranza bestiale quanto di una sicumera straripante, i quali, invece di educare, affondano nel pantano del disinteresse culturale come Sansone con i filistei: questa è l’Italia di oggi!

Perciò, se belluina è l’ignoranza di simili antropoidi che fanno rizzare i capelli in testa alle Muse, illividire, arrossire di collera e cadere gli organi riproduttori al dio Apollo (uccidendo così il tramandare primevo), altrettanto bestiali risultano i castighi inflitti (spesso a sfondo coprofagico e sodomitico) che riecheggiano, in chiave umoristica, quelli dell’Inferno dantesco, mentre certi inabissamenti richiamano, per analogia, il Satyricon di Petronio.

Mostri stravaganti, prodotto della prodigiosa fantasia del nostro Autore, hanno addirittura del disneyano. E l’umorismo vola alto, in un crescendo incomparabile.

La satira e la commedia che ne deriva sono tipicamente latine: dalle Atellane a marziale, a Orazio, a Giovenale, sino ad arrivare alla satira letteraria in lingua italiana e in dialetto con il Belli, il Casti, il Porta, il Trilussa. È tutta una schiera che si agita, protesta vivacemente, indossando talora la maschera di Pasquino, per tentare di riformare la società dei vincenti, in tempi di rinnovata corruzione e di caligine esistenziale.

I satirografi sono i medici dell’anima. E lo sdegno prorompente, l’amarezza che ci ghermisce nel vedere il fondo della livida palude dell’ignoranza, fanno assomigliare lo stile satirico di Postremo Vate più a Giovenale che ad Orazio, più ad Alfieri che a Marziale, più all’Aretino che non al ridanciano Rugantino o al bonario Meli.

Così, se la Francia ebbe i suoi Rabelais e i suoi Molière, se il Regno Unito i suoi Swift e i suoi Shaw, l’America i suoi Twain, l’Italia ha oggi i suoi Lucentini, i suoi pungenti epigrammisti come Rodari e, non ultimo, il nostro Postremo Vate.

Solo la Germania e la Spagna non hanno avuto eccellenti umoristi. L’umorismo tedesco è sguaiato, abnorme. Pensiamo, per esempio, ad Heine. L’olandese Erasmo ha più “l’esprit moqueur” del francese che la grossolanità teutonica, mentre l’ineguagliabile umorismo dell’hidalgo Cervantes è al sola eccezione alla severità iberica che non seppe mettere in discussione i suoi “idola”.

Leggendo queste acide e mordaci “scudisciate” contro i cortigiani del Potere, i pennivendoli, gli universitari somari, i bingo-dipendenti, i poetastri imbrattacarte, i romanzettari-rosa, i siciliani smemorati e tronfi, l’americano “parvenu”, i professori zucconi e illetterati, i giallisti volgari, i cantautori scemi e demenziali, i politicastri “tabula rasa”, non si può non ricordare il celebre saggio L’Umorismo, di Pirandello, il quale riprende efficacemente l’iter descrittivo di Enrico Nencioni nel suo, ormai introvabile, L’umorismo e gli umoristi, di fine Ottocento.

Nel senso che Fabrizio Legger alias Postremo Vate, da attento studioso qual è della letteratura cinquecentesca, nel corso della sua kermesse satirica, ha i suoi inconcussi antecedenti nell’Aretino, nel Machiavelli comico e novelliere, nel Berni, nel Franco e nel Folengo, specchi di un tempo, per certi versi, non dissimile dal nostro, che affoga nel consumismo più becero, nel regionalismo più gretto, nell’oligarchia del denaro, nella tragica illusione dell’egoarchia, con tutto quello che ne consegue in termini di crisi esistenziale, la quale, in assenza perdurante di valori fondanti, quanto potrà ancora durare? E cosa raccolgono le nuove generazioni, in termini di cultura e di morale, e quindi di civiltà, vale a dire i quindicenni e i ventenni di oggi?

Il quadro è davvero desolante e drammatico, e dalle pagine sarcastiche di questo libro, che fa ridere e riflettere, traspare una profonda amarezza…

Postremo Vate, poeta del grottesco, dello zoomorfo, dell’orrorifico, dell’onirico, del mitologico, ci offre, attraverso queste pungenti storie satiriche, schiettamente aderenti alla vita di oggi, un nuovo saggio della sua sfavillante creatività.

Non mi resta, allora, che augurare buona lettura, buone risate e buone riflessioni, anche tornando spontaneamente, magari più volte, su queste pagine amiche.

  

Filippo Solito Margani





Una raccolta di novelle natalizie della Fenice di Spagna

I pastori di Betlemme di Lope de Vega

 

La “Fenice di Spagna” (come venne definito), ovvero il celebre Lope de Vega  (1562-1635), fu uno tra i maggiori scrittori della letteratura europea, un vero e proprio “mostro di natura” (come lo definì il Cervantes), capace di ideare cento commedie in 24 ore e di scrivere versi e prose anche andando a cavallo. Fu, insomma, un vero e proprio prodigio letterario, poetico e teatrale, tanto da essere reputato il più fecondo poeta che la Spagna abbia mai avuto. Lope de Vega fu il creatore del teatro nazionale spagnolo e compose quasi duemila commedie, poemi, raccolte di liriche, novelle, romanzi, dialoghi, poemetti, rivelando una cultura e un ingegno davvero stupefacenti.

La fede di Lope, cattolicissimo sino al midollo, fu spontanea e genuina e molte delle sue opere sono una grande testimonianza letteraria di questa sua ardente fede. Il tema del Santo Natale fu uno di quelli che solleticò maggiormente la sua ispirazione, tanto da fargli scrivere, oltre ad un celebre dramma intitolato La Nascita di Cristo, anche una raccolta di novelle I pastori di Betlemme, una raccolta di novelle di argomento biblico e religioso, dedicata appunto alla Notte Santa e alla venuta al mondo del Redentore.

Ne I pastori di Betlemme, opera pubblicata nel 1612, Lope immagina che i pastori che vegliano le loro greggi sulle colline attorno a Betlemme, passino al notte a raccontarsi storie e novelle. Ci sono pastori giovani e anziani e ognuno di loro racconta una vicenda ispirata o a soggetti biblici, oppure a tematiche tipiche della letteratura pastorale ma infarcite di elementi religiosi ed evangelici. L’abilità letteraria di Lope de Vega, in questa originalissima opera, sta appunto nell’amalgamare l’invenzione letteraria con le tematiche proprie della tradizione natalizia.

I pastori di Lope sono persone semplici e genuine, che vivono con le loro greggi, lavorando duramente per raccogliere i frutti della terra e dell’allevamento. Ma proprio queste persone spontanee  e genuine sono quelle scelte dall’Altissimo per la rivelazione della venuta al mondo del Divino Bambino. Riuniti davanti ai fuochi, vegliando le loro greggi e consumando la loro parca cena fatta di latte, pane e formaggio, i pastori passano il tempo raccontandosi storie e novelle attinte ora dalla tradizione biblica, ora dalla letteratura bucolica. Le novelle di cui è composto questo volume (purtroppo non disponibile in lingua italiana) sono principalmente storie in cui vengono messi in risalto ideali di carità e devozione, oppure prove terribili nelle quali Dio vuole vedere il livello di fede e di sopportazione dei suoi devoti. Si tratta di un’opera affascinante ma estremamente barocca, in piena sintonia con quelli che erano i canoni estetici e letterari del Siglo de Oro. Al termine della raccolta di novelle, dove sono inseriti anche poemetti di argomento religioso,  i pastori vedono comparire un angelo che annuncia loro la nascita del Redentore e che li guida alla capanna dove si trova il Divino Bambino.

Come ho accennato, I pastori di Betlemme si trova soltanto in edizioni in lingua spagnola, il che è un vero peccato, perché Lope de Vega è davvero un autore ideale con il quale trascorrere in deliziose letture le lunghe giornate delle vacanze natalizie.

 

Fabrizio Legger    





Gabriello Chiabrera, poeta epico e tragico dalla “testa calda”

 

Gabriello ChiabreraNei capitoli delle storie della letteratura italiana dedicati al Seicento, il poeta savonese Gabriello Chiabrera (1552-1638) viene sempre presentato come poeta lirico, ricordato per i suoi sermoni in versi, le sue canzoni eroiche, le sue egloghe, i suoi componimenti “alla maniera de’ versi toscani” e le sue canzonette morali, dimenticando che egli fu, principalmente, un grande poeta epico e cavalleresco, tragico e pastorale, anche se, nei suoi poemi, nelle sue tragedie e nelle sue favole bucoliche non raggiunse gli eccelsi livelli di un Ariosto e di un Tasso.

Inoltre, il Chiabrera fu anche una gran “testa calda”, ovvero un litigioso e un attaccabrighe, che non esitava a menare le mani e ad impugnare la spada quando gli saltava la mosca al naso. Insomma, era un poeta sanguigno e passionale, che viveva la poesia con la stessa pirotecnica irruenza con cui viveva i suoi amori salaci e le sue allegre bisbocce in taverna e in bordello.

Quando aveva ventiquattro anni, durante il suo lungo soggiorno romano (vi era stato portato da uno zio all’età di soli nove anni), venne alle mani con un gentiluomo: agli insulti e agli schiaffi seguì il cozzare delle spade, e il Chiabrera ferì gravemente il borioso nobile che lo aveva male apostrofato. Timoroso di incappare nella spietata giustizia pontificia, nonché nelle più che probabili vendette dei familiari e dei parenti dell’uomo che aveva ridotto in fin di vita, il poeta abbandonò in fretta e furia la Città Eterna e riprese la strada del Settentrione.

Ritornato nella natìa Savona, divenne presto protagonista di battibecchi e zuffe, che spesso si concludevano con pestaggi e coltellate, scatenate ora per una critica ad una sua poesia, ora per un motteggio nei confronti della donzella di turno a cui il poeta faceva lasciva corte. Tra il 1579 e il 1581, il Chiabrera fu coinvolte in parecchie risse che terminarono in aspri duelli, e in uno di questi egli (che era un buon spadaccino) ferì un suo rivale che lo aveva offeso e dileggiato. Onde non incorrere nei rigori della giustizia savonese (molto dura contro chi metteva mano alla spada o al pugnale per risolvere le controversie), il poeta si allontanò in tutta fretta dalla città, da cui venne bandito per alcuni anni, tanto che poté farvi ritorno soltanto nel 1585, quando gli animi dei familiari della vittima della sua violenza si furono alquanto pacificati.

Gli anni tra il 1572 e il 1585 furono i più turbolenti e i più scapestrati della vita del poeta, il quale alternava la sua copiosa attività poetica a notti di bagordi e di crapule, passando dalle taverne ai lupanari con estrema disinvoltura, frequentando di giorno poeti, letterati, ecclesiastici e  diplomatici, e di notte bari, avventurieri, prostitute, biscazzieri, cortigiane e magnaccia.

Poi, dopo il 1585, il poeta, forse stanco di rischiare la vita in duelli e di passare da un talamo di adulterio all’alcova di una meretrice senza mai trovare requie alla sua sfrenata sensualità, decise di darsi una calmata. Nel 1602 sposò una sua cugina sedicenne, la bella e sensuale Lelia Pavese, e da quell’anno intraprese una vita più morigerata, meno sbandata e tutta dedita alla letteratura, agli studi poetici e  alle pratiche religiose. Ma la sua indole sanguigna, effervescente e suscettibile, non si estinse: continuò a  manifestarsi, anche in maniera piuttosto virulenta, nelle polemiche letterarie e nelle tenzoni poetiche di cui si rese protagonista, in particolar modo contro il cavalier Marino e i suoi seguaci marinisti, che egli avversò con sarcasmo mordace e graffiante.

Come ho detto, il Chiabrera fu riconosciuto, già all’epoca sua, come valente poeta lirico, ma egli volle soprattutto essere un grande poeta epico e cavalleresco, e alla poesia epica si dedicò totalmente durante tutta la sua lunga esistenza, incominciando dagli anni della sua burrascosa adolescenza romana.

Precoce lettore dell’Ariosto e del Tasso, il Chiabrera, a soli vent’anni, aveva già abbozzato un poema epico incentrato sulla devastante Guerra tra Goti e Bizantini avvenuta in Italia tra il 535 e il 553 dopo Cristo, argomento che era già stato trattato dal poeta vicentino Gian Giorgio Trissino (1478-1550) nel suo poema intitolato L’Italia Liberata dai Goti.

Il giovane Chiabrera, fortemente attratto da quella terribile guerra quasi ventennale che vide le armate di Bisanzio, guidate prima dal generale Belisario e poi dall’eunuco Narsete, scontrarsi ferocemente con i Goti di Vitige, Totila e Teia, dal Meridione al Settentrione della penisola italica, lesse attentamente il racconto fattone dallo storico bizantino Procopio di Cesarea nella sua Guerra Gotica, e poi si mise a lavorare alacremente al poema per circa una decina di anni, facendolo poi pubblicare, nel 1582, con il titolo Le guerre de’ Goti, ovvero La Gotìade.

Fu il suo primo poema e, in quanto tale, risente di tutti i difetti che si possono riscontrare in un’opera della giovinezza: i personaggi hanno scarso rilievo psicologico, lo stile ricorda troppo da vicino quello del Tasso, non vi sono figure eroiche degne di particolare rilievo. Inoltre, il poetare risulta un po’ acerbo, a tratti anche un pochino stentato, tanto che si avverte che il giovane Chiabrera non possedeva ancora la piena padronanza espressiva dell’arte poetica, nonostante il risultato complessivo de La Gotiade non sia certo totalmente negativo.

In ogni caso, il Savonese aveva dimostrato che era seriamente intenzionato a percorrere la strada ardua ed aspra della poesia epica.

Subito dopo aver pubblicato il poema sui Goti, Chiabrera iniziò a scrivere il Firenze, un poema epico che, in realtà, altro non è se non un poema encomiastico in lode dei Medici, i quali avevano accolto più volte il poeta alla loro corte di Firenze.

Chiabrera lavorò a questo lungo (e noioso) poema per oltre trent’anni, pubblicandone una prima parte in nove canti nel 1615 e i restanti canti nel 1633. Come opera di poesia non è un gran che (e forse, di questo, se ne accorse il poeta stesso), ma, in compenso, fu assai apprezzato dai Medici, i quali rimunerarono il savonese con onori e denari.

Ma mentre lavorava al Firenze, il vulcanico Savonese aveva già iniziato a comporre un terzo poema, dal titolo Amedeide, incentrato su una leggendaria crociata guidata da Amedeo V di Savoia contro Turchi e Saraceni. Questo poema fu stampato soltanto nel 1620 e fu quello che il Chiabrera ebbe più caro, anche perché fu opera molto apprezzata dai Savoia, i quali videro in esso un vero e proprio “monumento poetico” innalzato alla loro illustre casata.

Anche per l’Amedeide, così come il Firenze e La Gotìade, i modelli epici tra i quali si muove l’estroso savonese sono il Trissino e il Tasso: il primo, imitato per il suo aristotelismo e per la velleità di restaurazione classicista; il secondo, invece, per la sua grande abilità nell’amalgamare in un unico portentoso crogiuolo poetico, la storia, la poesia e la religione, che costituiscono per l’appunto i tre elementi che maggiormente concorrono alla genesi dell’Amedeide, che intende essere un poema religioso e militare mosso da una ridondante ispirazione cortigiana.

Nell’ultimo periodo della sua vita, all’incirca tra il 1615 e il 1638, il Chiabrera sentì il bisogno di tornare alle origini della poesia cavalleresca della nostra letteratura, e si rimise a leggere e a studiare attentamente l’Orlando Furioso dell’Ariosto, convinto che, anche in epoca barocca, fosse possibile scrivere poemi cavallereschi di successo come fu apponto il capolavoro ariostesco.

Affascinato dalle avventure dei paladini e stimolato da quell’affascinante groviglio di storie, novelle, imprese guerresche  e vicende mirabolanti di cui è ricco il Furioso, il Chiabrera ideò addirittura due poemi e si mise a scriverli alternativamente: si tratta del Foresto e del Ruggero, i quali, però, altro non sono che due scialbe imitazioni del Furioso. Si sente che il poeta è stanco, che l’ispirazione gli vacilla e che la fantasia non lo accompagna più, fervida e frizzante, come nei decenni precedenti.

Tra i due, il migliore è senz’altro il Ruggero, incentrato sull’eroe figlio di Ruggiero di Risa e di Galiacella, che, secondo le leggende, fu il capostipite di Casa d’Este, figura di cavaliere perfetto, forte e gentile, promesso sposo di Bradamante, sorella del paladino Rinaldo, che dalla sua amata viene convertito a cristianesimo.

Ruggero era un eroe molto caro alla fantasia del Chiabrera e tra i personaggi dell’Orlando Furioso era quello che preferiva. Il poema, dunque, risente chiaramente di questo amore del Chiabrera per il suo protagonista, tanto che, in mezzo alla noia generale dei lunghi canti in endecasillabi sciolti, emergono alcuni episodi interessanti, ricchi di autentica poesia, da cui traspare che il Savonese ha perfettamente inteso lo spirito fantasioso e cavalleresco dell’epopea dei paladini.

Ma sono le due ultime opere di un grande poeta ormai stanco e malato, una sorta di canto del cigno del maggior poeta epico italiano del Seicento. Entrambi furono pubblicati postumi, nel 1652, quattordici anni dopo la morte del Chiabrera.

In ogni caso, anche se non possedeva un genio epico come quello del Tasso, il Chiabrera fu comunque un poeta epico dotato di vivace inventiva, estro, fantasia e buona capacità narrativa. Certo, il suo stile risulta spesso un po’ ridondante, un po’ ampolloso, e in certi punti riesce anche alquanto noioso. Eppure, nonostante questi difetti, il Savonese diede alla letteratura italiana del XVII secolo un cospicuo contributo in opere di poesia epica e cavalleresca, il che lo rende un tra i maggiori poeti italiani del Seicento di questi importanti generi letterari.

Perciò, altro che ricordare il Chiabrera solo per le sue Canzonette morali, le sue Odi anacreontiche o i suoi Sermoni in versi sciolti! Egli fu principalmente un poeta epico, nutritosi delle opere dell’Ariosto e del Tasso, ed è in quanto tale che deve essere ricordato. La sua attività lirica è certo importante ma non ricopre un ruolo essenziale nell’ambito della sua vasta opera letteraria, in quanto egli stesso ambiva essere glorificato come poeta epico, tragico e pastorale, e proprio ai poemi epici e cavallereschi e alle opere teatrali egli consacrò le migliori energie del suo estroso e inesauribile ingegno poetico.

Ma a “lorsignori”, cioè ai sommi critici deputati a sentenziare in letteratura a dritta e a manca, di ciò sembra importare ben poco. Per costoro, Gabriello Chiabrera fu soprattutto un poeta lirico, con buona pace del suo Firenze, del suo Ruggero, della sua Gotiade, della sua Amedeide e di tutti gli altri poemi e poemetti ai quali lavorò alacremente per tutta la vita.

Chiabrera voleva a tutti i costi essere ricordato come poeta epico? Ebbene, “lorsignori” lo ricordano solo come lirico e solo di liriche anacreontiche o toscane infarciscono le antologie. Di qualche brano dei suoi poemi epici, neanche l’ombra!

A questo punto, non mi stupirei se, un giorno, lo spirito collerico e rancoroso di quella “testa calda” del Chiabrera, orinasse dall’alto delle nubi che avvolgono le due cime del Monte Parnaso sopra le teste di “lorsignori”, annaffiando loro la cuticagna. Dite che se ne avrebbero a male? Io dico, invece, che il Chiabrera farebbe proprio bene, e lo applaudirei pure. E con ragione, perché non è proprio possibile che ai nostri giorni non sia stata pubblicata una sola edizione (dico, una!) dei suoi poemi epici e cavallereschi! Volete leggere il Ruggero? Volete leggere il Firenze? Volete leggere il Foresto, l’Amedeide, La Gotiade? Ebbene, o riuscite a trovarne qualche antica edizione, costosissima, nelle librerie antiquarie, oppure potete sognarveli, perché nelle collane delle case editrici odierne, dei poemi chiabrereschi, non c’è traccia!

E lo stesso discorso vale per le opere teatrali, tragedie e favole pastorali, a cui il Chiabrera teneva moltissimo: opere come le tragedie Erminia o Angelica in Ebuda, oppure le favole pastorali Gelopea, Alcippo, Meganira o Gli amori di Aci e Galatea, non sono mai più state ripubblicate, mentre l’Aminta del Tasso o Il pastor fido del Guarini vengono periodicamente riedite.

Tutto questo è profondamente illogico, oltre che ingiusto. Ignorare in tal modo la produzione epica e teatrale del Savonese è davvero un grande affronto che si fa ad un così importante poeta. Perciò, il permaloso autore dell’Amedeide, dalla “testa calda” e dalla spada facile, farebbe davvero assai bene ad orinare sopra le testacce ottuse di coloro che si arrogano il diritto di non inserire nelle antologie neppure un canto, un’ottava tratta da qualcuno dei certo non bellissimi e mirabili, ma pur sempre interessanti ed apprezzabili, poemi epici di Gabriello Chiabrera, uno tra i maggiori poeti che la terra di  Liguria abbia mai avuto!

 

Fabrizio Legger





Fulvio Testi, poeta vittima degli intrighi dei potenti

 

Tra i poeti del Seicento italiano ingiustamente ritenuti “minori” viene generalmente annoverato Fulvio Testi (1593-1646), nato a Ferrara e morto a Modena, nel carcere della fortezza dove era stato imprigionato con l’accusa infamante di essere una spia al soldo del Re di Francia.

In verità, Fulvio Testi non fu affatto un poeta minore, né fu una spia, ma semplicemente uno scrittore e un libero pensatore finito vittima degli intrighi dei potenti o, forse, imprigionato a causa della sua penna troppo mordace e troppo insistente nel chiedere la liberazione dell’Italia dal duro giogo spagnolo.

Il Testi fu sostanzialmente un buon poeta e come tale fu riconosciuto ed apprezzato, scrisse molte opere e fu un degno emulo del Marino e del Chiabrera, solo che, letterariamente, ebbe minor fortuna degli altri due.

Nato in una famiglia di mercanti, molto religiosi e zelanti cattolici, dopo aver avuto modo di leggere e studiare nella ben fornita biblioteca paterna, all’età di undici anni fu inviato a Modena, a studiare sotto la severa guida dei Padri Gesuiti.

Siccome il ragazzo mostrava una spiccata attitudine per gli studi letterari e le materie umanistiche, i gesuiti di Modena pensarono bene di mandarlo a Bologna, dove gli fu data l’opportunità di approfondire gli studi sotto la guida dei dotti gesuiti bolognesi.

Il Testi giunse a Bologna all’età di tredici anni e vi rimase per tre anni, rivelando sin da allora una vena poetica assai facile: non soltanto eccelleva nel mandare a memoria centinaia di versi dei grandi poeti latini e dei maggiori poeti italiani, ma riusciva anche a scriverne di propri con grande scioltezza ed estrema versatilità.

Dopo Bologna, il Testi ritornò nella natìa Ferrara, nella cui università concluse gli studi di eloquenza, diritto e retorica. Dotato di una sciolta parlantina, di una vasta cultura, e potendo contare sulla protezione dei Gesuiti (all’epoca molto potenti!), il Testi, nel 1612, entrò al servizio degli Este, la celebre casata regnante ferrarese ai cui servizi erano stati sommi poeti come l’Ariosto e il Tasso.

Per gli Este svolse soprattutto attività di cortigiano, grazie alla quale strinse amicizia con molti potenti aristocratici, ma si occupò anche di intense attività diplomatiche, soprattutto da quando la corte ducale si trasferì da Ferrara a Modena.

Alla corte estense frequentò gli ambasciatori del Duca di Torino, con cui strinse legami particolarmente stretti, e scrisse parecchie poesie di encomio e di circostanza. Nello stesso tempo, forse ispirato dagli esempi dell’Ariosto e del Tasso, oppure desideroso di emulare le intense attività poetiche del Marino e del Chiabrera, ideò ed iniziò a scrivere due grandi poemi epici che, purtroppo, non portò mai a termine, e cioè il Costantino (incentrato sulle gesta del celebre imperatore romano che lottò contro il rivale pagano Massenzio e che concesse diritto di culto ai cristiani con il celebre Editto) e L’India conquistata (nel quale cantò l’eroica impresa di Alessandro il macedone contro i principi indiani della misteriosa regione del Punjab, e in particolare contro il mitico Re Poros).

Ma lo spirito del Testi era essenzialmente lirico e si esprimeva la meglio in sonetti, odi, madrigali e canzoni, piuttosto che nelle ottave narrative del poema epico.

Nel 1613 pubblicò una prima parte delle sue poesie, di imitazione marinista (che successivamente ripudiò) in un volumetto intitolato Rime, che dedicò al Principe di Modena, poi compì due importanti viaggi, uno a Roma (dove conobbe il Tassoni, autore del celebre poema eroicomico La secchia rapita) e uno a Torino, dove incontrò Gianbattista Marino, il maggior poeta italiano del Seicento, che in quegli anni già stava lavorando al suo capolavoro, il poema mitologico Adone.

Il viaggio a Torino servì al Testi per stringere ancor di più i suoi rapporti con i Savoia: egli fu accolto benevolmente a corte, e il Duca Carlo Emanuele I mostrò di apprezzare moltissimo le sue doti di raffinato cortigiano nonché di poeta.

Nel 1617, raccolta in un corposo volume l’intera sua produzione lirica, la diede alle stampe con il titolo Rime, dedicando il libro a Carlo Emanuele I di Savoia, sovrano del Piemonte, per il quale il Testi nutriva una sconfinata ammirazione. Dalla dedica e da alcuni testi si evincono chiari sentimenti politici antispagnoli che, se fecero molto piacere al Duca sabaudo, causarono invece parecchio risentimento al Duca d’Este, che portava avanti da anni una delicata politica di equilibrio tra Spagna e Francia. Tale dedica, come era prevedibile, mandò su tutte le furie il Duca di Modena, il protervo Cesare d’Este, il quale intervenne duramente, ordinando il sequestro di tutte le copie del libro ed emettendo una condanna con ordine di carcerazione per il poeta.

Per non finire in galera, vittima dell’invidia cortigianesca e della ragion di Stato dei potenti, il Testi dovette fuggire precipitosamente da Modena, rifugiandosi prima a Firenze e poi a Roma.

Però la sua abilità di poeta encomiastico e di abile diplomatico fece presto sentire la sua mancanza agli Estensi, i quali, appresa notizia della sua fuga, lo avevano fatto condannare in contumacia imponendogli il pagamento di una salatissima multa.

Ma anche al Testi mancava la corte estense. Negli anni dell’esilio, lavorò alacremente al Costantino e a L’India conquistata, ma era un lavoro che procedeva a rilento: spesso il poeta trascorreva un intero giorno su un paio di ottave, perché mancava di concentrazione e il suo pensiero ossessivo tornava costantemente alle copie sequestrate delle Rime e alla condanna in contumacia che gli Este gli avevano appioppato. Inoltre, era divorato da una profonda nostalgia per l’ambiente a lui caro della corte di Modena.

Non trovando né pace né loco, il Testi iniziò ben presto ad inviare al Duca d’Este suppliche, lettere di pentimento, memoriali e ritrattazioni, le quali sortirono l’effetto desiderato: un anno dopo la sua fuga precipitosa, Cesare d’Este lo perdonò e il Testi fece quindi immediato ritorno a Modena, continuando a portarsi dietro gl’incompiuti manoscritti del Costantino e de L’India conquistata, la cui stesura procedeva lentissima e con continue interruzioni.

Nel frattempo, le sue Rime erano state dissequestrate e avevano iniziato a circolare, suscitando sempre più consensi e apprezzamenti, tanto che il nome del Testi iniziò a farsi strada soprattutto come poeta. Ma l’essere tornato a Modena, al servizio degli Este, non fu sufficiente per estinguere nell’animo del poeta i suoi insopprimibili sentimenti di ammirazione e devozione nei confronti dei Savoia.

Così, nel 1619, su invito del Duca di Savoia, si recò a Torino, dove lo stesso Carlo Emanuele lo onorò con il dono della Croce dei Santissimi Maurizio e Lazzaro, nominandolo cavaliere di tale ordine riconoscimento di stima che i Savoia elargivano a coloro che li servivano con devoto zelo. Ma il Testi, che sperava in una stabile assunzione alla corte sabauda, rimase profondamente deluso, e sperimentò sulla sua pelle l’antico difetto dei “piemontesi falsi e cortesi”, ovvero, tanti complimenti, tanti elogi, tante smancerie, ma nessun invito concreto a restare permanentemente alla corte sabauda come cortigiano stipendiato dal Duca, cosa alla quale il Testi ambiva moltissimo.

Così, dopo qualche tempo passato a Torino come “virtuoso di camera”, il poeta dovette lasciare a malincuore la città subalpina, cosa che fece con un certo risentimento, in quanto vi era arrivato sperando di fermarsi stabilmente.

Tale deludente e amara esperienza trasformò il poeta: lo rese cinico, avido, invidioso e pronto a calpestare chiunque gli si parasse dinanzi, pur di procacciarsi un posto stabile all’ombra delle “inique corti”, tanto per dirla con una definizione del Tasso, che della maldicenza e della ingratitudine che regnavano nelle italiche corti se ne intendeva assai bene.

Recatosi a Roma, presso il cardinale Alessandro d’Este, il Testi tentò di usurpare il posto di segretario del porporato ad un tale Agostino Mascardi, il quale, però, si difese con le unghie e con i denti e rivelò al cardinale le vere intenzioni del poeta ferrarese, ragion per cui l’ecclesiastico congedò il poeta e lo rispedì a Modena.

Per alcuni anni il Testi visse a Modena senza ricoprire incarichi particolari presso gli Este, in quanto le onorificenze accordategli dai Savoia avevano irritato non poco i suscettibili Estensi. Così, ebbe parecchie tempo per dedicarsi alla composizione di nuove rime, alla conclusione del poemetto (di sua probabile paternità, già composto in gran parte durante il soggiorno alla corte sabauda) intitolato il Pianto d’Italia, nonché alla composizione del Costantino e de L’India conquistata, i quali, però, neppure in quegli anni di lungo “otium” letterario furono portati a termine, segno, questo, che l’epica era per il Testi una velleità, un’ambizione, in quanto il suo era un animo lirico, poco incline alla narrazione propria della poesia epica.

Nel 1629, onde rinforzare i deboli legami tra la corte sabauda e quella estense, il principe Francesco d’Este fu invitato a Torino. Essendo ben nota la sua ammirazione per i Savoia, il Testi fu incaricato di fissare, seguire e dirigere il cerimoniale per la visita del principe alla corte subalpina. Il poeta non chiedeva di meglio: amava la poesia, ma non poteva vivere senza occuparsi di attività cortigiane e diplomatiche, ragion per cui fu ben contento di accantonare le Muse e mettere da parte, ancora una volta, i due poemi che non riusciva a terminare, per dedicarsi anima e  corpo a tale nuovo prestigioso incarico. La visita dell’Estense a Torino fu un successo, e tanto gli Este quanto i Savoia riconobbero che merito del felice esito andava anche riconosciuto al raffinato poeta cortigiano.

Tornato a Modena, fu nominato Segretario di Stato, e la sua abilità nell’organizzare le procedure e le precedenze da seguirsi in caso di una visita principesca o di una missione diplomatica, gli venne riconosciuta a tal punto che il Testi fu ritenuto un indiscusso specialista in tale delicato e difficile campo.

Perciò, gli Este continuarono ad affidargli altri prestigiosi incarichi diplomatici, inviandolo in ambasceria a Roma presso il Papa, a Venezia presso il Doge, alla corte dei Gonzaga a Mantova e persino nella Milano spagnola mentre infuriava la terribile pestilenza tanto efficacemente descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.

Si era, frattanto, nel pieno della devastante Guerra dei Trent’Anni, la quale, contrapponendo ferocemente cattolici e prtestanti, vedeva coinvolte tutte le principali potenze europee, e in tale frangente l’abilità diplomatica del Testi fu considerata un prezioso tesoro: il poeta venne mandato come ambasciatore nientemeno che alla corte imperiale di Vienna, presso gli Asburgo, e anche in questo caso la sua abilità venne ampiamente lodata e riconosciuta.

Dopo la missione presso gli Asburgo, gli Este nominarono il Testi ambasciatore a tempo pieno e il diplomatico prese il sopravvento sul poeta. Infatti, non riuscì più a lavorare ai due poemi epici e a portarli a termine. Continuò a scrivere liriche, ma lo fece nei pochi ritagli di tempo che riusciva a strappare a quei suoi onerosi incarichi.

Tra il 1633 e il 1635 visse a Roma, come diplomatico alla corte pontificia, poi venne rimandato a Torino, quindi a Genova, dove, verso il finire del 1635, si imbarcò per la Spagna, dove conobbe il potente conte di Olivares (il temuto conte-duca) e presso cui rimase per tutto il 1636. Tornato in Italia, il Testi venne nominato, nel 1640, governatore della Garfagnana, come era già avvenuto per l’Ariosto: vi restò alcuni anni, ma era un incarico che proprio non gli piaceva, perché la regione continuava ad essere turbolenta, piena di faide e brigantaggio.

Tra il 1643 e il 1645 compì missioni diplomatiche a Roma, a Lucca e a Siena. E nello stesso 1645 fece stampare a Modena un ampio volume dei suoi migliori versi, con il titolo Poesie liriche. 

Poi, il 27 gennaio 1646, mentre si trovava a Modena, il Testi venne arrestato per ordine degli Este: l’accusa, quella di intrattenere segreti “maneggi” con i Francesi e in particolar modo con il cardinale Mazzarino. Imprigionato nella fortezza di Modena e rinchiuso in un’umida e cupa cella, il poeta sperò invano in una rapida liberazione: forse le accuse erano più che fondate (sembra che si fosse accordato con alcuni diplomatici francesi per entrare al servizio della corona di Francia e lasciare così gli Este), perciò fu lasciato in prigione, dove si ammalò. Pare che in carcere il Testi abbia scritto diverse poesie e anche una tragedia, andata perduta. Avrebbe voluto continuare anche i due poemi, ma non aveva con sé i manoscritti, così sia il Costantino sia L’India conquistata rimasero definitivamente incompiuti.

Infine, nell’agosto dello stesso 1646, il Testi morì in carcere, senza essere riuscito a riottenere la tanto sospirata libertà, vittima dei giochi di potere e di una rigida e sospettosa ragion di Stato. Per gli Este, l’abbocco del Testi con i francesi significò un vero e proprio tradimento, effettuato tra l’altro in periodo così delicato e fragile come quello che precedette la fine della Guerra dei Trent’Anni, avvenuta nel 1648 con la Pace di Westfalia.

La poesia del Testi rispecchia in pieno quella dell’epoca barocca: è tronfia, ridondante, magniloquente, piena di metafore, pomposa, simile, in parte, a quella del Marino ma, soprattutto, a quella del Chiabrera, per il quale il Testi nutrì una profonda ammirazione.

Ma quella testiana non è certo la poesia di un poeta di terz’ordine: egli fu un poeta vero, autentico, dotato di estro, fantasia, nonché di una grande facilità nello scrivere versi. Egli, però, aveva uno spirito decisamente lirico, e quindi riuscì egregiamente nei sonetti, nei madrigali e nella canzoni, mentre, nei poemi epici, risultò essere monotono, ripetitivo e, a tratti, anche mancante di fantasia

Nonostante questi difetti, ciò che resta di questi due incompiuti poemi epici non è però poi così brutto: hanno ottave armoniose ed episodi degni di nota, ma, certamente, non possono gareggiare né con l’Orlando Furioso né con la Gerusalemme Liberata.

Migliore di questi due poemi è invece il poemetto Il pianto d’Italia, in cui il Testi immagina che l’Italia, in figura di una bella donna triste e prigioniera, si rivolga a Carlo Emanuele I di Savoia per chiedergli di liberarla dal duro giogo del dominio spagnolo in Lombardia e nel Regno di Napoli, esortando gli Italici ad insorgere e a ribellarsi contro il dispotismo straniero.

Come modello per il poemetto, il Testi ebbe quelli celebri del Chiabrera, ma, al confronto, sembra che la poesia del Testi abbia maggior vigore di immaginazione, caratterizzata com’è da capacità stilistiche sobrie e solenni al tempo stesso.

Pur essendo un classicista, il Testi seppe coniugare un tono nobile ed alto con un pathos sobrio e misurato, attento al nuovo spirito dei tempi ma alieno dal bigotto moralismo controriformistico. La sua poesia è attraversata da una vena di profonda malinconia che lo porta ad indugiare sul ripiegamento interiore, rendendolo in tal modo più vicino alla sensibilità del poetare moderno e decisamente lontano dalle spericolate arditezze metaforiche del marinismo o dall’ossessivo moralismo del chiabrerismo.

Purtroppo, come spesso accade, i poeti danno fastidio, per le loro scelte e per le loro idee, oppure per i loro versi troppo mordaci, e di conseguenza li attende il carcere, come capitato al Veneziano, al Marino, al Campanella, e allo stesso Testi, che in prigione si ammalò e morì, tanto da poter essere annoverato, a pieno titolo, tra gl’intellettuali messi a tacere (e quindi uccisi) da un potere troppo asservito agli intrighi di palazzo, agli interessi dei ceti dominanti e alla rigida e spietata ragion di Stato, così minuziosamente denunciata, agli inizi del Seicento, dal celebre trattato Della ragion di stato di Giovanni Botero.

 

Fabrizio Legger

 

 

L’Arte Postale è un’espressione della modernità

La Mail Art ha le sue radici nel Futurismo e nel Dadaismo

Marinetti & Company furono i primi ad usarla 

La Mail Art, ovvero l’Arte Postale, sta ottenendo sempre più consensi a livello internazionale, in particolare con attivissimi artisti in Gran Bretagna, Francia, Grecia, USA, Giappone, e anche in Italia (citiamo, in particolare, Giancarlo Da Lio e Tiziana Baracchi di Venezia, Alberto Sordi di La Spezia e Anna Boschi di Castel San Pietro Terme (Bologna) che organizzano periodicamente esposizioni di Mail Art). In genere, quando si parla di Mail Art, si pensa subito a Ray Johnson, americano, che è considerato un po’ il “padre” della Mail Art. Ma in realtà, come è ormai riconosciuto da molti critici e mailartisti, pur senza nulla togliere a Johnson, la Mail Art affonda le sue radici nel Futurismo di Marinetti e nel Dadaismo di Tzara. Furono infatti queste due avanguardie artistiche ad utilizzare per prime la posta come veicolo dell’arte. Marinetti, fondatore del Futurismo, Depero, Fillia, Balla, Cangiullo, furono tra i primi ad utilizzare carte postali e cartoline zeppe di colori, figure bizzarre, ritagli di giornali e cartoncini colorati.

Potrà sembrare strano, ma Marinetti non disdegnava affatto queste forme di comunicazione: egli riteneva che l’arte del mondo moderno non potesse sottrarsi alle regole della comunicazione di massa e, perciò, anche sfruttare le strutture di poste, banche e aziende commerciali poteva essere utile per divulgare ovunque il “Verbo dell’Arte Futurista”. Proprio per questi motivi i Futuristi, e per primo Marinetti, non tralasciarono nessun genere di espressione artistica: pensiamo soltanto alle etichette delle “bibite futuriste” disegnate da Depero, oppure ai celebri “panciotti futuristi” disegnati ancora da Depero e indossati anche da Marinetti durante le burrascose “serate futuriste di poesia”.

La Mail Art fece dunque parte integrante della propaganda artistica futurista. Poi, vennero i dadaisti, con Tristan Tzara e Kurt Schwitters, che fecero altrettanto. Purtroppo, il consolidarsi di regimi repressivi (fascisti e comunisti) e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, segnarono una battuta d’arresto per la Mail Art. Questa riprese poi verso la fine degli Anni Cinquanta con il citato Johnson, il quale , partendo dal movimento artistico Fluxus, sviluppò poi una linea tutta sua, spedendo i suoi lavori in tutto il mondo e facendo di timbri, buste, francobolli e adesivi gli elementi essenziali di questa forma d’arte, tutto sommato molto semplice e molto popolare. Infatti, essa non richiede tecniche sofisticate o particolari strumenti, ma semplicemente carta, colla, forbici, pennarelli, adesivi, e tanta tantissima fantasia.

È sorprendente, però, apprendere che, ancora una volta, fu il genio italiano di Marinetti & Company a dare vita a questa forma d’arte oggi così popolare e così apprezzata negli ambienti della cultura underground e antististema. Insomma, niente di nuovo sotto il sole: i Futuristi hanno messo la firma sotto tutto ciò che è contemporaneo, perciò non possiamo che dire, ancora una volta: grazie, grazie a Filippo Tommaso Marinetti!

 

Fabrizio Legger





La Mail Art favorisce la conoscenza tra gli artisti dei 5 continenti

Arte Postale: artisti del mondo sulle ali del francobollo

E i più svariati progetti di quest’arte si susseguono a ritmo continuo

 

La Mail Art potrebbe essere davvero definita la forma d’arte più rappresentativa dell’epoca della Globalizzazione. È infatti sia un’arte globale sia per quanto riguarda il modo di realizzarla (nel senso che si pratica utilizzando le tecniche più diverse e disparate) sia perché mette in contatto tra loro artisti di tutto il pianeta utilizzando…i mezzi semplicissimi della posta e del francobollo!

Con carta, colori, colla, ritagli di giornale e tanta fantasia, si possono realizzare opere davvero interessanti, che spesso costituiscono un vero e proprio “ritratto psicologico” dei mailartisti che le hanno eseguite. Praticare la Mail Art (o Arte Postale se si preferisce) è semplicissimo: basta avere tanta fantasia e spiccate doti per il disegno, l’assembramento cartaceo, il collage. Si realizzano opere che possono essere a soggetto libero oppure su un tema scelto da organizza un “Progetto di Mail Art”, e via per tutto il mondo, sulle ali dei francobolli, inghirlandate di timbri postali, rivestite di buste che, spesso, sono già dei veri e propri lavori, permeate come sono di colori o abbellite da disegni e collage.

Basta fare un giro su internet per scoprire che i siti dedicati alla Mail Art sono tantissimi. Ogni appassionato mailartista può organizzare un concorso di Arte Postale: si sceglie un tema, si diffonde il bando ed ecco che le opere incominciano a fioccare dai paesi più diversi: Italia, Russia, Inghilterra, Brasile, Giappone, Argentina, Germania, Turchia, Canada, proponendo i lavori più diversi e anche più bizzarri. Se vogliamo, la Mail art è una forma di “arte povera” che si realizza con poco costo e che generalmente non ha accesso nelle grandi gallerie d’arte o negli istituti accademici.

Le mostre di Mail Art si fanno quasi sempre nelle sedi di piccole associazioni di volontariato, in scuole che aderiscono a questi progetti, in piccoli spazi espositivi autogestiti oppure presso sedi di movimenti o gruppi artistici che hanno contatti con i mailartisti. Ma proprio per questo la Mail Art è, a parer mio, una forma d’arte decisamente popolare, che mette in contatto persone che hanno spesso spiccate doti artistiche ma che sono escluse dai grandi circuiti artistici delle gallerie e delle accademie, dove l’Arte Postale non ha cittadinanza.

Attualmente ci sono decine di concorsi di Mail Art. Ne segnaliamo alcuni: quello dedicato al “Sogno”, organizzato dal New Copy Center, di La Spezia, con la collaborazione del pittore spezino Alberto Sordi (omonimo del celebre attore romano); quello dedicato al “Fuoco”, organizzato da Nadia Poltosi, di Porto Alegre, in Brasile; quello dedicato al personaggio di “Indiana Jones”, organizzato da Marie Pierre Brot, della città di Sete, in Francia; quello dedicato al “Sale”, ovvero il “sale nostrum”, organizzato dalla Art Gallery Atrebates, di Dozza (Bologna). Per informazioni più dettagliate visitare i siti internet  www.artistampsnews.com  oppure  www.archiviomailart.com

 

Fabrizio Legger





Un avvincente romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti

L’alcova d’acciaio: guerra e amori futuristi

Una nuova edizione pubblicata da Vallecchi Editore

L’alcòva d’acciaioLa produzione letteraria di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), Padre del Futurismo, è sterminata: scrisse liriche, poemi, racconti, romanzi, testi teatrali, manifesti estetici, novelle, saggi, in preda ad un furore creativo che non conobbe limiti e che durò sino al giorno della sua morte (poche ore prima del decesso scrisse una poesia dedicata alla X Mas).
Ora, per i tipi di Vallecchi Editore, è stata pubblicata una nuova edizione del suo celebre romanzo intitolato:
“L’alcòva d’acciaio” (pagine 344, Euro 19,00), uno tra i testi più interessanti del Padre dle Futurismo. Si tratta di un romanzo autobiografico, ma anche bellico-avventuroso, profondamente venato di sensualità e di erotismo eroico, secondo il più collaudato stile marinettiano.
In questo libro, Marinetti racconta la sua partecipazione alle operazioni belliche della Prima Guerra Mondiale, in qualità di militare (ebbe il grado di tenente) del regio esercito italiano, operante sul fronte del Piave. Con la solita padronanza di linguaggio, con la solita verve affabulatoria, con grande estro e profonda inventiva, Marinetti riesce a darci un grande ritratto della guerra di trincea, della prima guerra moderna della storia dell’umanità.
E si tratta di un libro tutto italiano, dove il fronte rappresenta anche un luogo di unione patriottica, di cementificazione del senso di unità nazionale e di orgoglio italiano da parte di soldati provenienti da tutte le regioni della penisola. L’impianto del romanzo è diaristico (Marinetti, durante gli anni di guerra, riempì di appunti e annotazioni i suoi taccuini, che poi, negli anni successivi al conflitto, si trasformarono in poemi, novelle, romanzi), la scrittura ha un taglio decisamente autobiografico, ma l’inventiva e l’estro non sono affatto esclusi da questo originale testo tutto fremente di azioni belliche, imprese erotiche e aspirazioni al sublime.
La guerra stessa è esaltata e sublimata da Marinetti, in quanto, come ebbe a scrivere nel celebre “Manifesto del Futurismo”, la guerra è “igiene del mondo”, ma nella sua opera letteraria anche la guerra si “umanizza”, in senso antropologico, in quanto diventa occasione per fare esprimere ad ogni singolo uomo la sua vera natura, rivelandogli impietosamente la sua forza o la sua debolezza. Grande protagonista di questo bel romanzo è l’autoblindo “74”, l’alcòva d’acciaio del titolo, dove il guerriero Marinetti combatte e riposa, rivela la sua audacia eroica ma fa anche sogni erotici che costituiscono l’altra faccia del suo superomismo futurista.
Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una sorta di guerra-spettacolo, di evento bellico che è anche una sorta di show ultrapatriottico, dove si combatte e si ama, si vive e si muore, all’interno di una cornice che favorisce l’emergere dell’anima eroica del Futurista, dell’Ardito, del Combattente per la Patria che sa trarre esperienze positive anche da un evento sanguinoso e devastante come la guerra.
Un “classico del Novecento” che si legge d’un fiato, che avvince e che conquista il lettore, soprattutto se si impara a “leggere tra le righe” e a comprendere le infinite sfaccettature del multiforme animo marinettiano. Il volume è pubblicato nella collana “Caratteri del ‘900” e può essere richiesto nelle migliori librerie. Visitabile anche il sito internet dell’editore all’indirizzo web: www.vallecchi.it

Fabrizio Legger



 

Un avvincente saggio sulle passioni esoteriche del Vate pescarese

D’Annunzio e il fascino arcano per l’Occulto

Il “mistero” nella vita e negli scritti del nostro grande poeta

 

 

D’Annunzio e l’Occulto“D’Annunzio e l’Occulto” è il titolo di un avvincente volume di A. Mazza (pagine 128, Euro 12,91), pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee. A prima vista potrebbe sembrare il titolo di un libro un po’ strano, ma non lo è, soprattutto per chi conosce bene l’Opera letteraria del grande scrittore pescarese.

Infatti, da buon scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, D’Annunzio si interessò molto di esoterismo, spiritismo, magia e astrologia, tanto che molti suoi testi in verso e in prosa contengono continui richiami in direzione di queste tematiche. Basti pensare a certe poesie di raccolti di versi come “La Chimera” o “Intermezzo di Rime”, dedicate alle fate oppure a personaggi magici del mondo mitologico.

Ma anche in certe opere teatrali emergono figure collegate al mondo della magia e della sapienza esoterica, come la maga Pantea nell’atto unico  “Sogno di un tramonto di Autunno” o la stessa Mila di Codro, sorta di procace fattucchiera campestre, protagonista de “La Figlia di Iorio”.

Lungo tutta l’opera letteraria di D’Annunzio è possibile, dunque, riscontrare elementi di magia, astrologia ed esoterismo, ma è soprattutto nell’ultima parte della sua vita, dal 1921 al 1938, e negli scritti di questi anni, che, D’Annunzio mostra uno spiccato interesse per le dottrine della metempsicosi, per i medium, i contatti con l’Aldilà, la teosofia e l’occultismo. Tutti questi interessi traspaiono sia nelle prose che nei versi, non disdegnando neppure certi riferimenti alla magia del mondo rurale e alle superstizioni dei contadini d’Abruzzo, come avviene in taluni racconti delle Novelle della Pescara.

Con l’avvicinarsi della vecchiaia e della morte, ma anche in seguito alla sconvolgente esperienza della Prima Guerra Mondiale, il Vate di Pescara aumenta il suo interesse per l’occulto. Al Vittoriale, negli ultimi anni della sua vita, il Poeta invitò più volte medium e astrologi, per discutere con essi di argomenti legati allo spiritismo, ai poteri medianici e agli influssi che astri e pianeti esercitano sugli esseri umani.

Molte donne che D’Annunzio amò e frequentò, a partire da Eleonora Duse sino a Luisa Bàccara, si interessavano di essoterismo e occultismo, e ciò non fece altro che suscitare nel Poeta un interesse sempre maggiore per questi aspetti arcani dello scibile umano, tanto che, in molte pagine di opere come “Notturno”, “Le cento e cento e cento e cento pagine del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire”, oppure de “Le faville del maglio”, si nota chiaramente questo influsso esoterico nell’arte dannunziana.

In questo saggio, non particolarmente corposo ma molto suggestivo ed esauriente, Mazza delinea un ottimo ritratto del Vate assetato di conoscenze esoteriche, sedotto dall’occultismo e decisamente interessato allo spiritismo e all’astrologia, ma anche reso irrequieto dal timore della morte imminente e angosciato dall’inarrestabile avanzare della vecchiaia.

Un libro di sicuro interesse, non soltanto per tutti gli ammiratori di Gabriele D’Annunzio, ma anche per tutti coloro che si interessano di essoterismo e dei rapporti degli scrittori con il mondo dell’occulto e della magia. Il libro è reperibile nelle migliori librerie, oppure richiedibile direttamente alle Edizioni Mediterranee, tel. 06 – 3235433, sito internet: www.ediz-mediterranee.com

 

Fabrizio Legger



 

Un’opera del grande scrittore africano sui nemici della Chiesa

Il seducente fuoco delle eresie gnostiche e trinitarie

Le bizzarre dottrine dei fantasiosi epigoni degli Apostoli

Le Eresie. Catalogo e confutazione delle eresie del mondo anticoLa casa editrice milanese Mimesis pubblica nelle sue collane interessanti opere di astrologia, essoterismo, scienze occulte, religioni orientali, particolarmente interessanti per un pubblico di lettori colti e curiosi. A tal proposito vi voglio segnalare una “chicca” di libro davvero affascinante: si tratta del breve trattato di Sant’Agostino intitolato “Le Eresie. Catalogo e confutazione delle eresie del mondo antico” (pagine 127, Euro 7,23), pubblicato nella collana “I cabiri”, curato da Stefano Fumagalli.
Si tratta di un breve testo, composto intorno al 428 d.C., in cui il padre della Chiesa africano elenca, discute (e denigra!) molte delle numerosissime eresie che tra il II° e il IV° secolo si diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo. Con il solito piglio polemico, ma anche con la grande cultura che caratterizza tutta la sua opera, Agostino prende in esame non solo le maggiori eresie(quella di Marcione, quella di Valentino, quella di Mani o quella di Donato), ma anche eresie di gruppi minori, come i Patriziani (cioè, i seguaci di Patrizio), i quali affermavano che il corpo umano era stato creato dal diavolo e che quindi bisognava mortificarlo compiendo ogni sorta di viziosa turpitudine; oppure gli Artotiriti, i quali convertivano alla loro eresia molta gente offrendo a tutti pane e formaggio; o, ancora, gli Antidicomariti, setta eretica che negava la verginità di Maria e che affermava che dopo aver partorito Gesù la Madonna avrebbe dato alla luce molti altri figli, essendo tutta presa dai piaceri della carne e per nulla affatto propensa alla castità.
Ma Agostino non tace certo sugli Ariani, sui Montanisti, sui Pelagiani, sui Sabelliani e su tutti gli altri eretici che, con le loro mirabolanti dottrine, con le loro fantasiose teorie e con le loro bizzarre storie riguardanti la genesi del mondo e la creazione dell’Uomo, degli Angeli e dei Demoni, dettero vita ad una “letteratura teologica” decisamente avvincente e affascinante.
Le eresie elencate da Agostino sono ben ottantotto, ma si tratta di una minima parte di tutte le credenze, i culti e le sette che nacquero in seguito alla predicazione di Cristo. Un libro assai utile per conoscere una parte assai importante della storia della fede cristiana, ma, soprattutto, per venire a conoscenza di coloro che furono i più irriducibili e geniali nemici del cattolicesimo e della Chiesa di Roma.
Particolarmente interessante è il fatto che Agostino dedica ampio spazio anche a sette e a conventicole eretiche che, già all’epoca sua, erano in costante e vertiginoso declino, come i Paterniani (che ritenevano create dal diavolo tutte le parti più ripugnanti del nostro corpo, e che, perciò, predicavano la mortificazione del retto, degli organi genitali, dei piedi e del pube, praticando nei loro culti ogni genere di oscenità), oppure gli Ieraciti (che negavano la resurrezione della carne e che predicavano che tutti gli uomini e tutte le donne del mondo dovessero farsi monaci e monache), o, ancora, i Fibioniti (i quali sostenevano che Dio fosse presente nello sperma maschile e nel mestruo femminile e nella placenta, e perciò facevano grandi orge con donne mestruale e incinte, nel corso delle quali venivano ingeriti tutti questi umori). Insomma, un gran campionario delle folli e deliranti sette che per molti secoli accompagnarono con le loro perversioni e le loro assurdità l’ascesa del Cristianesimo.
Una lettura indispensabile, che consigliamo calorosamente. Potete richiedere questo libro nelle migliori librerie. Per contatti con la casa editrice Mimesis: tel. 02-89403935, sito internet www.mimesisedizioni.it

Fabrizio Legger



 

Un affascinate libro di Evola sulla cultura buddista

La sacra dottrina del Risveglio interiore

Il carattere iniziatici e metafisico della religione dell’Illuminato

 

La dottrina del Risveglio“La dottrina del Risveglio” (pagine 274, Euro 19,00), Edizioni Mediterranee, è il titolo dell’affascinante libro di Julius Evola che recensiamo questa settimana. Il celebre filosofo della Destra italiana (1898-1974), come è noto, fu sempre affascinato dalle culture e dalle religioni orientali, in particolar modo dal buddismo, dall’induismo e dall’islamismo.
Con quest’opera Evola intende presentare al lettore le teorie buddiste nella loro vera luce di risveglio dell’interiorità e di riscoperta dello spiritualismo orientale. In queste pagine il buddismo viene rivisitato come dottrina morale per il risveglio delle coscienze, dottrina fondata su un rigido codice etico e su una serie di precetti quali la compassione, il distacco dalle passioni terrene, la fuga dal mondo, il valore supremo della meditazione che porta all’Illuminazione interiore (grazie alla quale si può diventare dei buddha). Ma Evola, in questo libro, oltre che disquisire dell’etica e della metafisica del Buddismo, si occupa anche dei suoi aspetti pratici, quali l’ascesi e la meditazione, pratiche che consentono all’uomo di rafforzare la propria interiorità, di corroborarsi mentalmente e spiritualmente, di affrontare le difficoltà della vita quotidiana dando il primato all’azione sulla speculazione. In tal modo, anche la meditazione buddista e la vita ascetica condotta dai devoti dell’Illuminato, diventano strumenti per agire energicamente nel mondo, creando così dei “combattenti asceti”, devoti e rigorosi, che per Evola rappresentano il massimo punto di arrivo a cui può condurre una pratica seria e costante del buddismo.
Un’opera mistica e rigorosa, questa, in cui Evola evidenzia come una parte delle discipline buddiste sia suscettibile di una applicazione nella vita quotidiana di tutti i giorni, in quanto capaci di fortificare l’animo, distaccarsi dai bisogni superflui e dagli agi, fare chiarezza nelle nostre menti, corroborare gli spiriti tesi al conseguimento di supreme mete. Una sorta di “ascesi aristocratica” che, secondo l’Autore, può avere un valore immanente anche nel decadente mondo moderno, dove il lassismo, l’edonismo consumistico e la mercificazione di ogni ideale hanno raggiunto apici davvero terrificanti.  Un libro molto originale, assai interessante, che consigliamo a tutti gli appassionati di religioni orientali. Potete richiederlo nelle migliori librerie. Sito internet delle Mediterranee all’indirizzo web: www.ediz-mediterranee.com

Fabrizio Legger



 

Una nuova edizione della celebre opera evoliana

Imperialismo pagano, la resurrezione della Tradizione

Il volume contiene le due edizioni, italiana e tedesca

Imperialismo pagano“Imperialismo pagano” è sicuramente una tra le opere più lette, più citate e più conosciute di Julius Evola (1898-1974), insieme, ovviamente, a “Rivolta contro il mondo moderno”, altro celebre caposaldo del pensiero evoliano.
Una nuova accurata edizione di quest’opera mancava da anni, ma ora, finalmente, le romane Edizioni Mediterranee ne hanno pubblicato un’edizione critica, curata da Claudio Bonvecchio (pagine 349, Euro 19,50), grazie alla quale è possibile riavvicinarsi alle fonti del più autentico pensiero evoliano.
Ma perché “Imperialismo pagano” risulta essere così importante? Innanzitutto, perché in questo volume che riprende e ristruttura tutta una serie di brevi saggi pubblicati da Evola sui periodici “Vita Nova” e “Critica Fascista”, Evola sviluppa, argomenta e definisce l’ossatura del suo pensiero tradizionalista (che io intendo nel senso di fedeltà agli ideali pagano-romani e imperiali della Roma dei Cesari) ed esoterico-pagano, in forte ed aperta polemica contro il cristianesimo e il cattolicesimo nelle loro vesti di “religione ufficiale”.
Un’opera drastica, serrata, battagliera, in cui il filosofo polemizza aspramente contro la concezione cristiana dell’esistenza e contro la sottomissione della grande identità italica al dominio delle coscienze esercitato dalle istituzioni ecclesiastiche. Qui emerge l’Evola polemico e intransigente, che affronta di petto americanismo e bolscevismo, liberalismo e democrazia occidentale, rivendicando invece il diritto, per l’Italia, di rinnovare la Nazione e lo Stato su basi certamente “imperiali” ma anche di rigenerazione spirituale del popolo.
Ma oltre a questi argomenti decisamente dottrinali, c’è anche un’altra importante ragione per cui quest’opera è,  a parer mio, basilare nell’ambito della produzione evoliana: questo libro, infatti, venne pubblicato verso la metà del 1928, e cioè, pochi mesi prima della firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), il cosiddetto “Concordato” tra il Vaticano e lo Stato fascista italiano, patti che, purtroppo, segnarono un appiattimento della rivoluzione fascista in seno alla Chiesa cattolica. Evola era contrario a questi patti, e non solo per motivi ideologici, filosofici e religiosi, ma perché, con la sua lungimiranza, intuì che l’influenza del Vaticano avrebbe tarpato le ali alle potenzialità imperiali del regime fascista.
Infatti, secondo il filosofo, con il Concordato, il Fascismo finiva strangolato, spiritualmente, dall’egemonia cristiano-cattolica, e venivano affossate anche tutte le speranze di coloro che, come Evola, sognavano una futura “restaurazione pagana”.
La lettura di questo libro, poi, risulta fondamentale per aprire gli occhi sulla nostra identità, per comprendere appieno la profondità delle radici del nostro glorioso passato ma, soprattutto, per addentrarsi nei più profondi meandri del pensiero evoliano.           
Grazie alla Edizioni Mediterranee è ora possibile rileggere in edizione critica, con commenti e note appropriate ed approfondite, questo complesso saggio di uno tra i più grandi intellettuali della destra italiana. Lo potete richiedere nelle migliori librerie. Visitabile il sito delle Mediterranee all’indirizzo web: www.ediz-mediterranee.com

Fabrizio Legger



 

Una avvincente opera poetica di Martinetti, Padre del Futurismo

L’aeropoema del Golfo della Spezia

Una esaltazione del volo e del patriottismo italiano

L’Aeropoema del Golfo della SpeziaGrazie alle prestigiose Edizioni Vallecchi, di Firenze, recentemente sono state riedite alcune interessanti opere in versi e in prosa di Filippo Tommaso Martinetti (1876-1944), creatore e padre del Futurismo italiano, grande organizzatore e svecchiatore della nostra cultura provinciale, scrittore inesauribile e, dal 1909 sino al 1944, infaticabile mattatore della cultura italiana, nonché accademico d’Italia e sincero sostenitore del fascismo mussoliniano. “L’Aeropoema del Golfo della Spezia” (pagine 98, Euro 10) è una tra le più fantasiose e bizzarre opere poetiche marinettiane. La Spezia, città navale e militare, situata sull’estrema propaggine ligure ma già in “odor di Toscana”, fu molto amata dall’inventore del Futurismo. Nel 1933 Marinetti ideò il Premio di Pittura “Golfo della Spezia” e nel 1935 scrisse questo “aeropoema”, appartenente ad un genere letterario del tutto nuovo (anche questo di invenzione marinettiana), in cui l’ebbrezza vertiginosa del volo e il vulcanismo prorompente delle parole in libertà si fondono con la supremazie dei tecnicismi e con il bellicismo delle battaglie aereonavali, trovando un corrispettivo figurativo, proprio in quegli stessi anni, nella pittura macchinolatrica futurista di Tullio Crali e di Fortunato Depero. E proprio una di queste fantasiose battaglie è la protagonista di questo bizzarro poema, scritto con una sorta di “prosa ritmica” di ampio respiro, in cui si esaltano le bellezze (non troppo futuristiche, a dire il vero) di Lerici e Portovenere, Monte Marcello e San Terenzio, con un canto lungo e appassionato, che mescola elementi propri del naturalismo biomeccanico futurista con tematiche prettamente guerresche e di esaltazione delirante della tecnica e del mito del volo aereoplanico. Ne viene fuori un componimento dove cielo e mare sembrano fondersi, dove le navi e gli aerei, la carne dei piloti e l’acciaio delle ali e delle carlinghe, sono un tutt’uno e sembrano fondersi in un amalgama mostruosamente inscindibile. Il poema non è eccessivamente lungo, risulta assai originale, e ancor oggi, a distanza di tanti decenni da quando fu scritto, risulta ancora piacevolmente leggibile. Ci troviamo di fronte, in sostanza, ad una poesia visiva ed immaginosa, piena di bellicismo e di vigore futurista, in cui il pur aggressivo paroliberismo marinettiano risulta però alquanto moderato, leggero, smorzato, e non tremendamente onomatopeico come è invece nella celebre “Battaglia di Adrianopoli”.
Si tratta di un “classico” del Novecento che recensiamo con molto favore, consigliandone l’attenta lettura. Lo potete richiedere nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

La passione per l’esoterismo nei versi del celebre poeta statunitense

 

Una poesia pregna di influenze estetiche e spirituali

Pound e l’occultoEzra Pound, il celebre autore dei “Cantos”, non solo fu affascinato dagli studi economici e da quelli per le lingue orientali e la letteratura cinese, ma fu anche attratto da tutto ciò che riguardava il mondo dello spiritismo, dell’occultismo e, più in generale, dell’esoterismo.
Il libro di Demetres Tryphonopoulos che qui recensiamo, intitolato:
“Pound e l’occulto”, pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee (pagine 239, Euro 12,91), è dedicato appunto a tale tematica e ricostruisce i robusti legami di amicizia e di affinità di interessi che il poeta americano ebbe con alcuni celebri occultisti di inizio Novecento, tra cui Allen Upward, Alfred Orange, e il celebre poeta W.B. Yeats. L’Autore affronta l’imponente mole dei “Cantos”, la maggiore opera di poesia di Pound e una tra le più interessanti di tutta la letteratura novecentesca, soffermandosi sulla poesia poundiana intesa come “rivelazione celeste” e come una sorta di “palingenesi poetica”, passando poi ad esaminare la tradizione occulta e la passione di Pound per l’occultismo e per le antiche dottrine esoteriche (in particolare lo gnosticismo cristiano).
Nella seconda parte del saggio, Tryphonopoulos affronta più direttamente i complessi testi dei “Cantos”, evidenziandone i passaggi più prettamente esoterici, rivelandone gli aspetti iniziatici, analizzando strofe, parole e versi in cui sembrano nascondersi arcani enigmi, frammenti di una sapienza segreta, tenendo ben presente l’apporto di ideogrammi cinesi, geroglifici egizi e parole scritte in antico alfabeto greco che costellano l’intero corpus dei “Cantos”. Odisseo, Porfirio, gli Dei nordici del Walhalla, Simon Mago e gli gnostici, gli antichi misteri di Eleusi, la scienza dei Re Magi e l’esoterismo della Divina Commedia sono soltanto alcuni dei moltissimi riferimenti presenti nei “Cantos”, che proprio per presentarsi come una sorta di “summa” delle esperienze culturali, umane, spirituali ed estetiche del poeta americano, assurgono ad un livello di universalità difficilmente raggiungibile da altre opere di poesia moderna.
Ma l’autore si sofferma anche sulle straordinarie peculiarità della poesia di Pound, sulla sua abilità di plurilinguista, sul forte potere di seduzione che promana dai termini greci, latini, cinesi, italiani, francesi, che abbondano nelle lunghe strofe dei “Cantos”, offrendo al lettore anche interessanti analisi sul lessico e sulle particolarità del linguaggio poetico (volutamente esoterico) usato dal grande poeta statunitense.
Il saggio ci aiuta a comprendere un aspetto nascosto di Pound, un lato misterioso della sua prorompente e vivace personalità poetica ed artistica, e, al tempo stesso, ci svelano la sua inesauribile passione per le scienze occulte e per le antiche dottrine esoteriche di cui i “Cantos” sono un esempio davvero affascinante. Un saggio intenso, corposo, ma di notevole interesse, che recensiamo con grande favore. Potete richiederlo nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

Un libro polemico contro l’eresia ariana

Atanasio e la lotta contro i seguaci di Ario

Un testo patristico edito dalle edizioni Città Nuova

Trattati contro gli ariani

Atanasio di Alessandria (295-373 d.c) fu uno dei più intrepidi difensori dell’ortodossia cattolica: scrisse molte opere teologiche, lettere e commentari alle Sacre Scritture, e si batté con particolare energia contro i seguaci di Ario, anziano sacerdote di origine libica, il quale volle sostenere dottrinalmente l’unicità di Dio a tal punto da negare a Cristo la piena ed autentica divinità, e riducendolo, in quanto Figlio di Dio, a livello di essere creato.
In questo volume edito da Città Nuova, intitolato:
“Trattati contro gli ariani” (pagine 359, Euro 23,00), Atanasio affronta in tre trattati la questione ariana, ribattendo punto per punto la dottrina del prete libico e dimostrando, con raffinati ragionamenti teologici, l’assurdità di tale dottrina. Si tratta di scritti polemici, dai toni anche assai duri, che ben mostrano come all’interno del Cristianesimo, sin dai primi secoli, vi fossero opinioni divergenti e decisamente agli antipodi, ferocemente contrastanti, soprattutto su questioni essenziali quali la Natura di Cristo e la Trinità. L’arianesimo riscosse un grande successo, non solo in Egitto e in Palestina, ma anche tra i popoli barbarici che si convertirono al Cristianesimo: infatti furono ariani i Goti e i Vandali, creatori di regni barbarici nel cuore dell’Occidente. Questi trattati di Atanasio, così ricchi di elementi dottrinali ma anche utili per ricostruire la storia della Chiesa nei primi turbolenti secoli della sua espansione, costituiscono una lettura molta stimolante, in quanto affrontano con toni polemici, un linguaggio colorito e uno spirito di incessante controversia, alcune tra le tematiche fondamentali della fede cristiana, quali la Natura di Cristo, il suo rapporto con il Padre, il dilemma se Cristo fosse costerno con il Padre oppure se sia stato generato in seguito.
Problematiche religiose che a noi, oggi, sembrano tanto lontane, in quanto troppo filosofiche, ma che, tra il II e il III secolo dopo Cristo vedevano le moltitudini scannarsi per l’affermazione delle suddette dottrine. Atanasio, uno tra i maggiori Padri della Chiesa, fu il più implacabile degli avversari dell’arianesimo, e questi trattati, la cui lettura risulta ancor oggi così coinvolgente e così piena di “vis polemica”, stanno qui a dimostrarlo. Potete richiedere questo libro, che fa parte della collana “Testi patristici” nelle librerie specializzate, oppure direttamente alle romane Edizioni Città Nuova  (tel. 06-3216212), sito internet: www.cittanuova.it

Fabrizio Legger



 

Un interessante saggio sulla destra tradizionalista e nazionalpopolare hindu

L’India e il Fascismo: Chandra Bose ammiratore di Mussolini

Il fascino della destra indù per il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco

Davvero un bel libro, avvincente e interessante, questo di Manfredi Martelli, intitolato: “L’India e il Fascismo” (pagine 300, Euro 38,00) pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo, di Roma. Questo eccellente saggio, molto accurato,  scritto con gran dovizia di particolari e con l’apporto di notevole documentazione storica, analizza le caratteristiche salienti della destra hindu, tradizionalista e nazionalpopolare, e dei suoi rapporti con il Fascismo italiano e con il regime mussoliniano.
Il padre del cosiddetto “fascismo indiano” fu  Chandra Bose, attivissimo nazionalista negli Anni Venti e Trenta, quando l’India era ancora una colonia dell’Impero Britannico, e il libro di Martelli dedica ampio spazio alla figura di questo indù che sognava un’India libera dai colonizzatori inglesi, alleata con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, e capace di rinnovare profondamente le sue antiche radici ariane.
I movimenti politici della destra religiosa, tradizionalista e nazionalpopolare, furono attivissimi in India sin dalla metà degli Anni Venti. Proprio nel 1925, infatti, viene fondata la Rashtrya Swayamsevak Sangh (cioè, l’Associazione dei Volontari Nazionali), più comunemente conosciuta con la sigla RSS. Inizialmente le sue finalità furono essenzialmente dedite alla “rinascita culturale” (alfine di non essere sciolta dalle autorità britanniche), ma in realtà si caratterizzò da subito come l’organizzazione politica per eccellenza dell’emergente nazionalismo hindu che guardava con simpatia e ammirazione all’esperienza del Fascismo italiano.
Il suo fondatore fu K.B. Hedgewar (che la resse sino al 1940), coadiuvato da M.S. Golwakar (che la diresse sino al 1973), entrambi dotati di forte personalità, i quali dettero all’associazione una forte impronta nazionalistica che fece ben presto di essa il punto di riferimento di tanti altri movimenti nazionalisti indiani, anche sorti nei decenni successivi all’indipendenza dell’India, come, per esempio lo Shiv Shena (cioè. Esercito di Shivaji, organizzazione nazionalpopolare di tipo paramilitare fondata nel 1966, espressione del subnazionalismo marathi, nel più generale contesto del revivalismo politico hindu) o il Vishwa Hindu Parisad (cioè, il Consiglio Mondiale Hindu, movimento nazionalista fondato nel 1964 come reazione alla predicazione dei missionari cristiani, che si pone l’obbiettivo di dare voce alla destra religiosa indiana).
La RSS fu l’anima dell’opposizione violenta al colonialismo britannico, ma, al tempo stesso, avversò anche il Mahatma Gandhi e il laico Partito  del Congresso, in  quanto l’ideologia laica e tollerante da essi praticata mal si adattava alla linea ideologica di Bose e di Golwakar. Come ho già accennato, sulla figura di Bose il volume si sofferma molto, ponendo in luce soprattutto le similitudini tra la concezione nazionalpopolare e tradizionalista di Bose e l’ideologia del Fascismo mussoliniano e del Nazionalsocialismo hitleriano, evidenziando la comune visione politica che avvicinava tra loro queste pur differenti ideologie della destra identitaria europea e indiana.
Ci si trova di fronte ad un saggio complesso, che esige una lettura impegnativa, ma che aiuta a conoscere un aspetto fondamentale del mondo politico hindu: quello della destra identitaria e nazionalpopolare che, tra l’altro, dal 1998 al 2004, ha governato l’India con una coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (cioè, il Partito del Popolo Indiano), espressione della destra nazionale hindu più moderata, fondato nel 1980, e particolarmente sensibile alle istanze di difesa della identità nazionale indiana di fronte alla omologazione mondialista imposta dalla Globalizzazione.
Un libro di sicuro interesse, che consigliamo assolutamente di leggere, soprattutto se si intende capire a fondo le ragioni del nazionalismo hindu. Lo potete richiedere nelle migliori librerie.

Fabrizio Legger



 

Un libro dedicato alla vita esplosiva del Padre del Futurismo

Marinetti, poeta d’assalto delle avanguardie italiane

Fu il più grande innovatore della cultura italiana del Novecento

 

Marinetti. Arte e vita futuristaClaudia Salaris, docente e consulente di mostre d’arte, nonché celebre studiosa del Futurismo, ha scritto una avvincente biografia del Padre del Futurismo italiano, intitolata: “Marinetti. Arte e vita futurista” (pagine 382, Euro 19,63) la quale ci sembra una tra le migliori biografie dedicate al celebre poeta italiano.
Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto (dove il padre esercitava la professione di avvocato) nel 1876 e morì a Bellagio (in riva al lago di Como) nel 1944, mentre l’Italia era divorata dall’incendio della guerra civile e dall’invasione delle truppe anglo-americane.
La Salaris, utilizzando un’ampia mole di documenti (lettere, diari, manifesti, poesie, stralci di opere, articoli di giornale), ricostruisce minuziosamente la vita del poeta, inquadrandola all’interno del complesso periodo storico in cui Marinetti ebbe la fortuna di vivere. Gli avvenimenti strettamente biografici si alternano a descrizioni sulla realtà italiana ed europea del periodo compreso tra i primi anni del Novecento (il celebre Manifesto del Futurismo fu pubblicato nel 1909) e quelli della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), quelli turbolenti dell’immediato dopoguerra, la nascita del Fascismo, la salita al potere di Mussolini, il lungo ventennio mussoliniano, sino agli anni tragici della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile in Italia (1939-1945).
Il ritratto di Marinetti che emerge dalle pagine del libro, è quello di un uomo vulcanico, esplosivo, pieno di energia, grinta, passione: una vera e propria forza della natura, dotata di estro, intelligenza, determinazione e grandi capacità comunicative. Grazie a lui, il Futurismo decollò e si diffuse in tutto il mondo. Marinetti viaggiò instancabilmente, dalla Russia all’Argentina, dalla Francia al Brasile, per diffondere le idee e le opere letterarie del movimento artistico che aveva creato: un movimento che contribuì decisamente (grazie anche ai cospicui appoggi offertigli dal regime fascista) a svecchiare la cultura italiana, a proiettarla nel grande circuito della cultura europea, a farla apprezzare anche all’estero.
Marinetti fu infaticabile: organizzò spettacoli di poesia e musica che divennero famosi in tutta Italia (anche perché spesso si concludevano con risse e arresti), fu inventore di premi di fotografia (come il celebre Premio della Spezia), fu mecenate nei confronti di poeti e artisti poveri che avevano buone qualità ma non possedevano i denari necessari per affermarsi nel mondo dell’Arte… Ma fu anche un poeta d’assalto nel vero termine della parola: come soldato prese parte alla Prima e alla seconda Guerra Mondiale, come giornalista seguì le Guerre Balcaniche del 1912-1913 e la guerra italiana in Etiopia (da cui trasse spunti per opere di poesia notevoli, come il poema Zang Tumb Tuum o il romanzo L’alcova d’acciaio.
La sua amicizia con Benito Mussolini lo portò, idealmente e sentimentalmente, ad aderire al regime fascista, anche se, continuò a manifestare idee antimonarchiche e anticlericali (era un fascista della prima ora, e perciò sognava un’Italia repubblicana, laica e svaticanizzata). Nonostante ciò, restò fedele alle sue idee fino alla fine. Morì povero, in quanto spese tutto il patrimonio lasciatogli dal padre per sovvenzionare il Futurismo, la rivista Poesia (da egli stesso diretta) e pubblicare tutti i suoi numerosi libri.
Quella di Marinetti fu davvero una vita eroica, esplosiva sotto ogni aspetto (in quanto fu anche un focoso amante, dedito ad avventure erotiche intense e travolgenti, finché non incontrò la bellissima Benedetta Cappa, pittrice e scrittrice futurista, che sposò e che amò appassionatamente sino alla fine dei suoi giorni). Sotto la scorza rude del poeta che voleva “uccidere il chiaro di luna” e “incendiare le biblioteche e i musei”, c’era, in effetti, un’anima sensibile e romantica, sognatrice e affettuosa, ma robustamente maschia e fiera della propria virilità.
Una biografia davvero ottima, che si legge come un romanzo, appassionante come la vita vulcanica del Padre del Futurismo italiano. Potete richiedere il volume nelle migliori librerie, oppure direttamente agli Editori Riuniti (sito internet: www.editoririuniti.it)

Fabrizio Legger



 

MISCELLANEA  LETTERARIA 

Un trattato contro la tirannide

 

Un dubbio di natura morale rode come un tarlo i cuori degli individui che hanno la sventura di vivere sotto il giogo dispotico di un regime dittatoriale: è lecito, per il bene di un intero popolo, assassinare il tiranno che lo opprime?

Si tratta di un interrogativo che, puntualmente, ci si pone quasi sempre dopo tentativi di tirannicidio (falliti o riusciti che siano) nei confronti di questo o quel capo di Stato che governa il proprio paese con metodi, per l’appunto dittatoriali (se ne discusse a suo tempo per il cileno Pinochet, per il libico Gheddafi, per il panamense Noriega, per l’iracheno Saddam, e se ne è tornato a parlare, recentemente, in seguito agli attentati da cui sono usciti illesi il dittatore pachistano Musharraff e quello egiziano Mubarak).

Dunque, uccidere (o tentare di uccidere) un tiranno, è eticamente lecito oppure no? E, inoltre, è conveniente tentare di uccidere un tiranno? Non si rischia, forse (se, come il più delle volte accade, il tirannicidio non riesce), di rendere ancora più repressivo e crudele il regime dispotico?

A tal proposito, i pareri sono vari, complessi, e soprattutto molto discordanti tra loro. Non sarebbe perciò inutile, per rendersi edotti su questo delicato e difficile argomento, tornare a rileggere il breve trattato Della Tirannide, che il poeta e tragediografo astigiano Vittorio Alfieri (1749-1803) scrisse nel 1777 e che, data l’affascinante e incisiva lucidità con cui è stato composto, continua a rimanere uno dei testi-base su questo difficile argomento.

Il trattato è suddiviso in due libri: nel primo, Alfieri compie una attenta analisi dell’inscindibile binomio potere-tirannia, esaminando minuziosamente la figura del tiranno e la struttura del regime dispotico; nel secondo libro, analizza il modo di comportarsi dell’uomo libero (cioè del ribelle che non si piega alla tirannide) all’interno di un tale regime, teorizzando i vari modi per porre fine all’oppressione o, almeno, per non essere direttamente danneggiati da essa.

Non a caso, infatti, una delle soluzioni proposte dall’Alfieri, quella che egli ritiene più praticabile, è quella di isolarsi totalmente dalla società oppressa dal potere dispotico e di vivere in una sorta di solitario esilio, senza nessun contatto con coloro che, per libera scelta o per costrizione, hanno accettato di scendere a compromessi con il tiranno. Purtroppo, però, questa opzione presuppone che il libertario che la pratica sia economicamente autosufficiente e capace quindi di sopravvivere senza doversi rivolgere per alcunché al sistema dominato dal tiranno (un sistema che, come è ovvio, risulta essere fatto di clientelismi, favoritismi, sottomissioni, nonché dominato da un fosco clima di repressione del benché minimo dissenso), il che la rende difficilmente percorribile ai più.

Secondo Alfieri, la tirannide ha il suo fondamento basilare nella “vicendevole paura che governa il mondo”. Puntelli fondamentali del regime tirannico sono dunque la nobiltà cortigiana (oggi identificabile con i funzionari e i burocrati che eseguono tacitamente le scellerate volontà dei dittatori), le milizie professioniste e mercenarie (oggi identificabili con le milizie private o di partito, la polizia politica e le organizzazioni paramilitari che, con sfumature diverse, sono presenti in ogni dittatura), la religione (intesa come istituzione asservita al potere secolare e complice di esso nella partecipazione al potere o nel mantenimento di uno status quo che le consente di portare avanti i propri interessi).

Ovviamente Alfieri, quando scriveva queste pagine, aveva dinanzi a sé gli esempi dell’Europa settecentesca, dove erano presenti regimi estremamente dispotici, come quello russo, quello prussiano,quello ottomano (solo per citarne alcuni tra i peggiori), ma con le opportune correzioni, questa analisi del regime tirannico è applicabile anche alle dittature e ai regimi totalitari odierni (quella teocratica sciita della Repubblica Islamica dell’Iran, per esempio, oppure quella castrista a Cuba, quella di Kim Jong Il in Corea del Nord, quella gheddafiana in Libia, la dittatura nazionalsocialista del Baath in Siria, il regime militare del Myanmar o la dispotica monarchia del Nepal).

Come può reagire l’uomo che ha un animo libero, cioè non corrotto dal virus pestilenziale del servilismo e non incline a sottomettersi al despota, vivendo in un regime così soffocante e così repressivo quale è appunto quello della tirannia?

Secondo Alfieri, i modi sono diversi, ma soltanto tre di questi hanno reali possibilità di successo. La prima soluzione, come ho già evidenziato, è quella che l’uomo libero si apparti in sdegnosa solitudine, in una sorta di volontario esilio, lontano dal tiranno, dalla sua corte, dalle sue spie, dalle sue milizie e dai suoi satelliti che tentano (ora con la violenza, ora con la corruzione, ora con i ricatti) di far tacere le poche libere voci che osano protestare contro la tirannia.

In questa sua sdegnosa solitudine, il ribelle alfieriano dovrebbe comporre scritti anti-tirannici e libertari capaci di infiammari gli animi degli oppressi e di indurli a ribellarsi contro il despota. In pratica, l’esempio austero, integerrimo del cosiddetto liberuomo, unito ad una attività letteraria totalmente aliena da compromessi e patteggiamenti con il regime, dovrebbe servire ad sprone per quegli animi oppressi che mal sopportano la dittatura e che attendono soltanto un’occasione, uno sprone, un incitamento, per insorgere e ribellarsi apertamente contro il tiranno. Ma si tratta di una soluzione assai difficile da percorrre e che, il più delle volte, non dà i frutti sperati.

La seconda soluzione consiste nel fatto che il popolo, a causa della troppa ferocia del regime, insorga spontaneamente contro di esso, scateni la rivolta e lo abbatta, appunto, a “furor di popolo”. In questo caso, afferma Alfieri, più la tirannia è spietata, brutale e sanguinaria, e meglio è, perché le sue continue atrocità potranno condurre il popolo alla sollevazione.

Ma, è noto, soprattutto dopo i tragici avvenimenti della Rivoluzione francese, Alfieri perse molta fiducia nel popolo. La massa popolana, per lui (aristocratico repubblicano ma pur sempre aristocratico), altro non era che “vile plebe”, tanto che la definì “ignava greggia insana”, e quindi, nel di lei operato, nutriva ben poche speranze di riscatto.

La terza soluzione proposta, allora, consiste nel gesto solitario dell’eroe di libertà, cioè, dell’individuo eccezionale, pronto a sacrificarsi per il bene del popolo, che, in totale solitudine, decide di avvicinare e assassinare il despota. Si tratta del celebre gesto del “tirannicidio”, che Alfieri trattò con dovizia di particolari in molte delle sue Tragedie.

L’eroe di libertà affronta il tiranno a viso aperto e lo uccide, pur sapendo che ciò gli costerà la vita. Ma lo farà da solo, non coinvolgendo altre persone, non complottando e non congiurando, perché, secondo Alfieri, i complotti e le congiure sono molto rischiosi, riescono difficilmente, e presuppongono una completa unità di intenti tra i congiurati che, raramente si riesce a raggiungere. Ecco dunque il gesto solitario e tutto individuale dell’eroe di libertà, che uccide il tiranno rischiando la sua stessa vita, ma sperando che tale gesto estremo induca il popolo degli oppressi ad insorgere una volta per tutte e ad abbattere per sempre la tirannia.

Tutto il trattato è pervaso da una profonda amarezza, ma, al tempo stesso, è animato da una sorta di irriducibile furore anti-tirannico. Si tratta di uno scritto che risale ai primi anni dell’attività letteraria alfieriana, uno scritto composto molti anni prima della Rivoluzione francese e che Alfieri, dopo la sua fuga precipitosa da Parigi, si affrettò a smentire, in quanto convinto che, alla luce degli avvenimenti rivoluzionari di Francia, questo libro avrebbe potuto procurare assai più danno che non giovamento alla sacra causa della libertà.

Così, l’edizione del Della Tirannide, fatta stampare dallo stesso Alfieri in Francia, prima della Rivoluzione, fu rifiutata dall’autore, che si pentì di averla data alle stampe. Ma, nonostante questa ritrattazione, avvenuta negli ultimi anni della sua vita (anni pieni di delusioni e di amarezza, che videro la composizione di un’opera sarcastica e velenosa come Il Misogallo, cioè “l’odiatore dei Francesi”, un libello in prosa e in versi contro la Francia giacobina e rivoluzionaria), Alfieri, con tale scritto, dette un contributo fondamentale per la comprensione dello sciagurato fenomeno della tirannide, contributo che si prospetta ancor oggi estremamente attuale, continuando il mondo, purtroppo, ad essere tuttora pieno di dittatori e di tiranni.

E la recente riedizione del trattato, nella collana economica Biblioteca Universale Rizzoli, costituisce una ennesima prova dell’attualità di questa singolare opera alfieriana.

 

Postremo Vate


RITRATTI LETTERARI
 

Giambattista  Niccolini  (1782 - 1861)

Un tragediografo tra Neoclassicismo e Romanticismo
 

Leggi, virtude e libertà tentai

renderti, o Roma… Ahi sol dov’è la morte                          

abita la tua gloria, e ben l’alloro

qui fra i sepolcri nasce e le ruine!

 

Arnaldo da Brescia, Atto terzo, Scena prima.

Giambattista Niccolini nacque nel 1782 a Bagni di San Giuliano (Pisa) e morì nel 1861 a Firenze. Fu poeta, tragediografo, studioso di mitologia e di antichità classiche, dotato di una spiccata tempra drammatica, ma oggi, purtroppo, è ingiustamente dimenticato.
Trascorse gran parte della vita a Firenze, dove poi morì, ma negli ultimi anni predilesse la quiete della bella villa di Popolesco, tra Prato e Pistoia, che ottenne in eredità da un ricco zio.
Conobbe Alfieri,  Foscolo, Monti, Pellico e Guerrazzi, frequentò i maggiori letterati toscani del primo Ottocento, fu professore di storia e di mitologia e volle essere per il proprio secolo quello che Alfieri fu per il Settecento.
Niccolini frequentò le prestigiose scuole dei padri Scolopi, si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa e, sin da adolescente, fu un ardente repubblicano. Già da ragazzo, detestava il governo del Granduca (che, pure, era uno tra i regimi meno repressivi tra quelli degli antichi Stati italiani), e nel 1798 si esaltò per l’ingresso delle truppe francesi del Bonaparte in Firenze.
Durante il periodo dell’occupazione francese della Toscana, intrattenne stretti rapporti con i giacobini fiorentini e i repubblicani filofrancesi, tanto da restarne seriamente compromesso, anche a causa dei suoi vulcanici discorsi contro i dispotismo monarchici di Austria e Russia, nonché delle sue prese di posizione antibritanniche (in quanto vedeva l’Inghilterra come la potenza conservatrice più ostile alla Francia repubblicana).
Quando, l’anno seguente, la città fiorentina fu occupata dall’esercito austro-russo, che scacciò i francesi, il giovane Niccolini fu costretto a nascondersi per qualche tempo, onde non finire giustiziato come giacobino. Poi, con il riaffermarsi dell’egemonia francese sull’Italia, poté tornare a manifestare pubblicamente le proprie simpatie repubblicane, che restarono tali anche quando Napoleone tradì del tutto gli ideali rivoluzionari facendosi incoronare imperatore di Francia.
Nel 1804, in seguito alla morte del padre (che lasciò la famiglia nell’indigenza), riuscì da ottenere dapprima un impiego nell’Archivio delle Riformazioni, e poi, nel 1807, ottenne la cattedra di Storia e Mitologia presso l’Accademia delle Belle Arti, di cui divenne anche segretario e bibliotecario. Difensore della purezza della lingua toscana, fu accademico della Crusca e, nonostante i suoi ideali repubblicani, quando il Granduca tornò a Firenze (dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo) lo volle al suo servizio come bibliotecario privato, in quanto esperto di lingue classiche e di mitologia greca.
Ma il grande amore del Niccolini fu il palcoscenico: sin da giovanissimo frequentò i teatri fiorentini, appassionandosi soprattutto per i soggetti tragici e drammatici. Fu un vorace lettore del teatro tragico alfieriano, tanto che il grande scrittore di Asti divenne il suo modello da seguire, soprattutto per l’animosità e l’irruenza con cui si scagliava contro gli orrori della tirannide.
E proprio al teatro tragico il Niccolini volle legare la sua effervescente carriera di poeta e autore drammatico. Egli, infatti, si propose di continuare con le proprie tragedie il “cammino libertario” intrapreso dall’Alfieri con le sue “tragedie di libertà”. Il suo teatro, sostanzialmente, fu romantico nella forma ma neoclassico nei contenuti, anche se, a parer mio, non è possibile effettuare una rigida separazione tra queste due peculiarità, in quanto lo scrittore, sebbene di formazione culturale neoclassica, visse in epoca romantica e non rimase estraneo alla cultura del suo tempo.
I soggetti che predilesse spaziano dalla mitologia greca al Medioevo dei Comuni, dall’epoca rinascimentale delle Signorie all’epoca romana e alle lontane età delle civiltà del Vicino Oriente. E in tutte le sue opere, Niccolini fu un austero difensore della libertà dell’individuo, un esaltatore delle libertà repubblicane, nonché dei diritti inalienabili dei popoli e della sacrosante rivolte degli oppressi contro il sanguinario dominio della tirannia.
Convinto classicista e grande appassionato di mitologia greca, egli comprese quel che v’era di artisticamente e spiritualmente valido nel Romanticismo e, pur rimanendo un fedele seguace della tradizione classica, aprì il suo teatro alle nuove regole della drammaturgia romantica, popolando le sue tragedie con decine di personaggi e trattando, prevalentemente, tematiche patriottiche, libertarie e anticlericali.
Tra le sue maggiori opere teatrali vanno ricordate le tragedie Arnaldo da Brescia, Filippo Strozzi, Giovanni da Procida, Nabucco, Polissena, Agamennone, Beatrice Cenci, Antonio Foscarini, Lodovico Sforza, Medea. In alcune di queste, egli esalta l’individuo eroico, l’uomo di eccezione che si pone in urto frontale con il tiranno, ovvero con il potere dispotico, monarchico o clericale che sia; in altri testi, invece, assistiamo ad una lotta corale, spesso di interi popoli, uniti dallo sdegno nei confronti della tirannia e dalla ferma volontà di liberarsi dal duro giogo dispotico.
La tragedia Arnaldo da Brescia è giustamente celebre per i suoi attacchi contro il potere temprale dei Papi e per la denuncia dell’infimo connubio tra il Trono e l’Altare. La figura del riformatore religioso, solitaria, sdegnosa, caratterizzata da una grandezza etica smisurata, racchiude in sé qualcosa di “dantesco”, e risulta quindi estremamente affascinante.
Anche il Giovanni da Procida e il Filippo Strozzi sono tragedie incentrate sulla figura dell’eroe di libertà, dell’individuo indomito che non teme la morte e che quindi è pronto a rischiare la sua stessa vita pur di dare l’esempio di ribellione che muova il popolo alla rivolta contro l’oppressione.
Decisamente corale, incentrata sulle sofferenze del popolo ebreo nella cattività babilonese e sulla spietata crudeltà del despota mesopotamico è la tragedia intitolata Nabucco, che ispirò il libretto per il famoso melodramma di Giuseppe Verdi, mentre la tragedia Polissena, dedicata alla sventurata figlia di Priamo che Achille volle sposare e che Pirro, successivamente, sacrificò sulla tomba del padre ucciso da Paride, è un testo prettamente elegiaco, con il quale Niccolini intese rievocare le atmosfere cupe dell’Antigone alfieriana, ma che, in realtà, si rivela essere una tragedia di stampo mitologico assai più vicina alla poesia elegiaca che non a quella tragica.
Niccolini fu un drammaturgo dal temperamento focoso e appassionato. Fiero repubblicano e indomito avversario del potere temporale dei Papi, il suo teatro, come già quello alfieriano, fu un teatro di libertà, inneggiante continuamente alla lotta contro i tiranni e contro l’oppressione oscurantista del potere religioso, tutto fremente di robusto sdegno contro i soprusi dei regimi monarchici ed animato da un generoso furore patriottico.
Questo esuberante odiatore di tiranni, questo audace esaltatore delle guerre di liberazione nazionali dei popoli oppressi, aspirava sinceramente all’unità dei popoli, alla pace universale e ad un ordinamento sociale laico e democratico in cui la povertà non desse mai ignominioso spettacolo di sofferenze e di ingiustizie sociali. Fu ferocemente anticlericale, in quanto vedeva nel potere temporale dei Papi e nello Stato pontificio una forma di aberrante tirannia teocratica che soffocava con il dogmatismo e l’oscurantismo la libera espressività degli ingegni umani.
Tali tematiche, unite alla decisa condanna del dispotismo regale e della tirannìa religiosa in generale (nelle sue tragedie riservò versi aspri e mordaci anche contro il potere delle caste sacerdotali delle antiche religioni pagane), si ritrovano in tutte le sue tragedie, anche in quelle di soggetto mitologico, dove monarchi e sommi sacerdoti sono sempre raffigurati come subdole e crudeli incarnazioni del sanguinario demone del potere.
Ebbe indole solitaria, fantasiosa ed immaginifica: lo affascinavano le tematiche tragiche di sangue e di sacrificio, le figure femminili vittime di tiranni feroci ma capaci di ribellarsi all’oppressione e di vendicare il loro onore violato o i loro affetti distrutti dal potere dispotico.
Fu un fervente appassionato di mitologia classica, grande cultore dei miti greci, in particolare quelli legati al ciclo troiano e al ciclo tebano, e quando ottenne la cattedra di mitologia si rivelò un docente dall’eloquenza affascinante, con la quale catturava l’attenzione anche degli studenti più svogliati.
Grande ammiratore di Vittorio Alfieri, si dimostrò un devoto estimatore del suo teatro tragico e delle sue opere polemiche contro la tirannide e il dispotismo illuminato dei monarchi assoluti (in particolare, ammirò i trattati Della Tirannide e Del Principe e delle Lettere) e, al pari di quanto fece grande Astigiano contro la Francia giacobina e rivoluzionaria, il Niccolini si scagliò con astioso furore poetico contro la tirannide zarista, che, nell’Ottocento, fu spietata dominatrice di popoli (ucraini, lituani, polacchi, tartari, caucasici) in lotta per la libertà e l’indipendenza dal duro giogo russo.
Tra il 1820 e il 1850 le tragedie di Niccolini riscossero un grande successo di pubblico: gli anticlericali vedevano in lui e nel suo teatro il loro alfiere, in quanto Niccolini fu un deciso avversario del Neoguelfismo propugnato da Vincenzo Gioberti, mentre i patrioti trovavano nelle sue tragedie un fiero anelito di riscatto per la libertà e l’indipendenza dell’Italia. Occorre rilevare che Niccolini fu sempre fedele ai suoi ideali repubblicani e non nascose mai il suo desiderio di vedere l’Italia governata da una repubblica: ma, nonostante ciò, non esitò ad accettare il dominio della monarchia sabauda non appena si rese conto che solo i Savoia potevano condurre a compimento l’agognata unità della patria.
Gli anni della vecchiaia furono, per il tragediografo, ricchi di soddisfazioni e riconoscimenti, culminanti, il 3 febbraio 1860, con la consacrazione del suo nome al Teatro del Cocomero, dove fu apposto un busto marmoreo del poeta a perenne ricordo della sua attività di autore tragico. L’anno seguente, Niccolini morì, a Firenze, e le sue spoglie furono tumulate nella chiesa di Santa Croce, accanto alle tombe di Vittorio Alfieri e di Ugo Foscolo.
Ma Niccolini non fu solo autore di testi teatrali: scrisse anche saggi critici di letteratura e mitologia, una copiosa raccolta di versi intitolata Poesie (che fu pubblicata postuma, nel 1863), nonché un poemetto epico-libertario intitolato La Pietà (forse ispirato all’Etruria Vendicata di Vittorio Alfieri).Le poesie di Niccolini - per la maggior parte odi e sonetti - risentono molto della formazione classica dell’autore, e infatti sono scritte con uno stile ampolloso, enfatico, a tratti roboante e, persino, un po’ declamatorio. Ma, nonostante ciò, palpitano di sincero ardore libertario, rivelando anche qui l’animo vulcanico e passionale del veemente poeta delle tragedie.
Nell’ambito della poesia niccoliniana, risulta particolarmente interessante e degna di nota una serie di sonetti antirussi che flagellano senza pietà l’autocrazia zarista e l’imperialismo moscovita. Questi sonetti, ispirati alla Guerra di Crimea (1853-1855), che vide le truppe di Francia, Inghilterra e Piemonte intervenire a fianco della Turchia ottomana in guerra con la Russia zarista per il possesso della penisola di Crimea, sono decisamente pungenti e graffianti, e risentono molto dell’influsso satirico dell’Alfieri misogallico.
Niccolini si scaglia con un astio davvero pieno di sarcasmo contro la barbarie russa, contro il dispotismo zarista e contro l’utilizzo sconsiderato delle truppe cosacche per reprimere nel sangue ogni anelito di rivolta dei popoli oppressi dalla tirannide moscovita. Si tratta di sonetti decisamente mordaci, che condannano implacabilmente la ferocia dell’imperialismo russo, che, proprio in quegli anni, era impegnato in una serie di sanguinose guerre di espansione nel Caucaso, nelle steppe dell’Asia centrale musulmana e nella gelida Siberia (come ben ritrae Jules Verne nel suo celebre romanzo Michele Strogoff).
La denuncia e il sarcasmo flagellano senza pietà le efferatezze dei cosacchi e la durezza della politica espansionistica dell’Impero zarista nei confronti dei popoli confinanti con la Russia, il che crea un perfetto parallelo con i sonetti misogallici alfieriani in cui il poeta astigiano condanna la brutalità delle armate rivoluzionarie francesi, guidate dall’”ignobile Capitan Pitocco” (cioè, il Bonaparte), nell’assurdo tentativo di portare la loro sanguinaria libertà nelle terre italiche destinate a veder spuntare le “Repubbliche funghine”, su imitazione della da lui tanto detestata Repubblica di Francia.
Sarebbe davvero bello poter rileggere in una moderna edizione, magari tascabile, le Tragedie e le Poesie di Niccolini, ma, purtroppo, questo continua a rimanere un desiderio vano. Dopo l’edizione completa delle Opere pubblicata dall’editore Guigoni, di Milano, tra il 1863 e il 1880, un’edizione moderna, riveduta e corretta di tutti gli scritti niccoliniani non è più stata data alle stampe.
Dovrà forse il poeta uscire corrucciato come una furia dal suo marmoreo sepolcro di Santa Croce affinché una simile operazione editoriale venga finalmente intrapresa? Le lucrose leggi del Mercato e il totale disinteresse di gran parte degli odierni editori italiani per i nostri classici considerati “minori” è veramente senza limiti!



 

Giangiorgio  Trissino  (1478 – 1550)

Il poeta epico dell’ideologia imperiale

Giangiorgio  Trissino

Dunque a me par l’impresa contra Goti

di più facilità, che l’altre guerre;    

e parmi parimente onesta e santa,

sì perché sono barbari Ariani,

nimici espressi della nostra fede;

come perché ci han tolto la migliore

e la più antica e la più bella parte,

che mai signoreggiasse il nostro Impero.

 

L’Italia Liberata dai Goti,  Canto primo.


Giangiorgio Trissino nacque a Vicenza nel 1478 e nella stessa città morì nel 1550.
Ebbe formazione cortigiana a causa della sua origine aristocratica e fu un appassionato quasi fanatico della lingua e della cultura della Grecia classica.
Avviato agli studi umanistici, imparò perfettamente il greco e il latino, dopodiché intraprese la carriera di cortigiano e di diplomatico.
A Ferrara fece parte della cerchia degli intimi di Lucrezia Borgia, a Firenze frequentò le riunioni letterarie degli Orti Oricellari, a Roma ricoprì numerosi incarichi sotto i pontificati di Leone X, Clemente VII e Paolo III. Conobbe Niccolò Machiavelli, Pietro Aretino, Luigi Alemanni, Bernardo Tasso, Pietro Bembo, Francesco Guicciardini, e molti letterarti e scrittori italiani del primo Cinquecento, con molti dei quali intrattenne rapporti epistolari di schietta amicizia.
Ma, principalmente, Trissino fu un cortigiano votato alla politica e alla diplomazia, sempre impegnato a svolgere delicate missioni ora presso l’imperatore (conobbe e ammirò Carlo V, e vide in lui una sorta di nuovo Giustiniano) ora presso il pontefice, viaggiando instancabilmente per tutta l’Italia.
Fu un letterato squisito e raffinato, seguace delle teorie poetiche di Aristotele e ammiratore entusiasta della civiltà ellenica e della storia bizantina. La sua cultura di grecista lo portò a conoscere in lingua originale le maggiori opere dei grandi poeti e romanzieri ellenistici e bizantini, in particolare di Giorgio di Pisidia, Nonno di Panopoli, Paolo Silenziarlo, Niceta Eugeniano e Costantino Manasse.
Ebbe una personalità schietta, pacata, incline al sogno e alle astrazioni poetiche, anche se ricoprì incarichi diplomatici di rilievo che lo portarono a trattare con monarchi, pontefici e imperatori.
Fedele all’ideologia imperiale (non a caso fu un sincero ammiratore di Dante e un attento lettore del De Monarchia), vagheggiò la restaurazione di un impero cristiano che si estendesse dalle Americhe sino al Vicino Oriente, sempre sperando che i principi cristiani intervenissero in armi contro gli Ottomani per liberare l’Anatolia dal loro giogo e consentire la rinascita (ovviamente impossibile) del defunto impero bizantino. E questa sua fedeltà all’idea imperiale fu così forte tanto che lo indusse a dedicare il suo poema, L’Italia Liberata, all’imperatore Carlo V, dopo avere, per molti anni, servito fedelmente, con zelo e con indubbia lealtà, l’imperatore Massimiliano, predecessore di Carlo.
Non appena era libero dai suoi impegni di cortigiano e di diplomatico, Trissino si dedicava interamente alla letteratura: il suo temperamento prediligeva i toni idilliaci ed elegiaci della poesia e il suo afflato epico tendeva a stemperarsi in un languore che, sotto certi aspetti, pare avvicinarsi alla poesia dell’ultimo Tasso, in particolare quella del Mondo Creato.
Scrisse numerose opere, ma quelle che gli dettero fama furono il poema epico L’Italia Liberata dai Goti, la tragedia Sofonisba, le Rime e la commedia I simillimi.
Oggi, questo poeta è quasi completamente sconosciuto al grande pubblico, e ciò è un vero peccato, poiché si tratta, invece, di una voce molto originale all’interno del vasto panorama letterario del Cinquecento italiano.
Al poema L’Italia Liberata  Trissino dedicò più di vent’anni di lavoro: lo iniziò nel 1527 e lo portò a termine soltanto nel 1547. Scritto in endecasillabi sciolti e suddiviso in ventiquattro libri, narra le imprese belliche dei generali bizantini Belisario e Narsete durante la lunga e sanguinosa Guerra Greco-Gotica (535 – 553 d.C.), voluta da Giustiniano, Imperatore di Bisanzio, per sottrarre l’Italia al barbarico dominio dei Goti ariani.
Si tratta di un poema assai lungo, che è sempre stato giudicato noioso e prolisso e che, purtroppo, non ha mai incontrato il favore del grande pubblico. Ciò dispiace, in quanto, pur non essendo un capolavoro, è caratterizzato da una ispirazione epica e da una prodigiosità inventiva davvero non di poco conto, anche se, occorre rilevare, il tono epico del Trissino è spesso altalenante tra l’elegiaco e, in alcuni casi, anche il comico (come, per esempio, quando descrive la vestizione del basileus Giustiniano, oppure, le apparizioni dell’angelo Nettunio e dell’angelo Onerio, che presiedono, rispettivamente, il dominio dei mari e quello dei sogni).
In sostanza, l’accusa che la critica mosse la poema trissiniano sin dal suo primo apparire, fu quella, come ho accennato, di una banale prosaicità e di una prolissità ingiustificata. Difetti, questi, che sono certo riscontrabili nel poema, ma che, a parer mio, sono stati troppo esagerati.
Infatti, onde evitare di finire nello stucchevole e nel prolisso, Trissino decise di usare l’endecasillabo sciolto e non l’ottava (metro abituale dei poemi epici) proprio con l’intento di non cadere nella stucchevole tiritera delle rime, alfine di far sì che i personaggi dell’opera potessero esprimersi in un linguaggio assai più vicino a quello del parlato quotidiano. E, in effetti, questa sua scelta fu poi seguita anche da Torquato Tasso, il quale, proprio in endecasillabi sciolti, compose il suo Mondo Creato.
Forse, ciò che non piace del Trissino è il suo languore onirico, il suo marcato accento elegiaco che si riflette come un vero e proprio marchio su quelle che sono le grandi tematiche dell’epica (la fedeltà agli ideali, l’amicizia, l’amore, l’eroismo), la sua inclinazione a scansare i toni troppo alti e roboanti per lasciare più spazio al linguaggio sommesso del quotidiano, la sua innata propensione alla didascalicità che, in un poema come L’Italia Liberata, finisce per appesantire un po’ troppo il già ampio e solenne discorso poetico.
I personaggi del poema, sia i bizantini (ai quali vanno, ovviamente, tutte le simpatie dell’Autore), sia i goti (ritratti con rispetto nella loro fierezza di guerrieri barbarici, anche se bollati come nemici dell’ortodossia cristiana), sono raffigurati magistralmente, mentre molto realistiche e concrete appaiono le figure degli eroi protagonisti (Giustiniano, Belisario, Vitige, Narsete, Torrismondo, Faulo, Giustino, Tebaldo, Galeso, Elpidia e Corsamonte, solo per citarne alcuni tra i tanti), i quali parlano un linguaggio molto piano, semplice, scorrevole e prosaico, niente affatto altisonante (alla Tasso, per intenderci) e assai vicino al lessico quotidiano dei dotti dell’epoca trissiniana.
Questo, che costituisce, a parer mio, un lodevole pregio, fu reso possibile a Trissino soltanto grazie all’uso dell’endecasillabo sciolto, metro assai meno armonioso dell’ottava ariostesca o tassiana ma molto più indicato per la composizione di un poema epico che voglia evitare la sonorità cantilenante propria dei versi rimati.
Il realismo di Trissino, abbondante di descrizioni delle campagne desolate dalla lunga guerra, delle città assediate e date alle fiamme, delle penose condizioni di vita delle popolazioni italiche alla mercé degli eserciti goti e greci, non trascura però gli aspetti magici e soprannaturali, tanto cari all’epica rinascimentale.
La guerra tra bizantini e goti viene attentamente seguita dalle Potenze del Cielo e dalle Potenze delle Tenebre: l’Altissimo invia l’angelo Nettunio, l’angelo Onerio e l’angelo Gradivo in soccorso dei greci, mentre i demoni infernali parteggiano per gli eretici goti, che il poeta bolla sprezzantemente come barbari nemici della vera fede cristiana ortodossa.
Nel poema, poi, compaiono figure di maghi e di streghe, di giganti e di orchi, di ninfe e di cavalieri erranti, le quali rivelano chiaramente la grande influenza che i poemi cavallereschi del Pulci, del Boiardo e dell’Ariosto esercitarono sulla fantasia poetica trissiniana. L’armamentario fantastico proprio dell’epica cavalleresca non viene affatto accantonato da Trissino, il quale, in perfetta sintonia con quanto afferma Tasso nei suoi Discorsi del poema eroico, ritiene irrinunciabile l’apporto di elementi soprannaturali, fiabeschi e favolosi all’austero districarsi della vicenda epica.
Tutto ciò mi pare decisamente positivo, in quanto, pur con i dovuti distinguo, inserisce L’Italia Liberata nel solco dei grandi poemi epici cinquecenteschi, cioè il Furioso e la Liberata, i quali, come è noto, abbondano di elementi fantastici e di episodi romanzeschi (e le vicende narrate da Trissino del gigante Faulo e di Elpidia e Corsamonte lo dimostrano ampiamente).
Occorre anche rilevare che il poema esprime in gran parte la personalità del Trissino, che fu un gentiluomo sobrio e meticoloso, molto attento all’esteriorità, decisamente cortigiano, desideroso di evasioni poetiche ma, al tempo stesso, concretamente realistico e molto attento alle esigenze quotidiane dell’esistenza.
E forse, anche a questo, si deve buona parte della sua prolissità descrittiva, di quel suo indugiare su aspetti, eventi, situazioni che non paiono poi così indispensabilmente funzionali all’economia del poema. In effetti, nell’Italia Liberata c’è molto dello spirito, degli ideali e del carattere del Trissino: d’altronde, fu un’opera che lo tenne impegnato per ben vent’anni, e nella quale, proprio come fecero l’Ariosto e il Tasso con i loro poemi, egli riversò tutto se stesso, tutto il suo mondo interiore, tutto il suo universo fantastico, tutta la sua concezione della vita e del mondo terreno e celeste.
Nelle storie del Teatro Italiano, la figura di Trissino viene anche ricordata per la tragedia Sofonisba, definita da molti critici la “prima tragedia regolare italiana”, modellata sull’esempio di quelle greche di Sofocle e di Euripide.
Come ho già detto, Trissino fu un ammiratore entusiasta dei greci, e con la sua Sofonisba volle imitare i modelli ellenici, considerati semplici e solenni al tempo stesso nonché ferramente regolati dalle tre unità drammatiche aristoteliche (alle quali tutto il teatro classico faceva riferimento).
Purtroppo, oggi, quasi più nessuno legge L’Italia Liberata dai Goti e la Sofonisba, e questa è una grave offesa che si fa alla memoria di Trissino, un uomo che dedicò alla poesia e alla letteratura la sua intera esistenza. Non vi sono edizioni moderne del suo poema (mentre la Sofonisba è stata ripubblicata nel volume dedicato alla tragedia italiana nella collana “Classici Italiani” della torinese Utet e le Rime sono invece state riedite dall’editore vicentino Neri Pozza), non si organizzano più convegni di studio sulle sue opere: lo sventurato Trissino è veramente caduto nell’oblìo.
Spero, con questo mio scritto, di averlo riportato, almeno per un poco, all’attenzione dei lettori. Rispolverarne di tanto in tanto il nome, dati i suoi eccellenti meriti letterari, mi sembra perlomeno giusto e doveroso.



 

Ulisse Barbieri  (1841 – 1899)
Il drammaturgo scapigliato difensore degli emarginati

No, non è patriottismo, no, per Dio!!!  
Al massacro mandar nuovi soldati,
né tener là… quei che si son mandati
perché dei vostri error paghino il fio!
Ma non capite… o branco di cretini…
che i patrioti… sono gli Abissini?...
 

Ribellione,  Dopo il disastro…

Ci sono molti scrittori della nostra letteratura che, purtroppo, anche se dotati di ingegno e fantasia, e sebbene rivelatisi autori di originali ed interessantissime opere, sono precipitati nell’abisso dell’oblìo editoriale, e da questo sembra che davvero non possano più riemergere. È dunque compito di noi odierni scrittori e dei critici non prezzolati, riscoprire questi minori dimenticati e riportarli alla luce, affinché le loro opere siano nuovamente divulgate e i loro nomi – a torto dimenticati – tornino ad essere conosciuti e apprezzati.
Uno di questi autori (a parer mio ingiustamente ritenuto un “minore”) è il mantovano Ulisse Barbieri, nato a Mantova nel 1841 e morto a San Benedetto Po nel 1899.
Di temperamento focoso, gioviale, audace e fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente democratici.
Sin da adolescente fu un vorace lettore, appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico. Fu in quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso disordinate e dispersive, caratterizzate dalla passione travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro. All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi attraversavano le terre irredente.
A soli sedici anni conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo imperiale. Nelle prigioni di Mantova e di Peschiera, Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole, briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma, mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse spunti e materiale immaginario per tante sue successive opere letterarie.
Uscito di prigione a vent’anni, si arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe Garibaldi.
Negli anni che andarono dal 1862 al 1866, viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo, mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso sfocianti nel soprannaturale.
Sostanzialmente, Ulisse Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche, poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al soprannaturale e all’orrorifico.
Egli fu il creatore di un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano, soprattutto, agli strati più umili e più emarginati dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi macabri e sanguinosi portavano in scena passioni travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali, erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei prepotenti.
La sua smisurata produzione teatrale comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La Monaca di Cracovia, Lord Byron, Trenta omicidi per un’ora d’amore, Il Frate di Segovia, Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di sangue, Le orge della regina di Spagna; romanzi “neri” di amore e morte, sconfinanti spesso nel soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La Nina di Trastevere, Il Nano della Strega, Il Palazzo del Diavolo, I briganti greci; raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione; prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel volume I volontari del Tirolo: memorie di un garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi, creatore di un teatro e di una narrativa decisamente popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in “anticipo” sui tempi.
Sorprendono, infatti, certe sue intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni, sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del periodo e della sintassi. Insomma, un innovatore a tutto campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi, capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente e scabrose del folclore e della tradizione popolare, per rinvigorirle con al sua potente concezione drammatica, la quale, sotto certi aspetti, presiede anche alla stesura delle sue farraginose e strabilianti opere narrative, propendenti al sensazionale, all’orrido, al patetico e al raccapricciante.
Ma Barbieri, come ho già detto, non si limitò a fantasticare e a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi tenebrosi di incubo o di sogno: a suo modo fu anche un verista, un esponente di quelle correnti letterarie che amano trarre dalla quotidianità della cronaca nera o delle lotte sociali, la fonte di ispirazione per vicende narrative e drammatiche di forte impatto emotivo.
Spronato dal suo temperamento impetuoso, temerario, irruente, per nulla incline alla moderazione e al compromesso, non si fece scrupolo nel mettere alla gogna molti politici locali e nazionali, scrivendo feroci pagine satiriche contro i crack finanziari dell’epoca e contro i politicanti colonialisti come Crispi e Giolitti, evidenziando soprattutto le ingiustizie sociali e le lotte di classe, ragion per cui fu sovente perseguitato dai tribunali di giustizia e dalla polizia.
Nel 1886, stufo di dover elemosinare i diritti delle proprie opere dagli impresari teatrali e dagli editori-stampatori (che, non a torto, come disse poi anche Emilio Salgari, li definì “vampiri e sanguisughe assetate del sangue degli scrittori liberi e senza padroni”) lasciò l’Italia per il Brasile, dove si recò per allestire spettacoli teatrali per i numerosi braccianti italiani che lavoravano nelle grandi fazende.
Vi rimase per ben dieci anni, e anche lì, in Brasile, prese le difese dei poveri e degli sfruttati, degl’indios e dei meticci, scontrandosi spesso con i ricchi latifondisti che angariavano e sfruttavano i loro braccianti, da vero e proprio paladino dei deboli, dei poveri e degli emarginati. Celebri furono i suoi vulcanici scontri verbali con quei proprietari terrieri crudeli e senza scrupoli, che facevano lavorare i contadini sotto un sistema di caporalato brutale e disumano, dove il ritmo del lavoro era scandito dai sibili spietati della frusta.
Tornato in Italia, nella nativa Lombardia, riprese a girovagare ovunque si allestisse un suo dramma o si stampasse un suo romanzo, spostandosi da Mantova a Como, da Milano a Torino, da Genova a Venezia, instancabilmente, sebbene fosse già ammalato di cancro e consunto nel corpo e nello spirito.
Visse gli ultimi anni di vita a San Benedetto Po, in estrema povertà, finché morì, nel 1899, divorato dal cancro e stremato dalla miseria.
A causa delle vicende cupe e tragiche dei suoi drammi e dei suoi romanzi, spesso popolati di vampiri, streghe, diavoli, spettri, e feroci assassini di ogni risma, gli venne appioppato, come racconta Edmondo De Amicis in una sua cronaca dell’epoca, il nomignolo di Ulisse il Sanguinario, ma sanguinario Barbieri non lo era davvero. Fu semplicemente uno scrittore fantasioso e stravagante, che si lasciava facilmente suggestionare dai delitti efferati della cronaca nera, dalle leggende tenebrose della tarda età romantica e dai periodi più foschi e sanguinosi della recente storia europea.
I personaggi delle sue opere drammatiche e narrative sono i tiranni tormentati dai rimorsi delle nefandezze compiute, gli assassini disperati che uccidono senza mai riuscire a placare il loro furore, i demoni cacciati dal cielo e condannati a vagare come dannati sulla terra, i rivoluzionari costretti a spargere fiumi di sangue per affermare i loro sublimi ideali di libertà e di giustizia sociale, le streghe e i negromanti dediti alle più tenebrose e spaventevoli arti dell’occulto, le giovani innamorate vittime di amori tragici e contrastati, i religiosi che in preda al fanatismo più intollerante si trasformano in crudeli mostri assetati di sangue.
Nelle liriche, in particolare in quelle della raccolta intitolata Ribellione, stampata a Lugo, in Romagna, nel 1887, troviamo invece un poeta libertario e antimperialista che si batte strenuamente contro la politica coloniale delle potenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania, Italia) e che invita i popoli indigeni del Corno d’Africa, del Vicino Oriente e dell’Indocina, ad insorgere contro le prepotenze degli invasori bianchi e dei colonialisti europei che, proprio in quegli anni, iniziavano ad essere condannati anche nelle pagine dei romanzi avventurosi di Salgari.  
Celebre è il suo inno dedicato ai ribelli dervisci del Sudan seguaci del Mahdi (che si batterono contro i colonialisti britannici), famosi sono gli epigrammi che scrisse contro la politica coloniale del governo italiano in Abissinia, e altrettanto degni di nota sono i versi che compose in favore dei ribelli del Tonchino e della Cocincina in lotta contro le brutali truppe coloniali francesi, e degli Zulù in lotta contro i Boeri e i Britannici nelle vaste contrade selvagge del Sudafrica.
Barbieri fu dunque un fantasioso e geniale scrittore, e le sue opere dovrebbero essere oggi assolutamente rivalutate e ripubblicate. Per ora, soltanto la piccola casa editrice  Nomade Psichico, di San Niccolò Po (Mantova), ha pubblicato alcune opere barbieriane: I briganti greci, Il Palazzo del Diavolo, Il delitto legaleChe fanno al mondo (poesie varie). Una impresa editoriale indubbiamente meritevole, ma ci pare ancora troppo poco per un grande scrittore quale fu Ulisse Barbieri, così estremamente attuale, capace di  evocare mondi paralleli, di trascinare il lettore ora in atmosfere da incubo, ora in paesi in cui si lotta e si muore per nobili ideali di libertà e di indipendenza.
Ecco perché non lo si può lasciare nell’oblìo. Ulisse Barbieri è il letterato ribelle ad ogni giogo conformista, ad ogni compromesso morale, ad ogni imposizione politica o religiosa, e di questo genere di ribellione, al giorno d’oggi, la nostra consumistica società postmoderna, ha veramente tanto bisogno.



 

Pier Jacopo Martello  (1665 – 1727)
Il tragediografo arcadico del sogno e dell’idillio

Tu, che per volger d’anni mai, né per odio altrui,
Rimator, me sdegnasti compagna ai versi tui,   
e, che sebben m’avesti gran tempo a te crudele,
or non puoi che lodarti di me qual di fedele,
sicché non sol volendo, ma non volendo ancora,
voce in te udisti a voce rispondere sonora;
a grand’uopo or sii meco, scordando il genio altero
per cui parvi affettare da prima in te l’impero.

La Rima vendicata,  Atto Primo, Scena Prima.  

Pier Jacopo Martello nacque a Bologna nel 1665 e in quella stessa città morì nel 1727.
A torto, oggi, viene considerato un “minore”, in quanto fu uno tra i maggiori tragediografi italiani vissuti tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII secolo, oltre ad essere un celebre poeta arcadico.
Trascorse un’infanzia serena, in una agiata famiglia bolognese, poi, dopo avere studiato medicina e filosofia nella città natale, soggiornò per dieci anni a Roma e per oltre un anno a Parigi, capitale della cultura europea, in qualità di segretario del cardinale Aldovrandi.
Il suo temperamento fu languido, fantasioso, sognante, e il suo carattere dolce e i suoi modi leziosi lo portarono ad accostarsi alla vita con una leggiadria davvero poetica, grazie alla quale si inserì alla perfezione nella cultura arcadica dell’epoca.
Sin da adolescente, i suoi amori più grandi furono per la poesia e la letteratura, in particolare il teatro, e a queste forme di espressività artistica consacrò gran parte della sua esistenza.  A all’età di soli vent’anni era già famoso a Bologna per le sue composizioni poetiche estremamente armoniose e musicali, caratterizzate da uno stile graziato, agile, molto incline a stemperare le passioni e ad evocare suggestive atmosfere bucoliche e fiabesche.
Fu subito affascinato dalla nascita della accademia dell’Arcadia (avvenuta a Roma, il 5 ottobre 1690, ad opera di un gruppo di letterati che solevano riunirsi per discutere di poesia e letteratura sotto la guida della regina Cristina di Svezia) e nel 1697 fondò nella propria città natale una “colonia” della celebre accademia, assumendo il nome pastorale di Mirtilo Dianidio, e raccogliendo attorno a sé una nutrita schiera di poeti bolognesi ed emiliani che gli riconoscevano la sua profonda cultura e le sue eccellenti doti di rimatore. 
Infatti, al Martello, gli studi di medicina e di filosofia furono utili per formarsi una vasta e notevole cultura (conosceva bene il greco e il latino ed era un appassionato estimatore delle letterature classiche), ma la poesia lirica e quella drammatica furono i suoi amori supremi, e la volontà di dare all’Italia un teatro tragico di ampio respiro, in grado di rivaleggiare con quello francese, fu il principale scopo della sua intensa carriera di letterato e di autore drammatico.  
Purtroppo, non essendo nato in una famiglia aristocratica o sufficientemente ricca per consentirgli di vivere di rendita senza dover lavorare, gli toccò dapprima porsi a servizio come segretario dell’austero cardinale Aldovrandi, nel 1708, quindi, stufo di dover sottostare alle ire e alle rampogne del bisbetico porporato, passò all’insegnamento ed esercitò l’attività di docente (fu professore di eloquenza) prima all’Università di Bologna e poi in quella di Roma, dal 1715 sino alla morte.
Prese parte attiva alla vita culturale dell’epoca (che, in Italia, era dominata dall’accademismo lezioso e bucolico dell’Arcadia) e, come ho già accennato, la sua produzione letteraria si rivolse soprattutto al teatro e alla poesia. Fu inventore di un verso che da lui prese nome (il famoso “martelliano”), formato dall’unione di due settenari, quindi per un totale di quattordici sillabe, modellato sull’esempio del celebre alessandrino francese (verso che Martello studiò a fondo durante il suo soggiorno parigino e con il quale i grandi autori tragici francesi, Corneille e Racine, avevano scritto le loro immortali tragedie).
Con questo tipo di verso, particolarmente melodioso e cadenzato, terminante con la rima baciata, molto musicale e discorsivo, martello scrisse le sue tragedie (tra cui ricordiamo Procolo, Alceste, Ifigenia in Tauride, Perselide, Sisara, I Taimingi, Arianna,, Gesù perduto, Rachele, La morte di Nerone), opere che risentono moltissimo dell’atmosfera idilliaca e patetica in cui stava immersa la cultura arcadica e che nulla hanno a che vedere con la titanica drammaticità delle tragedie alfieriane di fine Settecento.
Ma oltre alla smisurata produzione teatrale (comprendente anche commedie letterarie come Euripide lacerato, La rima vendicata, Lo starnuto di Ercole, Che bei pazzi!, Il piato dell’H, Il Femia sentenziato, A re malvagio consiglier peggiore), Martello si dedicò anche alla poesia bucolica (componendo il poema Gli occhi di Amarilli), alla poesia sacra (con il poema Gli occhi di Gesù) e alla poesia epica (con il poema Carlo Magno, purtroppo rimasto incompiuto per la sopraggiunta morte dell’autore).
Fu anche autore di dialoghi (Del Volo, Del Verso Tragico), di satire (Il Secretario Cliternate al Baron di Corvara) di poesie liriche (famose le Rime per la morte del figlio).
Nell’accademia d’Arcadia, Martello fu il celebre Mirtilo Dianidio, e la sua poetica fu perfettamente allineata alla direttive culturali impartite da questo movimento letterario riformatore che intendeva “purgare” la nostra poesia dalla tronfia e pomposa magniloquenza barocca del Marino e dei marinisti, i suoi stucchevoli e iperbolici seguaci.
Nella sua epoca, egli ottenne moltissimi riconoscimenti ed elogi: fu apprezzato come autore tragico e come poeta lirico, e tanto a Roma quanto a Bologna, nelle riunioni letterarie degli arcadi, le sue rime e i canti dei suoi poemi religiosi e pastorali (in particolare Gli occhi di Gesù e Gli occhi di Amarilli, dove il poeta esprime con versi melodiosi e ricchi di pathos, tutto il suo fervido mondo interiore, affascinato sia dagli ideali bucolici dell’Arcadia, sia dal misticismo sentimentale tipico della religiosità tutta esteriore del proprio tempo) venivano frequentemente letti e declamati.
Martello cantò le bellezze della natura e della vita bucolica, le delizie soavi dell’amore e la speranza della fede cristiana, indulgendo verso un sentimentalismo languido e patetico. Fu un  letterato dotato di grande cultura, un convinto classicista che scriveva in prosa latina i dialoghi delle sue tragedie prima di verseggiarli, un drammaturgo che ambì riformare il teatro tragico italiano secondo le caratteristiche proprie della cultura arcadica ma senza giungere alle pedisseque imitazioni ipergrecizzanti del Gravina (austero arcade e grecista fanatico, autore di cinque tragedie direttamente modellate sugli esempi classici greci).
Egli credette di risolvere i problemi del teatro tragico italiano sostituendo l’endecasillabo con il martelliano e uniformando le trame e i personaggi delle tragedie alle nuove regole della cultura arcadica. Ma lo stesso clima culturale arcadico, così patetico, così idilliaco, così sognante e così languidamente sentimentale, non favoriva certo la nascita di robusti spiriti tragici.
Perciò, anche nelle sue tragedie migliori, Martello continuò a comportarsi da arcade. In esse non v’è nulla di sanguinoso, né di terribile, né di epico e di potentemente drammatico. I suoi personaggi tragici non smaniano di furore indomito, non sono sanguigni e tenebrosamente cupi, non sono lacerati da titaniche e contrapposte passioni devastanti, muoiono quasi tutti fuori scena e non danno mostra al pubblico di alcun spargimento di sangue che potesse offenderne il gusto e la sensibilità. Quanta differenza, dunque, dalla futura tragedia alfieriana, tutta percorsa da fremiti sanguigni e gravida di omicidi atroci e di tumultuosi scontri interiori!
Martello fu, sostanzialmente, un poeta immaginoso e sognante, che offrì il meglio di sé nei componimenti bucolici e nelle rime amorose ed elegiache (come quelle composte per la morte prematura del diletto figlio Odoardo, arcaicamente chiamato Osmino). In tali scritti, l’anima candida e languida del poeta bolognese riuscì ad esprimersi compiutamente, e tutt’oggi è ancora capace di trasmettere al lettore tutto l’incanto degli idilliaci mondi di sogno che la sua anima immaginosa racchiudeva in sé.
Quella di Martello, quindi, è una poesia che invita a sognare, che rasserena e che non va oltre l’esaltazione degli affetti più pacati e più quotidiani dell’animo umano. Per questo non poteva essere tragica (e infatti non lo fu), ma resta comunque una importante testimonianza della poesia arcadica della prima metà del Settecento, ed è soprattutto per questo motivo che non la si dovrebbe dimenticare.
Occorre infatti evidenziare che Mirtilo Dianidio, oltre che autore tragico, ambì anche primeggiare nel genere comico, e infatti fu inventore di tutta una serie di “commedie letterarie o da camera” che riscossero un certo successo tra gli arcadi. Si tratta di testi teatrali, in versi, che egli scrisse per gli accademici, con il chiaro intento di rivolgersi ad un pubblico colto, appassionato di poesia e avvezzo a disquisire di problematiche letterarie e di innovazioni metriche e stilistiche.
Per questi motivi, il suo teatro comico non ha nulla a che vedere né con il teatro popolare e grossolano della Commedia dell’Arte né con quello borghese definito “lacrimoso” tipico dei decenni successivi alla riforma teatrale goldoniana. Egli sapeva di rivolgersi ad un pubblico ristretto, era ben cosciente di ciò, tanto da scriverlo nella Prefazione alla commedia Euripide lacerato, ma questo rientrava appunto tra i suoi obiettivi: la creazione di un genere comico colto e nobile, da contrapporre al teatro istrionico e popolaresco che attirava la gente della strada ma che si rivelava assolutamente incapace di soddisfare le esigenze di “diletto istruttivo” dei nobili gentiluomini, dei porporati colti e dei letterati delle accademie.
Ovviamente, fu un genere teatrale che non ebbe successo, in quanto troppo elitario e troppo lontano dalle aspirazioni e dagli ideali della emergente classe borghese che, di lì a poco, avrebbe trovato nel veneziano Carlo Goldoni e nelle sue commedie riformate il proprio ineguagliabile cantore.
Negli ultimi anni della sua vita, Pier Jacopo Martello si dedicò anche alla poesia epica, componendo il Carlo Magno, purtroppo rimasto incompiuto ai primi canti. Il poeta si proponeva di narrare le gesta del celebre re franco e dei suoi paladini, esaltando le sue imprese guerresche contro i Longobardi, i Sassoni, gli Avari e i Mori di Spagna, i suoi numerosi amori e la sua incrollabile fede che lo condusse a diventare difensore della Chiesa di Roma. Ma egli non aveva la vocazione epica: era un arcade nella mente e nel cuore,  e le ottave che riuscì a comporre sono estremamente languide, bucoliche, pregne di sentimentalismo, a tratti retoriche, oscillanti tra il patetismo e la magniloquenza, ma lontanissime da quel sincero afflato epico che permea le stanze della Gerusalemme Liberata del Tasso o quelle del Conquisto di Granata di Girolamo Graziani. Ragion per cui, l’incompiutezza di questo ambizioso e velleitario poema nulla aggiunge alla consolidata fama dell’arcade bolognese.
Il Teatro di Pier Jacopo Martello è stato pubblicato in tre volumi dalla casa editrice Laterza, mentre la raccolta di poesie Rime per la morte del figlio è reperibile nella Collana di Poesia pubblicata dalla casa editrice Einaudi. Manca un’edizione completa delle opere, e questo è assai grave, soprattutto se si pensa che Martello, nel bene e nel male, resta comunque uno tra i più significativi poeti dell’Arcadia e della civiltà letteraria italiana dei primi decenni del XVIII secolo.



 

Giambattista  Giraldi  Cinzio  (1504 – 1573)

Il truce tragediografo della Ferrara cinquecentesca

Giambattista  Giraldi  Cinzio

Ben è vana, e fugace    

questa felicità nostra mortale,

ch’un ombra è de l’eterna,

e a chi ne la divina l’alma interna

quanto più bella par, tanto men vale.

Dunque a quella immortale,

ch’è là dov’è il Signor che ‘l ciel governa,

chiunque il ver discerna,

del veloce pensier spiegar dee l’ale,

e lasciar questa frale

qui godere a gli sciocchi,

cui le cose terrene appannan gli occhi.

 

 Orbecche,  Atto Quinto, Scena Quarta.     

 

Giambattista Giraldi detto Cinzio (epiteto datogli da una donna da lui amata) nacque a Ferrara nel 1504 ed ivi morì nel 1573.
Studiò medicina e filosofia nella città natale, fu un fervente seguace delle teorie poetiche aristoteliche e si dedicò con esuberante passione alla poesia e alla letteratura, in particolare al teatro e alla narrativa.
Fu, sostanzialmente un medico mancato, in quanto, più che appassionarsi ai salassi e alle pratiche chirurgiche, preferì darsi al teatro e alla narrativa, rivelando un estro tragico e una fervida fantasia davvero assai vivaci. Infatti, il suo spirito era incline alle meditazioni drammatiche, scorgeva sempre il lato tragico dell’esistenza ed aveva una particolare predilezione per i delitti truci e sanguinosi e per le crudeltà e le nequizie di cui è capace l’animo umano.
Dopo aver conseguito il dottorato in arti speziali e mediche, nel 1531 fu chiamato a ricoprire la cattedra di dialettica all’Università di Ferrara, il che testimonia quanto il Giraldi fosse già noto in ambito ferrarese per la sua cultura umanistica e le sue qualità letterarie. Aveva incominciato ad interessarsi di teatro sin dagli anni dell’adolescenza, era stato un precoce lettore di Seneca, Sofocle ed Euripide, e già dagli anni universitari aveva iniziato ad elaborare una sua precisa e personale concezione tragica e drammaturgia.
Il suo temperamento fu focoso e passionale, ma negli studi e nelle attività letterarie si dimostrò sempre un pedante seguace di Aristotele, scrupoloso seguace della Poetica dello Stagirita, anche se, per quanto concerne la sua concezione del teatro tragico, si lasciò influenzare assai più dal latino Seneca che non dal greco Aristotele. La sua fantasia tendeva decisamente al macabro, aveva uno spiccato gusto per l’orrido e per l’esotico, e la sua passione per il teatro si amalgamava perfettamente con quella per la narrativa: infatti, dalle novelle che scriveva, spesso nascevano i soggetti più efficaci per le sue truculente tragedie.
Grazie alla fervida immaginazione che lo sosteneva, egli scrisse parecchi testi tragici, testi che poi egli stesso, cimentandosi anche come capocomico, allestiva per il pubblico aristocratico della corte estense di Ferrara, sempre avido di stravaganti spettacoli e di novità teatrali.
I suoi rapporti con la signoria degli Este furono piuttosto intensi, soprattutto a partire dal 1547, anno in cui fu nominato segretario del Duca di Ferrara, per il quale si occupò di allestimento di spettacoli teatrali, feste e banchetti, come aveva già fatto l’Ariosto una ventina di anni prima.
Durante questo fortunato periodo, il Giraldi entrò in fiera polemica con Giambattista Pigna, poeta e letterato alla corte ducale, il quale lo accusò di averlo defraudato delle proprie idee drammatiche.
Nel 1543, dopo aver già composto diverse tragedie (tra cui la celebre Orbecche, scritta nel 1541 e ispirata ad un lontano fatto di sangue accaduto alla corte del Sultano di Persia) Giraldi scrisse il Discorso intorno al comporre delle commedie e delle tragedie, un tratto di teoria drammaturgia chiaramente ispirato alla Poetica aristotelica ma frutto delle numerose disquisizioni intorno ai generi letterari che, abitualmente, si svolgevano tra i letterati a servizio del Duca. Il Pigna, spirito polemico e permaloso, affermò che il Giraldi aveva espresso nel trattato quelle che invece erano le sue idee, ragion per cui i due letterati divennero acerrimi avversari: si insultarono e si denigrarono a vicenda, pare che uno dei due tentò addirittura di schiaffeggiare l’altro, e forse sarebbero anche giunti alla colluttazione o ad un duello se il Duca, che parteggiava per il Giraldi, non avesse messo a tacere il bofonchiante e rancoroso Pigna.
In quel periodo, tra l’altro, il Giraldi viaggiò moltissimo, compiendo delicate missioni diplomatiche per il suo signore: tra il 1547 al 1563 soggiornò a Torino, a Firenze e a Venezia, alternando l’attività diplomatica a quella di letterato e di tragediografo, riscuotendo ovunque apprezzamenti e riconoscimenti per la sua attività di autore tragico.
Nel 1561, con la salita al trono estense del Duca Alfonso II, mecenate e protettore del bisbetico Pigna, Giraldi fu costretto a dimettersi dal suo prestigioso incarico, in quanto il suo avversario non perse tempo nel denigrarlo e infamarlo agli occhi del nuovo Duca. A malincuore, il tragediografo dovette tornare alla sua accantonata attività di medico, anche se, ormai, la sua fama di letterato e di autore tragico lo aveva reso celebre in molte corti dell’Italia del Nord.
Allontanatosi da Ferrara, si recò dapprima a Torino, alla corte dei Savoia, dove accettò la nomina di professore di umane lettere, che esercitò dapprima a Mondovì e successivamente a Torino. Quindi, nel 1565, si recò a Pavia, dove soggiornò alcuni anni, sempre allestendo spettacoli drammatici e intervenendo in dispute filosofiche e disquisizioni letterarie.
Infine, stanco e malato, pieno di nostalgia per la sua amata Ferrara, nel 1571 tornò nella città natale, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita gravemente malato, finché la morte non lo colse nel dicembre del 1573.
Giraldi Cintio è noto come il maggior rappresentante del teatro tragico italiano di impronta senechiana, cioè, ispirato alla concezione tragica dello scrittore latino Seneca, autore di tragedie particolarmente truci e sanguinose.
Fu un autore piuttosto prolifico: scrisse infatti ben dieci tragedie (tra cui ricordiamo Orbecche, Arrenopia, Cleopatra, Selene, Eufimia, Didone, Altile, Antivalomeni), la favola pastorale Egle, il poema epico-mitologico Ercole (purtroppo rimasto incompiuto), il già citato Discorso sulle commedie e sulle tragedie e un Discorso intorno al comporre dei romanzi (cioè, i poemi cavallereschi), rivelandosi scrittore estremamente poliedrico, capace di trattare con eguale abilità tanto l’armoniosa ottava del poema epico quanto l’austero endecasillabo sciolto della tragedia.
I suoi maestri tragici furono principalmente, come ho già accennato, il greco Aristotele e il latino Seneca. Dal primo apprese i precetti della Poetica, riconducenti tutto ad una rigorosa unità e ad una razionale strutturazione dell’opera letteraria. Dal secondo, derivò appunto il modello “senechiano” del teatro tragico: volle dar vita, cioè, a tragedie sconvolgenti, sanguinose, caratterizzate da delitti efferati, stragi orrende, crudeltà e atrocità minuziosamente descritte dai personaggi, capaci di suscitare, attraverso azioni “grandi e terribili”, fortissime reazioni emotive tanto negli spettatori quanto nei lettori.
Le Tragedie costituiscono l’opera più importante di Giraldi Cinzio: sono tutte di argomento particolarmente truce e sanguinoso, e portano sulla scena eventi terribili come parricidi, uxoricidi, fratricidi, il tutto immerso in atmosfere lugubri, tenebrose, contrassegnate da una violenza e da una ferocia spaventose, atte appunto a provocare la “catarsi”, vale a dire la purificazione degli animi degli  spettatori.
In pratica, Giraldi tentò di attuare un vero e proprio “teatro dell’orrore”, ed ebbe persino l’ardire (e per l’epoca in cui visse non era certo cosa da poco) di far comparire sulle scene teste mozze e cadaveri insanguinati (ovviamente finti), il che apportava un grande elemento di novità nel panorama decisamente statico della tragedia rinascimentale italiana. Ed è soprattutto per questo suo “gusto dell’orrido” che Giraldi Cinzio viene ancor oggi citato nelle storie del teatro italiano e nei manuali della nostra letteratura cinquecentesca.
Egli fu, però, anche un teorico delle proprie opere letterarie: nel citato Discorso sulle commedie e sulle tragedie sostenne che per condurre lo spettatore alla catarsi (cioè, alla purificazione spirituale delle passioni smodate) era necessario sottoporlo alla visione di opere tragiche raccapriccianti, sanguinose e terribili, in modo da condurlo, attraverso i sentimenti dell’orrore e della pietà, a liberarsi dalle passioni negative e bestiali che si agitano nelle tenebre del nostro inconscio; invece, nel Discorso intorno al comporre dei romanzi, si propose di salvaguardare l’esperienza geniale del poema ariostesco amalgamandola però con una molteplicità di azioni eroiche riferite ad un solo protagonista (come fece appunto con il suo poema Ercole, incentrato sulle imprese del celebre eroe della mitologia greca).
Ma c’è un’altra grande opera del Giraldi che merita di essere ricordata: la raccolta di novelle intitolata Ecatommiti (il cui titolo grecizzante significa “Cento Novelle”), modellata sull’esempio illustre del Decamerone di Giovanni Boccaccio.
Giraldi Cinzio, infatti, inserisce le sue cento novelle all’interno di una cornice, come già aveva fatto il novelliere di Certaldo, immaginando che un gruppo di giovani donne e giovani uomini sfuggiti al terribile Sacco di Roma da parte delle armate dei lanzichenecchi imperiali (avvenuto nel 1527), si imbarchi a Civitavecchia, e lì, mentre il vascello veleggia verso Marsiglia, decidano di trascorrere le monotone giornate raccontandosi novelle (distribuite in dieci decadi collegate l’una all’altra da canzoni, secondo il fortunato modello boccaccesco).
Nascono così la novella del Moro di Venezia (il famoso Otello che ispirerà a Shakespeare l’omonima tragedia), quella di Orbecche principessa di Persia (dalla quale Giraldi deriverà anche una tra le sue migliori tragedie) e quella narrante la vita lussuriosa e avventurosa della bellissima Tullia d’Aragona. Insomma, un’opera narrativa che ebbe fortuna anche oltre i confini italiani e che resta una delle raccolte di novelle più interessanti del nostro Rinascimento.
Purtroppo, Giraldi Cinzio è sempre stato considerato un autore minore, addirittura di terz’ordine, e non esiste nessuna edizione moderna completa delle sue opere, nemmeno degli Ecatommiti. Di lui si possono leggere soltanto il dramma pastorale Egle, pubblicato dalla casa editrice Quattro Venti nel 1984, e la tragedia Orbecche, inserita nel volume La tragedia classica dalle origini al Maffei, pubblicato dalla casa editrice torinese Utet, nell’ormai lontano 1968.
Davvero poco per un poeta e un letterato così versatile, che diede un contributo tanto originale al teatro tragico italiano. Il rammarico è dunque d’obbligo!



 

Carlo Gozzi  (1720 – 1806)
L’aristocratico commediografo avversario di Goldoni

Carlo Gozzi

Che stanno cicalando e consigliando?     
Tengon dieta contro al Solitario,                                             
che gli fa sonettin di quando in quando.
Che avverrà, che sarà del suo scenario?
Io non lo so, ma il vo raccomandando
a tutti i deretani per sudario.
Perché gli se’ contrario?
Perch’è tristo scrittor, poeta grosso,
perché vuol ch’io lo apprezzi, ed io nol posso.

 Rime,  Sonetto undicesimo.

Mentre ogni anno escono nuove edizioni delle commedie goldoniane non ci sono editori che si decidono a ripubblicare in edizione integrale tutte le opere poetiche, drammatiche e narrative, del conte Carlo Gozzi, il più implacabile avversario che Carlo Goldoni, il celebre riformatore della commedia italiana, dovette affrontare nella sua lunga attività di uomo di teatro.
Carlo Gozzi nacque a Venezia nel 1720 ed ivi morì nel 1806. Appartenente ad una famiglia dell’aristocrazia veneziana (ma di origini friulane) che si trovava in piena decadenza a causa dei gravi dissesti finanziari provocati dalla dissennata amministrazione del patrimonio familiare, Carlo trascorse l’intera vita a Venezia, ad esclusione dei pochi anni vissuti in Dalmazia (dove prestò servizio militare per la Serenissima Repubblica del Leone) e dei viaggi che periodicamente effettuava in Friuli (dove la famiglia disponeva di proprietà terriere scarsamente redditizie), dedicandosi interamente alla poesia e al teatro.
Ebbe un carattere solitario e alquanto scontroso, particolarmente incline alle divagazioni fantastiche e alle meditazioni immaginose. Non era un burbero, come di primo acchito poteva sembrare, ma, piuttosto, un sognatore solitario che amava appartarsi per poter meditare in tranquillità sulle storie esotiche e fiabesche che amava raccontare nelle sue commedie, nelle sue novelle e nei suoi poemi. Come intellettuale era d’indole assai polemica e molto sarcastica, amava graffiare e punzecchiare i suoi antagonisti e si lanciava con forte vis polemica in ogni diatriba teatrale e letteraria, spesso deridendo e canzonando i suoi rivali drammaturghi con sonetti e ottave estremamente frizzanti e mordaci.
Nell’ambito del teatro italiano settecentesco, il nome di Carlo Gozzi è noto infatti per aver preso parte alle più infuocate polemiche letterarie del suo tempo, in primis quelle teatrali, dove mostrò particolarmente sarcastico e sprezzante nei riguardi di Carlo Goldoni, della sua riforma teatrale e della cultura illuministica in generale.
Autore di divertenti poemi burleschi e satirici (Il Berlinghieri, La Marfisa Bizzarra, I sudori d’Imeneo, Gonnella, La Tartana degl’influssi all’osteria del Pellegrino), di prose autobiografiche e narrative (Le Novelle e le Memorie Inutili), nonché di numerosi drammi di cappa e spada di ispirazione spagnolesca e romanzesca (Le droghe d’amore, La malia della voce, La principessa filosofa,  La punizione nel precipizio, Il moro di corpo bianco, I due fratelli nemici, e numerosi altri), il Gozzi, purtroppo, viene oggi ricordato (quando lo si ricorda!) solo per le sue accanite polemiche goldoniane. Il che, è un vero peccato, perché Carlo Gozzi fu un letterato autentico, dotato di estro, fantasia e notevoli capacità espressive, sia in verso che in prosa.
Ma nella Letteratura italiana occupa un posto di rilievo solo quando si parla di Goldoni e della sua insensata riforma teatrale, che abolì gradualmente le Maschere della Commedia dell’arte e che portò sulle tavole dei palcoscenici italiani eroi borghesi, mercanti e popolani, tutti impegnati a disquisire di noiose tematiche sociali.
Goldoni fu fautore di un teatro realistico e borghese, ispirato al verisimile, permeato di ideali illuministici, animato da forti ideali di progresso sociale: ebbene, il conte Carlo Gozzi, aristocratico, conservatore, classicista, fu il più feroce avversario di Goldoni e del suo teatro riformato. Egli lo avversò sia con poemetti e poesie satiriche, sia con drammi che oggi occupano un posto di rilievo nella nostra letteratura teatrale, e cioè, le Fiabe Teatrali.
Carlo Gozzi, tra il 1760 e il 1765, ideò e compose dieci Fiabe Teatrali, scendendo in campo come alfiere del classicismo e della tradizione del Teatro delle Maschere, e proponendosi di combattere il realismo e le rivendicazioni sociali borghesi e popolari (presenti nei testi comici goldoniani) e caratterizzandosi come drammaturgo del fiabesco, del meraviglioso e dello stupefacente (ritornando, dunque, ad una sorta di drammaturgia decisamente barocca e seicentesca).
Nel volgere di pochi anni, Gozzi scrisse ben dieci Fiabe (L’Augellin Belverde, Il Mostro Turchino, Il Corvo, L’amore delle tre melarance, I pitocchi fortunati, Turandot, La Donna Serpente, La Zobeide, solo per citarne alcune), nelle quali fece ricomparire (dando ampio spazio ai loro lazzi e ai loro frizzi) le Maschere dell’Arte (Arlecchino, Tartaglia, Brighella, Pantalone, il Dottor Balanzone, Colombina), ponendole accanto a personaggi fantastici tipici del genere fiabesco (orchi, maghi, streghe, principesse incantate, geni, giganti, principi trasformati in bestie, e via dicendo), ispirandosi alla novellistica del Pentamerone del Basile, oppure del Pancatantra indiano tradotto dal Lasca, nonché alla favolistica seicentesca di Perrault e alla tradizione orale delle fiabe popolari italiane.
Il contenuto di queste fiabe, scritte parte in versi e parte in prosa, con alcune scene a soggetto per le maschere, è decisamente anti-illuministico e anti-goldoniano: con esse, il Gozzi intendeva flagellare i difetti e le carenze dell’opera goldoniana che, a parer suo, erano più riprovevoli e degne di biasimo: vale a dire, la mancanza di moralismo cattolico e di estetica poetica, la scarsa disciplina stilistica e linguistica (gozzi era un purista, membro dell’Accademia dei Granelleschi, quindi fautore di un linguaggio letterario modellato rigorosamente sulla lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio), la pericolosità sovversiva dei programmi di rinnovamento sociale e di rivendicazioni borghesi portati avanti dai mercanti, dai professionisti e dai popolani, protagonisti delle commedie goldoniane.
Certo, l’aristocratico Gozzi, che viveva di una modesta rendita e che scriveva i suoi testi teatrali senza farseli pagare (come invece faceva il borghese Goldoni, costretto a guadagnarsi il pane), non poteva agire diversamente. Egli percepiva tutta la pericolosità ideologica insita nella Riforma goldoniana, e si rendeva conto che portare sulle scene, come protagonisti di commedie, gondolieri e pescatori (come fece Goldoni ne La putta onorata e ne Le baruffe chiozzotte), significava sconvolgere, già a livello culturale, l’ordine sociale costituito.
Il fatto che, nelle commedie di Goldoni, i nobili venissero sempre ridicolizzati e presentati come dei parassiti, dei prepotenti o degli sfruttatori (ne sono un chiaro esempio il Cavaliere del Bosco ne La famiglia dell’antiquario, oppure il Marchese di Forlimpopoli e il Conte di Albafiorita ne La Locandiera), dava non poco fastidio al sarcastico conte Gozzi, il quale considerava le rivendicazioni classiste e gli ideali egualitari della cultura illuministica “socialmente pericolosi” e “moralmente ripugnanti”.
Per tali motivi (oltre che alle ovvie rivalità personali tra drammaturghi), tra egli si impegnò, anima e corpo, nella dura lotta contro la Riforma teatrale goldoniana, presentandosi quale sostenitore della gloriosa tradizione teatrale italiana delle Maschere (che Goldoni aveva gradualmente abolite dalle sue commedie) e, al tempo stesso, come spietato avversario della cultura razionalistica e progressista dell’Illuminismo, che combatté utilizzando l’allegoria delle fiabe e l’enigmaticità arcana dei personaggi fantastici della favolistica popolare (non a caso la sua maggiore fonte di ispirazione fu Il Pentamerone, ovvero Lo cunto de li cunti, la grande raccolta di favole e di fiabe campane di Giambattista Basile, fantasioso scrittore del Seicento).
Risultato: le Fiabe Teatrali del Gozzi ebbero un successo strepitoso e riuscirono, sebbene solo per qualche decennio, ad oscurare l’ormai affermato astro goldoniano.
Il pubblico veneziano, aristocratico e popolare, mostrò di gradire assai più i drammi fiabeschi di Gozzi piuttosto che le commedie borghesi di Goldoni, tanto che i teatri dove le Fiabe Teatrali venivano rappresentate erano letteralmente presi d’assalto da un pubblico desideroso di fiabe e di magie.
Deluso, amareggiato e risentito per lo scarso successo della sua Riforma borghese del teatro, l’avvocato Carlo Goldoni, nel 1762,a accettò l’invito dei comici italiani in Francia e partì alla volta di Parigi, lasciando così il Gozzi padrone assoluto dei palcoscenici veneziani, il quale continuò a scrivere commedie fiabesche sino al 1765, e poi, nei decenni successivi, commedie di cappa e spada, molto avventurose, che andavano decisamente incontro al gusto del pubblico dell’epoca.
Però, egli stesso, nella sua biografia intitolata Memorie Inutili, confessò che il periodo letterariamente più stimolante e più avvicente della sua vita, fu quello in cui polemizzò con il Goldoni e con l’abate Chiari, vivendo una stagione di creatività letteraria e di polemiche teatrali senza precedenti, stagione che rimpianse anche quando rimase l’unico indiscusso dominatore dei palcoscenici veneziani, dopo la partenza del Goldoni per Parigi e il ritorno dell’abate Chiari nella nativa Brescia.  
Carlo Gozzi morì a Venezia nel 1806, dopo aver scritto le Memorie Inutili, affranto e amareggiato a causa dell’abbattimento della Repubblica Serenissima da parte delle armate rivoluzionare di Napoleone Bonaparte e della successiva cessione di Venezia all’Austria, con il famigerato Trattato di Campoformio ricordato dal Foscolo nelle sue Ultime lettere di Jacopo Ortis.
I suoi ultimi anni furono quindi assai tristi, pieni di amarezza, di solitudine e di nostalgia: il piccolo mondo nel quale era sempre vissuto, la gloriosa e millenaria Repubblica del Leone, era scomparso per sempre, cancellato d’un colpo da un trattato di pace tra gli invasori francesi e i nuovi dominatori austriaci. Un nuovo mondo stava nascendo dallo sconquasso causato dalla Rivoluzione Francese e dalla bufera napoleonica, un mondo che il conservatore e reazionario conte Carlo Gozzi non poteva né capire né accettare, un mondo nel quale, egli, si sentiva assolutamente estraneo, fuori luogo, in totale disagio, proprio come lo erano i suoi personaggi fiabeschi quando entravano in contatto con la concretezza quotidiana della realtà.
Eppure, lo strepitoso successo delle Fiabe Teatrali (che riscossero applausi entusiasti anche in Austria e in Germania, dove vennero tradotte e rappresentate) fu una delle più stupefacenti e mirabolanti vittorie che, in campo letterario e teatrale, la fantasia e il fiabesco riuscirono a riportare sul realismo e sulla quotidianità dell’esistenza, così tanto magistralmente, invece, incarnata nelle commedie borghesi di Carlo Goldoni.
Oggi, le Fiabe Teatrali si possono leggere nella splendida collezione dei Classici Rizzoli, oppure nell’edizione di Bulzoni Editore, mentre le Novelle e una scelta delle Lettere sono leggibili nell’edizione della casa editrice veneziana Marsilio Editori.



 

Pietro Aretino  (1492 – 1556)
Il pornografo flagellatore di Principi e Pontefici

Pietro Aretino

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,
poiché tutti per fotter nati siamo;
e se tu ‘l cazzo adori, io la potta amo,
e sarìa ‘l mondo un cazzo senza questo.

Sonetti Lussuriosi,  Sonetto I

Nonostante il passare dei secoli e i cambiamenti di gusto, stile e mode letterarie, l’interesse per Pietro Aretino, il più spregiudicato e il più scandalistico scrittore italiano del primo Cinquecento, resta invariato, il che testimonia, a oltre cinque secoli di distanza dalla sua scomparsa, l’eterna validità di questo originale scrittore.
Pietro Del Tura, più comunemente noto come Pietro Aretino, perché così fu solito firmarsi, nacque nel 1492 ad Arezzo, figlio di un soldato e di una popolana di non umile famiglia. Il padre abbandonò la moglie e i figli quando Pietro era ancora bambino, e la madre divenne amante di un gentiluomo aretino, un certo Bacci, che si prese a cuore il di lei vivace figliuolo, lo fece studiare e vista la sua spiccata inclinazione per l’arte e per la poesia, lo inviò a Perugia, nella bottega di un pittore, affinché apprendesse i rudimenti di tale arte. Ma a Perugia, Pietro scoprì la sua vocazione poetica. Scrisse sonetti, capitoli e canzoni di intonazione petrarchesca, che pubblicò in un volume intitolato Opera Nova. Poi, dopo un breve soggiorno a Siena, ben deciso a tentare la carriera letteraria, si trasferì a Roma, nel 1517.  
L’Aretino era un uomo smodato e libidinoso, amante della buona tavola e delle belle donne: insomma, un ghiottone, un crapulone, un frequentatore di taverne e lupanari. Aveva la battuta sempre pronta, la risata gagliarda, e il suo tono era in perenne equilibrio tra il canzonatorio e l’adulatorio. Amava far bisboccia sino a tarda notte, spesso si ubriacava, e non passava sera senza che andasse, da solo o in compagnia di allegri puttanieri, in qualche bordello a “cavalcar bagasce”, come confessò egli stesso.
Roma, nel primo Cinquecento, era una città viziosa e godereccia, dove gli artisti potevano condurre esistenze scapestrate e irregolari, senza timore di incorrere in austere punizioni (come poi invece avvenne verso la fine del secolo, con l’imporsi soffocante della Controriforma). Infatti, anche i papi, i cardinali e gli altri prelati, a quell’epoca, non disdegnavano di sollazzarsi carnalmente con meretrici e prostituti, tanto che, nelle pasquinate (le celebri satire poetiche dell’epoca) il Vaticano era definito come uno “squallido bordello” e un “covo di baldracche e puttanieri vestiti di porpora”.
In quell’ambiente a lui così congeniale, l’Aretino si mise subito in mostra e si fece notare immediatamente: cercò di ingraziarsi potenti cardinali e prestigiosi uomini d’affari, scrivendo per loro poesie encomiastiche in cui ne tesseva pomposamente gli elogi, ma, al tempo stesso, si dette da fare per conoscere nel più breve tempo possibile, tutte le più avvenenti meretrici e tutte le più rinomate taverne dell’Urbe, in modo da tenere saldamente i piedi  in entrambi gli ambienti: quelli “alti” del potere e della ricchezza, e quelli “bassi” dei piaceri volgari e dei bagordi da strapazzo. E da tutti e due questi ambienti trasse ispirazione feconda per le proprie dissacranti e pungenti opere letterarie (come si può ampiamente riscontrare dalle Pasquinate, dai Sonetti Lussuriosi, dalle Commedie, dalle Sei Giornate).
Il suo carattere spiritoso, ilare, sboccato, sarcastico, libidinoso, ridanciano, lo fece presto benvolere dal ricco finanziere Agostino Chigi, il quale gli fece da mecenate. Così, sotto la protezione di un tale mecenate, Pietro Aretino iniziò a frequentare sia gli ambienti nobiliari e sia quelli ecclesiastici, divenendo di casa sia alla corte pontificia, sia nelle nobili dimore dei cardinali altolocati e degli aristocratici con cui il Chigi intratteneva ottimi rapporti di affari. E in tutti questi ambienti, lo scurrile poeta toscano riuscì a trovare amicizie, protezioni e ricchi compagni di bagordi, di orge e di lascivi piaceri carnali.
Ma il meglio della sua ispirazione poetica, l’Aretino la ottenne dalla lunga frequentazione dei trivi e dei postriboli, dove conobbe a fondo, in tutte le sue infinite e complesse sfaccettature, l’umanità sanguigna e sensuale delle meretrici, degli ubriaconi e degli avventurieri di ogni risma. E la sua frequentazione dei bordelli e dei lupanari fu così intensa e così profonda, tanto che divenne un vero e riconosciuto esperto nell’arte del meretricio (esperienza che trasferirà poi nei suoi celebri dialoghi puttaneschi, le già citate Sei Giornate).
A Roma, Aretino scrisse un’opera in versi, purtroppo andata perduta, di cui si conosce solo il titolo: Il Regno de la Morte, oltre, ovviamente, alle centinaia di pasquinate anonime per cui divenne celebre. Queste poesie satiriche feroci, piene di ingiurie e di termini triviali, venivano appese, anonime, alla statua mutilata di Pasquino, un residuo scultoreo dell’epoca ellenistica, al cui torso i poeti satirici appendevano i loro componimenti in versi, estremamente critici verso i Papi e i personaggi della Corte pontificia.
L’attività di Aretino come pasquinaro, iniziò probabilmente nel 1521, alla morte di Leone X, pontefice che aveva protetto Aretino, ospitandolo a corte. Aretino, alla corte del Papa, si era fatto molti nemici, e con la morte di Leone, temeva fosse eletto papa qualche cardinale a lui avverso, che non gli avrebbe riconfermato gli stessi privilegi di cui godeva sotto il papa mediceo. Così, Aretino iniziò a scrivere violente pasquinate, piene di sarcasmo e insulti, contro i porporati che, all’interno del Conclave, gli erano più ostili. L’elezione di Papa Adriano VI, un cardinale fiammingo che egli detestava, lo indusse a continuare i suoi attacchi poetici contro la Curia e il nuovo pontefice, facendo così aumentare il numero dei suoi avversari.
Dal 1522 al 1525 l’esistenza di Pietro Aretino fu più che mai turbolenta e pericolosa, in quanto la sua attività di poeta satirico, pur rendendolo famoso tra il popolo romano, gli alienò molte simpatie alla corte pontificia.
Nemmeno la morte di Adriano VI e l’elezione a papa di un altro Medici, Clemente VII, fu sufficiente a migliorare la sua posizione. Nel frattempo, aveva scritto diverse opere importanti, come i Sonetti Lussuriosi e i Dubbi Amorosi (poesie pornografiche in cui cardinali, monaci e monache vengono descritti come puttanieri, sodomiti e meretrici), e la celebre commedia La Cortigiana.
Nel luglio del 1525, in seguito alla divulgazione di una nuova serie di feroci pasquinate nelle quali fu riconosciuto lo stile aretinesco, il poeta (che era da poco tornato da un viaggio a Mantova) fu aggredito da un sicario prezzolato, un certo Achille Della Volta, inviatogli contro dal datario pontificio, il cardinale Giovan Matteo Giberti: lo scrittore reagì all’aggressione e si difese piuttosto bene, sebbene rimanesse ferito al costato e sfigurato in viso, tanto che riuscì a mettere in fuga il pur violento e sanguigno assalitore.
Invano il poeta si appellò al nuovo Papa per ottenere giustizia: non ottenne risposta, ragion per cui, qualche giorno dopo, lasciò per sempre Roma, profetizzando per la città un lugubre futuro di sventura e di morte (e in questo fu davvero profeta, in quanto, nel 1527, i lanzichenecchi germanici calarono sull’Urbe e la saccheggiarono orribilmente) e dirigendosi nuovamente alla volta di Mantova, dove si mise al seguito del suo amico Giovanni dalle Bande Nere, che combatteva per gli Imperiali, al servizio della signoria mantovana. Poi, nel 1526, alla morte di Giovanni, perito in seguito ad una ferita in combattimento, si mise al servizio dei Gonzaga, per i quali iniziò a scrivere il poema Marfisa. A Mantova compose anche la celebre e divertente commedia dal titolo Il Marescalco.
Forse, nella città dei Gonzaga, Aretino avrebbe potuto trovare una buona sistemazione, ma la sua irrefrenabile lussuria lo portò prima a sedurre e ad abusare di alcune damigelle di corte, poi, ad adescare dei giovinetti, con i quali si abbandonò ad atti inverecondi di libidine sodomitica. A questo punto, il Marchese Federigo gli fece intendere che alla corte di Mantova non c’era posto per letterati-avventurieri come lui, e così, Aretino fu nuovamente costretto a fare fagotto.
Nell’aprile del 1527, raggiunse Venezia dove era stato preceduto dalla fama delle sue opere letterarie e delle sue pasquinate. Nella Repubblica Serenissima, Aretino trovò molti protettori, oltre che il porto franco della nascente industria editoriale, e ciò lo indusse a fermarsi nella città lagunare, anche perché vista la fama di poeta che ormai lo circondava, aveva la ferma intenzione di fare stampare dai celebri editori veneziani tutte le sue numerose opere in verso e in prosa.
A Venezia, il poeta toscano strinse rapporti di amicizia con il Doge Andrea Gritti e con il pittore Tiziano Vecellio, e si trovò a proprio agio in quell’ambiente letterario così vivace e frizzante, caratterizzato da una fervida attività tipografica.
Il poeta si invaghì a tal punto di Venezia e delle sue bellezze, tanto che non la lasciò più. Acquistò una casa sul Canal Grande e si dedicò alacremente all’attività letteraria, scrivendo poemi come L’Orlandino, dialoghi puttaneschi come quelli delle Sei Giornate, e quelli accademici de Le carte parlanti e del celebre Dialogo delle Corti, la tragedia Orazia, commedie quali La Talanta, Il Filosofo, L’Ipocrito, centinaia di Lettere, nonché molte opere di carattere religioso quali Il Genesi, La Passione di Gesù, I Tre Libri dell’Umanità di Cristo, La Vita di Maria Vergine.
Come ho accennato, Venezia, a quell’epoca, era la capitale italiana della stamperia: vi si trovavano i migliori tipografi e i migliori editori, come il celebre Aldo Manuzio, e fu proprio nella città lagunare che l’Aretino fece stampare la maggior parte delle sue opere, seguendo tutte le procedure di stampa con meticolosità e pungolo maniacale, in particolare l’epistolario, le opere religiose, le commedie e i  dialoghi, con le quali costruì la sua notevole fortuna letteraria.
Ma anche nella quiete godereccia di Venezia, l’Aretino non smise di scrivere sonetti mordaci e poesie satiriche contro i vari potenti dell’epoca, tanto che, pur di far tacere la sua penna velenosissima, capace di scaricare infamia e vituperio su chiunque prendesse di mira, re e imperatori, aristocratici e alti prelati si “comprarono” la benevolenza di Pietro Aretino inviandogli doni preziosi, regali sontuosi e ingenti somme di denaro (l’imperatore Carlo V gli passò pure una sorta di pensione mensile, quale ricompensa per i suoi alti meriti letterari e per la sua politica filo-imperiale). Queste, sommate ai proventi che gli giungevano dalle vendite dei suoi libri (in particolare le opere religiose) consentirono al poeta di condurre un’esistenza agiata e spensierata.
Uomo lussurioso, prodigo, amante dei piaceri carnali, dei bei vestiti, degli agi e della buona tavola, della crapula e delle orge, Pietro Aretino trasformò la sua casa veneziana in una sorta di postribolo dove si alternavano in soggiorni più o meno lunghi, avvincenti meretrici, cortigiane fallite, saltimbanchi e giocolieri, ubriaconi e lestofanti, attori affamati, poeti in cerca di fortuna, mercanti, puttanieri, uomini d’arme e avventurieri di ogni risma.
E in mezzo a tutta questa allegra compagnia di baccanti e di artisti bizzarri (tra cui il celebre poeta campano Niccolò Franco), di prostitute e di intrallazzatori, Aretino visse gagliardamente, immerso nei piaceri più sfrenati (sesso a tutto spiano, colossali abbuffate di cibo e feste pressoché continue) e in una attività letteraria che non conobbe soste, sino al 1556, anno in cui morì.
Ma anche la sua morte fu una sorta di beffa del destino: infatti, Aretino morì per il troppo ridere, dopo aver visto una scimmia che, portata nel suo palazzo da un mercante giunto dall’Oriente, si era infilata nei suoi stivali e camminava goffamente incespicando e cadendo in continuazione. A furia del troppo ridere, mentre si trovava circondato dalle sue prostitute e dai suoi buffoni, gli si strappò una vena nel petto e il gagliardo poeta delle pasquinate se ne andò all’altro mondo sghignazzando e spasimando, a causa di una inarrestabile emorragia interna.
Pietro Aretino, con il suo gusto della maldicenza e dello scandalo, riuscì a intimorire i potenti dell’epoca e a farsi mantenere da essi, ma, al tempo stesso, a livello intellettuale, condusse un’aspra battaglia contro il classicismo pedantesco, il petrarchismo, l’aristotelismo, il bembismo, rivelandosi uno scrittore acuto, mordace, brillante ed originale, che fece delle tematiche sessuali volte in satira uno dei suoi argomenti prediletti. Oggi, delle sue opere, sono facilmente leggibili le Lettere (edite da Rizzoli) e le Commedie (edite da Mursia), nonché i dialoghi delle Sei Giornate e i Sonetti Lussuriosi, pubblicati in numerose edizioni, anche tascabili.
Dunque, ad oltre cinquecento  anni dalla nascita., Pietro Aretino fa ancora parlare di sé, continua a suscitare interesse e curiosità, le sue opere migliori continuano a vendersi, e anche il cinema si è più volte interessato della sua figura. Prodigi, questi, di uno scrittore veramente immortale!



 

Giovanni Papini  (1881 – 1956)
L’anima più lacerata del cattolicesimo italiano del Novecento

Giovanni Papini

E mi gettai a capofitto in tutte le letture che mi suggerivano le mie pullulanti curiosità o i titoli de’ libri che trovavo in altri libri visti nelle vetrine e sui barroccini e intrapresi allora, senza esperienza, senza guida, e senza un qualsiasi disegno, ma con tutto il furore e l’impeto della passione, la vita dura e magnifica dell’onnisapiente.

Un uomo finito,  Capitolo Terzo.

Giovanni Papini nacque a Firenze, nel 1881, da una famiglia di modeste condizioni, e morì, sempre nel capoluogo toscano, nel 1956.
Sin da bambino mostrò un carattere scontroso, solitario, introverso. Il padre, ateo, massone, repubblicano, manteneva la famiglia con i proventi di una bottega da falegname. La madre, cattolica, fece battezzare il figlio segretamente, per non urtarsi con il marito, ma Papini, sin dalla giovinezza, mostrò uno spiccato interesse per le scienze e le filosofie religiose.
Lettore precocissimo, lesse uno dopo l’altro tutti i libri del padre, e questa sua passione smodata per la lettura continuò inesausta anche durante gli anni delle elementari e delle superiori.
Papini era un lettore onnivoro: letteratura, filosofia, religione, storia, poesia, estetica, tutto veniva letto e memorizzato dalla sua mente prodigiosa. Egli voleva leggere tutto, sapere tutto, conoscere tutto: la lettura era per lui una sorta di alimento fisico, che non conosceva requie. Divorava i libri come fossero noccioline, leggendoli uno dopo l’altro, anche se si trattava di tomi consistenti di 700 od  800 pagine l’uno. La sua passione smodata per la lettura era una specie di frenesia, la quale, ben presto, trovò una compagna altrettanto smodata in un’altra grande e travolgente passione: quella per la scrittura.  
Nel 1895, scrisse il suo primo racconto, intitolato: Il leone e il bimbo. Tra il 1896 e il 1897, insieme al compagno di scuola, Ettore Allodoli, realizzò e scrisse due rivistine: “La Rivista” e “Sapientia”. Nel 1898 strinse amicizia con Giuseppe Prezzolini e Ercole Luigi Morselli: con il primo restò amico per tutta la vita, condividendo con lui avventure letterarie e imprese culturali.
Intanto, tra il 1900 e il 1902, insegnò dapprima italiano all’Istituto Inglese di Firenze, poi fu assunto come bibliotecario al Museo di Antropologia. Anche negli anni della maturità, Papini mantenne il suo carattere scontroso e polemico, burbero, incline alla diatriba e alla tenzone verbale, diventando una sorta di “guerrigliero intellettuale” e di vero e proprio “corsaro della penna”.
Era indubbiamente una persona difficile da frequentare, piuttosto polemica, permalosa, litigiosa, decisamente molto superba e caratterizzata da un orgoglio smisurato. Forse, fu anche a causa di questi aspetti del suo carattere, se ebbe poche schiette amicizie e se visse, più che altro, da solitario, sdegnoso nei confronti del mondo così meschino e dell’umanità sorda ed ottusa che sembrava non capire e non accettare la titanica grandezza della sua anima assetata di assoluto, di verità supreme e di giustizia universale.
Nel 1903 uscì il primo numero de “Il Leonardo”, una delle riviste più interessanti tra quelle ideate e redatte da Papini insieme all’amico Prezzolino, che continuò ad essere edita sino al 1907. Nel 1906 pubblicò il suo primo libro, intitolato: Il crepuscolo dei filosofi, e, nello stesso anno, un altro volume, dal titolo: Il tragico quotidiano. Sempre nel 1906 soggiornò a Parigi per due mesi, dove ebbe modo di frequentare artisti e scrittori come Gide, Picasso, Sorel.
Nel 1907 sposò una ragazza di Bulciano, paese della campagna Toscana, Giacinta Giovagnoli, dalla quale ebbe due figlie, e nello stesso anno pubblicò il libro di racconti Il pilota cieco. Nel 1909 Papini conosce il padre del Futurismo italiano, Filippo Tommaso Marinetti, e per qualche anno aderì allo spirito letterario dei Futuristi, partecipando anche alle serate che i futuristi organizzano a Firenze.
Nel 1911, però, la sua irrequietezza spirituale lo portò a fondare una nuova rivista: “L’anima”, in collaborazione con Giovanni Amendola. La rivista, dai forti contenuti spirituali, venne edita, purtroppo, soltanto per un anno, a causa degli elevati costi di stampa.
Intanto, Papini si era ritirato con la famiglia a Bulciano, in un piccolo podere di proprietà della famiglia della moglie. Ivi, nella quiete della campagna toscana, si dedicò ad una febbrile attività letteraria: curò una collana di classici della mistica per l’editore Carabba, scrisse opere come L’altra metà e La vita di Nessuno, e anche uno dei suoi capolavori, vale a dire quella sorta di diario spirituale e letterario intitolato Un uomo finito, che venne pubblicato nel 1912.
L’anno successivo, insieme a Prezzolini, fondò una rivista prestigiosa, “Lacerba”, alla quale collaborarono i maggiori scrittori italiani dell’epoca, tra cui Serra, Slataper, Croce, Soffici, che venne edita sino al 1915, anno in cui l’Italia partecipò alla Prima Guerra Mondiale.
Frattanto, Papini aveva scritto e pubblicato un libro intitolato Gesù Peccatore, nel quale si potevano già notare le anticipazioni della crisi spirituale e della conseguente conversione religiosa che, nel 1919, lo portò ad aderire totalmente al cattolicesimo.
Durante i terribili anni della Grande Guerra, al contrario di quanto fecero Marinetti, D’Annunzio, Ungaretti, Slataper e Serra, Papini non andò in trincea, non potendo partecipare agli eventi bellici a causa della forte miopia che lo tormentava. Ma dal 1915 al 1918 scrisse molte opere: saggi, poesie, racconti, tra cui i volumi Pragmatismo, Buffonate, Cento pagine di poesia, Opera prima, Stroncature, Polemiche religiose, L’uomo Carducci, mostrando una creatività e una prolificità davvero prodigiose ed eccezionali.
Nel 1918, anche in seguito agli orrori della guerra, la sua crisi religiosa si fece più acuta. Nel 1919 aprì il suo cuore a Cristo e si convertì al cattolicesimo. Il 19 agosto dello stesso anno iniziò a scrivere una delle sue opere più famose: Storia di Cristo, che fu pubblicata in volume nel 1921 e che ottenne un grande successo, vendendo, in un anno, la cifra strepitosa, per quei tempi, di settantamila copie. Nel 1922, il libro fu tradotto in francese, spagnolo, polacco e portoghese, e Papini diventò celebre, a livello europeo, come scrittore cattolico.
Nello stesso anno, Mussolini formò il suo primo governo. Papini guardava con interesse al fenomeno fascista, un interesse che diventerà simpatia aperta soprattutto a partire dal 1929, quando, con la firma dei Patti Lateranensi, il fascismo divenne il principale interlocutore politico della Chiesa cattolica. Intanto, Papini continuava a scrivere e pubblicare altre opere: Pane e vino, Gli operai della vigna, Sant’Agostino, I nipoti d’Iddio, Eresie letterarie.
Nel 1933 vinse il prestigioso Premio Firenze con il volume di saggi danteschi intitolato: Dante vivo, ottenendo anche l’ammirazione di Mussolini, che gli riconobbe le sue grandi qualità letterarie. Nel 1935 venne nominato professore di Letteratura italiana all’Università di Bologna, ottenendo la stessa cattedra che era stata del Carducci, ma si vide costretto a rifiutare a causa dei gravi problemi di vista causatigli dalla forte miopia. Pubblicò, intanto, Ritratti stranieri, Il sacco dell’Orco, Poesie in prosa, Poesie in versi, La pietra infernale, spaziando dalla narrativa alla lirica e dalla saggistica alla critica letteraria.
Nel 1938 iniziò a collaborare alle pagine culturali de “Il Corriere della Sera”, mentre tra il 1939 e il 1940, reso angosciato e inquieto dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, incominciò a scrivere opere imponenti, quasi di carattere epico-apocalittico, come le Lettere agli uomini e il Giudizio Universale.
Nel 1942 si recò in Germania, a Weimar, per partecipare al Convegno della Unione Europea degli Scrittori, e il suo intervento gli suscitò il plauso e l’approvazione di Mussolini. L’anno seguente, con la caduta del regime fascista, la firma dell’Armistizio e l’inizio della sanguinosa guerra partigiana, per Papini ebbe inizio un periodo assai brutto. A causa delle sue simpatie fasciste era sempre più isolato, mentre il suo tacito appoggio alla Repubblica Sociale Italiana lo rese detestato dalle bande partigiane operanti in Toscana.
Dopo il barbaro e brutale assassinio di Giovanni Gentile, ad opera dei partigiani comunisti, Papini sentì che il clima, nel Paese, diventava sempre più cupo e più ostile. Inquieto, timoroso per sé e per la sua famiglia, rifiutò la Presidenza dell’Accademia d’Italia, offertagli dal governo della RSI e si rifugiò nel podere di Bulciano.
Ma attorno a Bulciano ferveva la lotta tra le bande partigiani e le milizie fasciste e tedesche: allora Papini cercò protezione nel Convento della Verna, e nel luglio del 1944, divenne terziario francescano con il nome di Fra’ Bonaventura.
Sempre nello stesso anno si rifugiò ad Arezzo, nel palazzo del vescovado, per sfuggire alle persecuzioni delle fanatiche bande partigiane (che gli avevano fatto esplodere con la dinamite il podere di Bulciano e gli avevano saccheggiato e devastato l’appartamento a Firenze, per un chiaro atto di ignobile vendetta contro le sue idee filofasciste), e intanto seguitava a scrivere: proseguì il Giudizio Universale, ma compose e fece pubblicare anche opere come Racconti di gioventù, Cielo e Terra, L’imitazione del Padre.
Nel 1945, con la fine della Guerra, terminò le Lettere agli uomini, che furono pubblicate l’anno successivo. Sempre nel 1946, fondò la rivista “L’Ultima”.
Sconvolto dalle atrocità della Guerra, dall’orrore della bomba atomica e dalla distruzione abbattutasi sull’Italia, Papini si chiuse sempre più in se stesso, cercando conforto nella preghiera e nella vita monastica. Anche le sue condizioni di salute si aggravano sempre più, e gli anni dal 1945 al 1956 furono per lui di sofferenza e di grandi amarezze.
A partire dal 1952 divenne quasi cieco. Faceva fatica a parlare, non riusciva più a scrivere e si trovò dettare le proprie opere, ma continuò a produrre libri. Nel 1953 vide la luce il saggio intitolato Il Diavolo (criticato anche dalla Chiesa cattolica),  nel 1954 Il concerto fantastico, nel 1955 Strane storie e La loggia dei busti.
In quegli anni difficili e tormentati, da buon cattolico qual era, si schierò ideologicamente a fianco della Democrazia Cristiana, sempre più convinto che la lotta contro la barbarie ideologica del marxismo-leninismo, del bolscevismo e dello stalinismo, dovesse essere condotta, oltre che con la politica, anche con un nuovo rinnovamento culturale, una sorta di nuova palingenesi che avrebbe dovuto rafforzare e rendere più estese e più salde le radici cristiane e cattoliche della nostra gloriosa cultura.
Nonostante i gravissimi problemi alla vista, continuò a collaborare con “Il Corriere della Sera”, dettando articoli molto lucidi, pungenti, mordaci, soprattutto contro il dilagare dell’ideologia comunista nel nostro Paese, non smettendo di inviare articoli a giornali e riviste sino, in pratica, al giorno della sua morte, avvenuta l’8 luglio 1956.
Nel 1957 venne pubblicato postumo il Giudizio Universale, nel 1958 La seconda nascita. Altri inediti continuarono ad essere pubblicati sino al 1966, anno in cui furono editi anche i due volumi di Scritti Postumi.
Purtroppo, oggi, solo un ristretto numero delle sue moltissime opere è stato ripubblicato in moderne edizioni. Il nome di Papini è pressoché sconosciuto al lettore medio e gli insegnanti di letteratura raramente lo fanno studiare ai loro allievi. Davvero un grande smacco alla memoria di uno tra i più geniali e mordaci intellettuali italiani del Novecento!



 

Niccolò Franco  (1515-1570)
Il poeta blasfemo emulo dell’Aretino

Qui non istorie, bei tappeti o arazzi 
veder si ponno, né cantar divino,
che fa gli Orlandi furiosi e pazzi.
Non di Damasco, né di panno fino
addobbati versetti, ma sol cazzi,
che torrebben la foia all’Aretino.

Priapea,  Sonetto al Lettore.

Niccolò Franco, spregiudicato poligrafo e irriverente intellettuale avventuriero, nacque a Benevento nel 1515 e morì a Roma nel 1570, giustiziato sul patibolo ad opera del nefando Tribunale della Santa Inquisizione.
Pur essendo venuto al mondo in una famiglia dalle scarse possibilità economiche, il Franco ottenne i rudimenti di una discreta educazione umanistica (latino, filosofia, letteratura) dapprima dal padre, e poi dal fratello Vincenzo. Sin da adolescente rivelò un ingegno precoce e un carattere sprezzante e ribelle, insofferente di ogni disciplina e di ogni autorità.
Attratto irresistibilmente dalla poesia e dalla letteratura, pensò di utilizzare queste forme di espressione artistica per farsi un nome e conquistarsi un posto alla corte partenopea del Viceré spagnolo. La sua fu, essenzialmente, una formazione da autodidatta, anche se fu il padre ad avviarlo allo studio della lingua latina, studio che proseguì poi sotto la guida del fratello, e infine da solo, in quanto nutriva per essa una spiccata inclinazione naturale.
Lesse di tutto, divorando uno dopo l’altro dapprima tutti i libri della modesta biblioteca di famiglia, e poi tutti quelli che riusciva a procurarsi, nelle botteghe e sui banchi dei rigattieri: disprezzava decisamente la letteratura accademica e classicistica e prediligeva, invece, le opere di autori salaci e dissacranti quali il Boccaccio, il Pulci, il Berni, il Burchiello, il Lasca, il Folengo oltre, ovviamente, a quelle del celebre Pietro Aretino.
Sin dall’adolescenza, però, emerse il suo temperamento iroso, sanguigno, passionale, collerico e vendicativo, che lo condusse  a vivere un’esistenza scapestrata e ribelle, frequentando taverne e postriboli, alternando amori ancillari e orge da lupanare con vere e proprie passioni omosessuali, rivelando sempre un’indole bizzosa, sfottente, mordace, libidinosa, facile all’ira e caratterizzata da un’eloquenza provocante e irriverente.
Trasferitosi, nel 1535, dalla nativa Benevento a Napoli, per cercare fortuna, tentò di ingraziarsi l’alta nobiltà partenopea e ispanica con l’intento di farsi assumere al servizio di qualche nobile mecenate che lo tenesse presso di sé in qualità di poeta e di cortigiano.
Scrisse e fece stampare a proprie spese un volume di altisonanti e raffinati epigrammi latini, intitolato Hisabella, nei quali celebrò ed esaltò i pregi e la bellezza dell’affascinante nobildonna Isabella di Capua, moglie del Viceré spagnolo. Ma, nonostante la perfezione di questi versi latini, ottenne poco più di qualche lode, una manciata di monete d’oro e alcuni non reiterati inviti alla sfarzosa corte napoletana (dove egli, invece, avrebbe ambito collocarsi in maniera definitiva).
Si spostò allora, l’anno seguente, a Venezia, città cosmopolita e ricca di opportunità per ogni letterario-avventuriero, anche perché, nella città lagunare, esisteva la più rinomata editoria di tutta Italia. E che a Venezia un letterato potesse fare davvero fortuna, lo dimostravano gli esempi di due tra i maggiori scrittori del Rinascimento italiano: Pietro Bembo e Pietro Aretino, entrambi di casa nella Serenissima Repubblica del Leone.
A Venezia, Franco compose e fece stampare Il Tempio d’Amore, un poemetto galante, scritto in ottave, dedicato al Doge, nel quale esaltò con grande adulazione, le bellezze e le virtù di tutte le più seducenti nobildonne della Serenissima.
Fattosi conoscere, in tal modo, nell’ambiente letterario veneziano, non tardò a diventare grande amico, compagno di bagordi e confidente fraterno del celebre poeta e poligrafo toscano Pietro Aretino, il quale si era trasferito a Venezia sin dal 1527, divenendo in breve tempo uno degli intellettuali più influenti e più ricchi della città.
Aretino, conquistato dalla facondia licenziosa e dal temperamento esuberante e mordace del Franco, lo assunse come suo segretario e lo volle come compagno di bisbocce e di orge nella sua grande casa affacciata sul Canal Grande, dove, quasi ogni giorno, offriva feste e banchetti in cui si avvicendavano meretrici, poeti, cortigiane, pederasti, mercanti, marinai, letterati e avventurieri di ogni sorta.
Il Franco restò al servizio dell’Aretino per tre anni, dal 1536 al 1539, svolgendo mansioni di segretario e di copista (in particolare, doveva aiutarlo a raccogliere materiale per la stesura delle opere religiose, siccome il poeta toscano era pressoché digiuno in lingua latina, mentre il Franco, come ho accennato, la padroneggiava perfettamente), accompagnando il poeta toscano nelle sue avventure erotiche e nelle sue smargiassate di taverna e seguendolo nelle sue insonni notti brave in cui, ai sollazzamenti di postribolo e di osteria, alternavano micidiali goliardate e stravaganti beffe che li resero celebri in tutta Venezia.
I temperamenti dei due poeti, però, erano troppo simili per consentire loro di andare d’accordo a lungo: erano entrambi vanitosi, prepotenti, iracondi, boriosi, maldicenti, desiderosi di primeggiare e di essere al centro dell’attenzione, e, inoltre, il Franco era visceralmente invidioso nei confronti dell’Aretino.
Così, iniziarono a litigare furiosamente, giungendo ben presto ad accapigliarsi e a lanciarsi reciprocamente velenosi e feroci ingiurie, rivelando l’uno i vizi e le debolezze dell’altro, forti del fatto di aver condiviso tre anni di sregolatezze e di sconcezze senza limiti.
Il Franco voleva eguagliare l’Aretino, tentava di emularlo, ma siccome si sentiva letterariamente e artisticamente inferiore al grande poeta toscano, non perdeva occasione per denigrarlo e canzonarlo, cercando sempre di mettersi in mostra e di porre in cattiva luce quel suo pur generoso protettore.
Il successo della prima parte delle Lettere dell’Aretino, pubblicate nel 1537, indusse l’astioso Franco a scrivere le Epistole Volgari, pubblicate alla fine del 1538, nel vano tentativo di emulare il rivale. Nello stesso anno venne pubblicata una infamante Vita di Pietro Aretino, sconcia e vituperevole biografia scritta da un oscuro letterato viterbese, tale Fortunio Spira, il quale, però, difendendosi epistolarmente dai velenosi attacchi con cui lo assalì l’Aretino, affermò che le notizia più squallide e più infamanti da egli riportate nella biografia, le aveva apprese, tramite lettera, dal suo amico… Niccolò Franco!
Fu allora che l’Aretino intuì che il suo segretario intendeva offuscargli la fama e il prestigio di cui godeva nella città lagunare, e perciò, senza indugi, nei primi mesi del 1539, lo cacciò malamente di casa, tirandogli dietro la sacca con i suoi abiti e il suo scartafaccio di manoscritti. Allora il Franco, gli vomitò addosso una serie impressionante di insulti e di scurrilità di ogni genere, tanto che il volto iracondo dell’Aretino divenne più rosso d’un peperoncino piccante. Fu in quel frangente che un devoto ammiratore del poeta toscano, un tale Ambrogio Degli Eusebi, presente sulla scena del litigio, ritenendo che il Franco avesse passato il segno, mise mano al pugnale e con un fendente gli sfregiò il viso.
Furibondo, il Franco fuggì dalla casa dell’Aretino, lanciando maledizioni, invettive, e giurando una sanguinosa vendetta.
Ma l’Aretino, a Venezia, aveva amici potenti, perciò qualcuno consigliò il Franco di andarsene alla svelta dalla Serenissima, prima che qualche sbirro lo arrestasse o che qualche ignoto sicario portasse a compimento l’aggressione mortale iniziata da Ambrogio Degli Eusebi.
Perciò il Franco, pochi giorni dopo, si decise a lasciare per sempre Venezia. Dapprima riparò a Casale Monferrato, dove aveva dei conoscenti, ma non gli riuscì di trovare ospitalità stabile, ragion per cui riprese il suo peregrinare e raggiunse Mantova, dove, accompagnato dalla sua fama di poeta in latino, fu bene accolto alla corte dei Gonzaga.
Ma, nonostante l’ospitalità dei signori di Mantova, il Franco era iroso, accigliato, taciturno, mosso dall’astio e da un insopprimibile desiderio di rivalsa nei confronti del detestato Aretino. Tra i due poeti, diventati acerrimi nemici, iniziò così una ferocissima polemica che andò avanti per parecchi anni, sino alla morte dell’Aretino (avvenuta nel 1556), con al pubblicazione, da parte di entrambi, di versi e di prose contenenti reciproche ingiurie e infamie di ogni genere, degeneranti sempre più nel turpiloquio e nella invettiva ad insulti fine a se stessa.
Bramoso di seppellire il rivale sotto un cumulo di insulti, il Franco scrisse dapprima le Rime contro l’Aretino, nelle quali accusò il toscano di essere un prepotente, un sodomita, un ipocrita borioso e uno scialacquatore folle.
L’Aretino, allora, gli rese pan per focaccia, scrivendo e facendo pubblicare i Sonetti contro il Franco, nei quali lo ingiuriò bollandolo come pitocco, insolente, scroccone, puttaniere, screanzato, inetto, ingrato rammollito e fannullone.
Allora, ancora più astioso e inviperito, il Franco replicò con la composizione e la pubblicazione della Priapaea (così intitolata in onore del dio latino della fertilità, Priapo, raffigurato con un fallo enorme e smisurato) una raccolta di ben duecento sonetti pornografici in cui dipinse il suo ex-protettore e mecenate come uno stupratore di fanciulle, un pervertito, un pedofilo, e, infine, un impotente afflitto dalle più repellenti malattie veneree. Ma il Franco non poteva gareggiare con l’Aretino: questi scrisse di meno, ma i suoi sonetti risultarono così pungenti e graffianti, tanto che questa singolare tenzone di insulti in rima (se così può essere definita) fu, da tutti i letterati dell’epoca, giudicata vinta da Pietro Aretino.
Durante il soggiorno mantovano, quando non era impegnato a schiumare di rabbia scrivendo poesie contro l’odiatissimo rivale, il Franco trovò anche il tempo di scrivere versi in elogio dei Gonzaga, che lo ospitavano: e, infatti, proprio a quel periodo risale la composizione delle Rime Marittime, in cui il poeta esalta la  civiltà classica, la mitologia e l’ospitalità sontuosa della corte mantovana.
Sempre a Mantova, il Franco conobbe Giuseppe Cantelmo, conte di Popoli, su invito del quale lo seguì dapprima in Calabria e poi in Lucania, vivendo come suo ospite per parecchi mesi. Poi fece ritorno a Napoli, entrò nelle grazie del principe di Bisignano e fu da questi assunto alla sua corte come letterato e poeta in lingua latina. Il principe lo ammirava molto per la sua profonda conoscenza della poesia latina, nonché per la sua lunga diatriba con l’Aretino, e avrebbe voluto tenerlo presso di sé per sempre, ma il Franco non era uomo da resistere troppo a lungo nel medesimo posto.
Nonostante avesse scritto molte poesie e molte invettive contro la Chiesa e il Papato (in particolare contro papa Paolo III arnese e contro suo nipote Pier Luigi Farnese) nonostante fosse un incallito bestemmiatore e un dissacratore mordace della religione, e nonostante gravasse contro di lui un bando per le beffe e le invettive ingiuriose espresse  a più riprese contro il Tribunale della Santa Inquisizione, al Franco venne la smania di recarsi a Roma. Lasciò dunque Napoli nel 1558 (nonostante le suppliche del principe) e raggiunse l’Urbe.
Durante quei primi mesi di soggiorno romano non mitigò affatto le sue bestemmie e i suoi atteggiamenti insolenti nei confronti della Chiesa, e così venne arrestato per blasfemia e rinchiuso in carcere per oltre venti mesi, dove fece dura esperienza del terribile sistema penitenziario dello Stato Pontificio, fatto di celle lerce, cibo disgustoso, promiscuità con assassini e stupratori, pestaggi, torture, sporcizia e degrado di ogni genere.
Ma la sua fama di poeta latino continuava ad accompagnarlo: scarcerato dietro intervento del cardinale Giovanni Morone, il Franco fu accolto nella dimora dell’alto porporato e ospitato in qualità di poeta e letterato.
Così, per compiacere al suo nuovo protettore e ripagarlo dell’ospitalità generosa che gli offriva, il Franco si prestò a scrivere prose infamanti, piene di menzogne  e bassezze triviali contro il defunto pontefice Paolo IV e contro il nipote di questi, il potente cardinale Carlo Carafa, di cui il cardinale Morone era acerrimo e risoluto avversario. Le prose infamanti dal Franco furono così efficaci e così letali, tanto che il cardinale Carafa venne condannato dal tribunale pontificio per oscenità, comportamento indegno e vizi infamanti, ovviamente, con grande soddisfazione del suo porporato protettore.
Sotto la protezione del Morone, il Franco continuò la sua solita vita dissoluta, tra bordelli, taverne, teatri e risse da trivio. Si rendeva conto, però, che l’atmosfera era decisamente mutata: si era ormai in piena Controriforma e il potere papale non intendeva più concedere tanta libertà e indipendenza agli artisti e ai letterati, come invece aveva fatto nei primi decenni del Cinquecento.
Perciò, a sua insaputa, il Franco incominciò ad essere pedinato dagli sbirri pontifici, le sue invettive ingiuriose contro la Chiesa cattolica non passarono più inosservate e le sue bestemmie e il suo comportamento inverecondo, scandaloso e ribelle, iniziò ad alienargli le simpatie anche di quei pochi prelati e porporati che pure lo ammiravano per la sua dotta cultura latina.
Infine, nel 1568, il nuovo pontefice, Pio V, decise che non era più possibile, per l’autorità pontificia, tollerarare a Roma la presenza di un libertino bestemmiatore e irriverente come il Franco. A sollecitare questa sua decisione furono anche i parenti del cardinale Carafa, i quali insistettero per fargli revisionare il processo che aveva portato alla condanna del cardinale.
Fu così che per ordine del Papa, le guardie pontificie arrestarono il Franco, mentre si trovava in una taverna di Trastevere, a bere e ad amoreggiare in compagnia di due prostitute. Incatenato come un volgare malfattore, il Franco fu condotto in prigione e affidato agli uomini del Tribunale della Santa Inquisizione: il suo calvario durò due lunghi anni, nel corso dei quali fu sottoposto a brutali interrogatori, forse anche alla tortura, e detenuto in una cella umida e inospitale, dove patì il freddo, la fame, la sete, gli scherni e le violenze dei carcerieri.
Poi, al termine di un lunghissimo processo che vide confermargli le accuse di bestemmiatore, eretico, sodomita e nemico della Santa Madre Chiesa, il Franco, nel 1570, fu condannato a morte ed impiccato sul ponte che conduce a Castel Sant’Angelo: il suo cadavere fu lasciato appeso al cappio per parecchi giorni, affinché la sua tragica fine servisse quale monito per tutti coloro che, utilizzando l’arte della penna, osavano criticare il potere assoluto dei Papi (in primis, gli odiati autori delle celebri poesie anticlericali note, sin dai tempi del soggiorno romano di Pietro Aretino, con il nome di pasquinate, in quanto venivano appese alla statua di Pasquino).
Nonostante questa vita balorda, insofferente di ogni autorità e di ogni regola, che lo condusse a girovagare per l’Italia intera, il Franco, tra il 1550 e il 1568, scrisse parecchie opere interessanti, quali i Dialoghi Piacevoli, il trattato anti-classicista intitolato Il Petrarchista, le Rime, le Lettere, la celebre Priapea, oltre alle già citate opere in versi composte per denigrare l’odiato Pietro Aretino.
Quella del Franco fu dunque un’esistenza temeraria e trasgressiva, profondamente ribelle, in continua lotta contro il potere della Chiesa, caratterizzata da un utilizzo della poesia e della letteratura come strumento di ribellione intellettuale.
Le sue opere letterarie sono importanti perché in forte polemica con la poesia classicista cinquecentesca, in particolare con le concezioni letterarie di autori come Pietro Bembo, Giangiorgio Trissino, Giovanni Della Casa, Baldassar Castiglione, che furono classicisti per eccellenza e strenui difensori dell’imitazione dei modelli petrarchesco e boccaccesco.
La poesia di Niccolò Franco è pregna di vitalismo sanguigno, esalta le gioie della libertà sessuale e della trasgressione erotica, e rivela un’insofferenza insopprimibile nei confronti dell’autorità e del dispotismo, clericale o secolare che fosse…
In essa non troviamo sonetti petrarcheggianti che celebrano le bionde chiome di donne angeliche o i dolci sguardi di diafane veneri celestiali, ma, piuttosto, poesie caratterizzate da un linguaggio scurrile e triviale che cantano gli ardori del sesso sfrenato, le avventure sessuali di cortigiane e meretrici, i bagordi libertini e privi di remore (e in questo, è indubbio, si avverte una forte influenza della poesia di Pietro Aretino, la quale esercitò sul Franco un innegabile fascino).
L’avversione del Franco per la cultura accademica e classicistica fu spietata: il Bembo, il Castiglione e il Della Casa, furono, per lui, i rappresentanti di una assurda cultura elitaria, aristocratica, avulsa dalla realtà concreta e dalla sanguigna vita del popolo, una cultura fittizia che doveva essere combattuta risolutamente. Così come dovevano essere combattuti il Petrarca e il petrarchismo (che per tutto il Cinquecento venne considerato supremo maestro di poesia): e non a caso il poeta di Arezzo fu oggetto dei suoi strali velenosi e delle sue prose dissacranti…
Peccato che oggi, della vasta produzione letteraria del Franco, si possa leggere ben poco! Oltre ad essere uno scrittore ignoto al grande pubblico, il Franco (a differenza di altri “minori” del Cinquecento) è stato anche trascurato molto da quella piccola editoria che pure, in questi decenni, ha ripubblicato opere anche di scrittori poco celebri. L’ultima edizione della Priapea, per esempio, risale al 1916, ed è ormai pressoché introvabile. Una breve scelta delle sue migliori poesie si può leggere nel volume antologico Poesia italiana. Il Cinquecento, edito da Garzanti nella collana “I grandi libri”, mentre, recentemente, la casa editrice veneziana Marsilio ha pubblicato il Dialogo del venditore di libri. Davvero troppo poco per una voce scapestrata e ribelle come quella di Niccolò Franco!



 

Giovan Battista Andreini  (1576 – 1654)
L’infaticabile scrittore della Commedia dell’Arte

La virtù, altissimo signore, è quella che fa l’uomo meritevole del nome di signore; anzi, la virtù è quella che rende pari al maggiore del mondo il più basso uomo che viva. Pendono da uno solo e da una istessa fonte tutti
i viventi; e cadono dal Cielo pari di nobiltà l’anime ne’ nostri corpi.
Tutti i virgulti della vita umana vengono da un ceppo, tutti siamo frondi
d’una istessa pianta, che cadiamo egualmente nel generale autunno della morte.

Lo Schiavetto,  Atto Quinto, Scena Nona.

Giovan Battista Andreini nacque a Firenze nel 1576  (o, forse, nel 1579) e morì a Reggio Emilia nel 1654 (le date, purtroppo, non sono sicure).
Fu figlio d’arte, in quanto i suoi genitori erano due tra i più celebri attori comici italiani del Cinquecento: la veneziana Isabella dei Canali e Francesco Andreini, che impersonava la celebre maschera del Capitan Spavento da Vallinferna.
Sin dalla più tenere età, Giovan Battista frequentò l’affascinante mondo del teatro, in quanto i suoi celebri genitori erano artisti che non si levavano mai i costumi e che recitavano indefessamente, tanto sulle tavole del palcoscenico quanto nella vita quotidiana. Seguendo la vita itinerante di Isabella e Francesco, che si spostavano di corte in corte e di teatro in teatro per allestire i loro spettacoli, Giovan Battista li seguì nelle loro peregrinazioni a Pisa, a Ferrara, a Venezia, e a Bologna. In quest’ultima città, trascorse gli anni che vanno all’incirca dal 1580 al 1590, studiando sotto la guida di alcuni precettori sia materie umanistiche, sia materie scientifiche, ma rivelando già una precoce disposizione per la letteratura (adolescente, imparava a memoria decine di ottave dei più celebri poemi cavallereschi, dal Morgante al Furioso, dall’Amadigi alla Gerusalemme).
Nel 1594, attratto irresistibilmente dal teatro e desideroso di seguire le orme dei genitori, si unì alla celebre Compagnia dei Gelosi, per la quale recitavano Isabella e Francesco, diretta dal famoso Flaminio Scala. Gli fu assegnato il ruolo dell’innamorato, ruolo che egli impersonò alternativamente con i nomi di Lelio e di Florindo.
Intanto, però, Giovan Battista aveva già dato prova delle sue spiccate doti di scrittore: dopo aver composto decine di sonetti, stanze e capitoli, aveva iniziato a scrivere canovacci per il teatro delle Maschere, ma il suo principale interesse teatrale, in quei movimentati anni giovanili, era caratterizzato dalla tragedia.
La lettura e l’attento studio delle migliori tragedie cinquecentesche, in particolare quelle del Giraldi Cinzio, lo aveva spinto ad ideare e a scrivere una tragedia dal titolo Florinda. La compose, assai probabilmente, tra il 1599 e il 1601, ma la pubblicò solo nel 1604, dedicandola alla moglie Virginia Ramponi, sposata a Milano un paio di anni prima, anch’ella attrice della Compagnia dei Gelosi, interprete della parte di innamorata con il nome, appunto, di Florinda. Questa tragedia fu rappresentata per la prima volta nel 1603, a Firenze, nel teatro dell’Accademia degli Spensierati.
Intanto, a partire dal 1601, subito dopo aver sposato Virginia, Giovan Battista si era deciso a formare una propria compagnia teatrale, quella dei Fedeli, in quanto voleva procedere autonomamente in campo comico e teatrale senza dover sottostare alle decisioni di un capocomico puntiglioso e meticoloso quale era Flaminio Scala.
Giovan Battista Andreini aveva un carattere fantasioso, allegro e schietto, era un gran sognatore e riusciva a vedere il lato comico di ogni cosa, tanto nel teatro quanto nella vita reale. Il suo temperamento era solare, ilare, tendente verso l’idilliaco, incline al riso arguto, alla battuta spiritosa, al libero manifestarsi dei sentimenti e delle passioni. La poesia e il teatro erano i suoi due grandi amori: egli era nato per scrivere, per comporre poesie, per inventare commedie, tragicommedie e favole boscherecce in cui ritrarre la varia, tumultuosa e strabiliante umanità che il gran teatro del mondo gli proponeva ogni giorno davanti agli occhi.
Stimolato dal dirigere una compagnia teatrale tutta sua e sollecitato dal fatto che il pubblico dell’epoca voleva vedere rappresentate sempre nuove opere, Giovan Battista iniziò a scrivere come un forsennato, componendo, nell’arco di un cinquantennio, poemi sacri, melodrammi, tragedie, sacre rappresentazioni,  poemi drammatici, commedie, drammi pastorali e tragicommedie, che lo resero famoso e stimato per tutto il secolo.
Tutta la sua vita fu un continuo alternarsi tra lo scrittoio e le tavole del palcoscenico, dove le commedie, le tragedie, i drammi sacri e le favole pastorali che andava componendo, prendevano forma compiuta, recitate e messe in scena da attori professionisti quali erano, appunto, quelli che formavano la Compagnia dei Gelosi.
Andreini fu un letterato preciso e puntiglioso, che ricercava una perfezione formale assoluta, non soltanto nei testi drammatici e comici che scriveva e faceva rappresentare in teatro, ma anche in quelli che dava alle stampe, fossero essi poemi, poesie oppure opere di letteratura drammatica.
Celebri furono le sue sfuriate nei confronti di tipografici e capocomici che non mostravano sufficiente rispetto nei confronti delle sue opere. Per esempio, la prima edizione della Florinda, stampata a Genova nel 1604, fu distrutta dall’Andreini stesso in un empito incontenibile di rabbia, dopo essersi accorto che il tipografo gli aveva stampato l’opera senza correggere i numerosi errori di stampa. Furibondo, Andreini distrusse decine di copie dell’opera facendoli a pazzi, altre copie le scagliò rabbiosamente contro lo stampatore e i suoi garzoni, bersagliandolo con una pioggia di libri squarciati e lacerati.
In un’altra occasione, a Parigi, avendo appreso che un editore clandestino aveva stampato a sua insaputa, una brutta edizione della sua opera teatrale intitolata La Centaura, si precipitò come una furia nella stamperia dell’editore, prese del liquido infiammabile e lo gettò sulle casse che contenevano le copie dell’opera appena stampata, appiccandovi il fuoco e bruciandole tutte. Insomma, quando si trattava di dover difendere le sue opere e di far valere le sue ragioni nei riguardi di stampatori ed editori disonesti e senza scrupoli, Andreini non si fermava di fronte a nulla e non aveva paura di niente e di nessuno.
Nel 1604, a Lione, morì Isabella, e Giovan Battista, al pari di tanti altri celebri letterati, tra cui il Marino, il Testi e il Chiabrera, ne pianse amaramente la precoce scomparsa, in quanto assai legato alla madre, oltre che per il profondo affetto filiale, anche per l’impareggiabile bravura artistica che, al pari degli altri, le riconosceva.
Sempre nello stesso anno, Andreini compone  l’opera dal titolo La Saggia Egiziana, un dialogo in versi sciolti scritto in elogio dell’arte scenica. Inoltre, la Compagnia dei Fedeli entra a servizio del Duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga, il quale la stipendia affinché rappresentino spettacoli solo per lui e per la sua corte. I Fedeli restano a Mantova per due anni, allestendo per i Gonzaga decine di spettacoli teatrali. Poi, stancatisi della corte mantovana, si uniscono alla Compagnia degli Accesi, diretta dai coniugi Cecchini (Pier Maria Cecchini era noto sulle scene con al maschera di Frittellino, un servo scaltro ed arguto, creato sul modello della maschera di Arlecchino) e si recano, con questi, a Milano, dove recitano, di fronte alla nobiltà lombarda e spagnola (che domina l’antico Ducato), la Florinda e altre commedie di Andreini.
Nel 1608, in seguito ad un violento litigio tra gli Andreini e i Cecchini (sembra che Giovan Battista avesse scoperto Pier Maria Cecchini a letto con sua moglie Virginia) i Fedeli e gli Accesi si dividono. I primi tornano a Mantova, i secondi restano a Milano.
In occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia, Giovan Battista scrive La Turca, una commedia marittima e boschereccia, che viene stampata, in quello stesso anno, a Casale Monferrato. Per sfogare la frustrazione che lo lacera, dopo aver scoperto la tresca sessuale tra la sua bella Virginia e il Cecchini, Giovan Battista si getta  a capofitto nell’ardore creativo: scrive molte rime e la commedia L’Idropica, che viene subito recitata ottenendo uno strepitoso successo. Nel 1610 Fedeli ed Accesi tornano a recitare insieme alla corte sabauda di Torino, ma già alla fine dell’anno, Andreini e Cecchini riprendono a litigare furiosamente, sembra per questioni di soldi. Dopo una brusca litigata finita a schiaffi, insulti e sputi in faccia, Andreini e Cecchini si dividono per sempre, prendendo strade diverse.
Nel 1611 i Fedeli intraprendono una lunga stagione di recite che li porta a Firenze, a Bologna, a Milano. E proprio a Milano, nel 1612,  Andreini fa stampare la divertente commedia intitolata Lo Schiavetto, che viene accolta con successo in molte città italiane.
Tra il 1613 e il 1614, i Fedeli sono a Lione e a Parigi, invitati a recitare alla corte di Francia, in particolare al Louvre, a Fontainebleau e a Saint-German. Il sovrano francese stipendia personalmente la compagnia e paga Andreini affinché scriva nuove opere teatrali.
Ma il prolifico commediografo, durante il soggiorno francese, è colto da una crisi religiosa: si mette a leggere la Bibbia e le opere dei Padri della Chiesa, e tralascia i soggetti comici e profani per quelli sacri. Nel volgere di un solo mese scrive L’Adamo, una sacra rappresentazione, il cui manoscritto originale viene regalato dall’autore alla regina Maria de’ Medici.
Il famoso Tristano Martinelli, che nella Compagnia dei Fedeli impersona il ruolo di Arlecchino, non accetta questa “sterzata religiosa” che Andreini impone alla compagnia: litiga con lui, si rifiuta di recitare nell’Adamo e, durante una feroce discussione, getta fuori dalla finestra la copia della Bibbia che Andreini gli porge. Poi, il Martinelli abbandona i Fedeli e ritorna in Italia, seguito da altri tre attori. Andreini, sua moglie Virginia e gli altri attori, invece, restano in Francia, accolti alla corte del Duca di Lorena, dove si fermano sino alla fine del 1615.
Nella primavera del 1616, i Fedeli sono nuovamente in Italia, alla corte di Alessandro Pico, principe di Mirandola, per il quale recitano la nuova opera religiosa scritta da Andreini, la Maddalena, tratta dal suo omonimo poema sacro. Si tratta di un’opera alla quale Andreini tiene tantissimo, tanto che la scrive prima in ottave, come poema, e poi la sceneggia in forma drammatica, sempre in versi, , facendola poi musicare, nel 1618, dal celebre musicista cremonese Claudio Monteverdi. L’opera viene recitata in tutta Italia, da Venezia a Bologna, da Mantova a Parma, ma anche a Genova e a Torino.
Intanto, Andreini ha visioni mistiche: ritiene che sia il suo angelo custode ad ispirargli i suoi scritti sacri, sente intorno a sé, mentre compone, il profumo soave della Beata Vergine Maria, prosegue la lettura dei Padri della Chiesa, affronta lunghe disquisizioni teologiche con sacerdoti e frati predicatori, scrive molte rime religiose.
Poi, nel 1619, improvvisamente, come riavutosi da una sorta di delirio sacro, abbandona le opere mistiche e torna alle commedie profane: scrive La Venetiana (una commedia d’amore ambientata nella città lagunare) e l’anno successivo, scrive la divertente commedia Lelio bandito, riservando per sé la parte del protagonista. Entrambe queste opere vengono recitate con successo a Venezia, Mantova e Milano. In questo stesso periodo, la vita coniugale di Giovan Battista e Virginia conosce nuovi momenti di focosa passione, tanto che vengono persino sorpresi ad amoreggiare sotto le tavole dei palcoscenici.
Alla pubblicazione di queste due opere segue la stampa del poema drammatico Il Mincio Ubbidiente, scritto per celebrare l’avvio di una costruzione di ingegneria sul fiume Mincio. Ma la fama dei Fedeli continua ad attrarre i regnanti d’oltralpe: la regina di Francia rivuole Andreini e i suoi comici a Parigi, ragion per cui, nel 1621, i Fedeli tornano nella capitale francese.
La regina stipendia la compagnia ma, in cambio, vuole opere nuove, scritte apposta per la sua corte. Infervorato da ciò, Andreini si mette subito al lavoro e, in un solo anno, scrive ben quattro commedie: La Sultana, La Ferinda, Amor nello Specchio, Li duo Leli simili. Tutte e quattro vengono rappresentate più volte a corte, con grande successo, ma anche nelle residenze private di aristocratici facoltosi, i quali fanno a gara per avere i Fedeli nelle loro sontuose residenze.
A Parigi, Andreini conosce l’editore Delavigne, e presso di lui stampa le quattro nuove commedie, nonché una nuova opera drammatica bizzarra e innovativa, intitolata La Centaura, composta in tre atti, ciascuno dei quali dedicato ad un preciso genere teatrale: la commedia, la favola pastorale, la tragedia.
Le opere stampate sino accolte favorevolmente dal pubblico, la compagnia viene lautamente pagata dalla corte e gli affari vanno a gonfie vele per Andreini e per i Fedeli. Ma la nostalgia dell’Italia si fa sentire, così, nel 1623, i Fedeli si rimettono in viaggio e tornano in patria.
Appena varcate le Alpi, si fermano a Torino, dove allestiscono una serie di rappresentazioni in onore di Luigi XIII e del monarca sabaudo, recitando un Prologo in lode di Luigi XIII e dei Savoia, composto appositamente per l’occasione. Poi proseguono verso Venezia.
Intanto, anche durante il lungo e faticoso viaggio, Andreini non ha smesso di scrivere: a Parigi aveva iniziato la composizione di due commedie, le quali, nel corso del viaggio, vengono portate a termine: Le due commedie in una commedia e La campanaccia.
Ma, contemporaneamente, Andreini scrive anche due poemi sacri La Divina Visione e La Tecla, rivelando nuove inquietudini religiose e nuove bramosie di misticismo. A Venezia, le due nuove commedie vengono rappresentate con grandissimo successo di pubblico, e Andreini viene osannato in tutti i teatri dove si rappresentano le sue opere comiche. Però, i più autorevoli membri del clero della città lagunare, lo criticano per le sue commedie piene di intrighi amorosi, di amori tormentati, di frizzi e di lazzi in cui primeggiano le figure degli zanni: lo apprezzano invece come poeta sacro e vorrebbero che si limitasse solo a scrivere poemi e drammi religiosi.
Andreini ricade così in una profonda crisi spirituale, crisi che costringe la sua sensuale moglie a mettere in atto tutte le strategie della seduzione femminile per distoglierlo dalla balzana idea di abbandonare il teatro e di entrare in convento.
E proprio per distrarlo da queste sue inquietudini, i Fedeli, tra la fine del 1624 e l’inizio del 1625, ripartono per la Francia, su invito della Regina, la quale li rivuole  a corte. Ma a Parigi, autorevoli religiosi e austeri scrittori bigotti avviano furibonde polemiche letterarie contro la Commedia italiana e le compagnie teatrali che propongono il teatro delle Maschere, accusando i Comici di immoralità e di scarsa attenzione per i problemi etici e la corretta educazione dei giovani.
Punto sul vivo, Andreini scende in campo in favore del teatro comico italiano, scrivendo i Tre Ragionamenti, ovvero il Teatro Celeste, cioè, tre dotti dialoghi sul teatro, in cui rivendica il valore, la dignità e le qualità educative della Commedia italiana.
Ma la polemica non si placa, i bigotti e i clericali continuano a dargli battaglia, e allora Andreini decide di lasciare Parigi e raggiungere Praga, in Boemia, su invito dell’Arcivescovo boemo, cardinale d’Harrach, il quale gli assegna una pensione annua.
A Praga, nonostante il paese sia coinvolto nella sanguinosa Guerra dei Trent’Anni, Andreini allestisce rappresentazioni dell’Adamo e della Maddalena, a cui assiste il cardinale. E sempre nella città boema, Andreini fa ristampare la Maddalena, che viene opportunamente dedicata al cardinale d’Harrach.
Poi, nel 1628, Andreini e i Fedeli si recano alla corte imperiale di Vienna, su richiesta dell’Imperatore Ferdinando II, dove allestiscono una serie di spettacoli comici che ottengono uno strepitoso successo, con molte rappresentazioni delle migliori commedie di Andreini. E anche alla corte viennese, i Fedeli ottengono laute ricompense per la loro grande abilità nel divertire e nel far conoscere le affascinanti opere della Commedia delle Maschere.
Nel 1630, la compagnia torna in Italia, mentre infuria una terribile pestilenza. La bella Virginia, purtroppo, contrae il feroce morbo e si ammala, morendo a Bologna, dove i Fedeli hanno fatto tappa.
Privato dell’amata moglie, Andreini cade in una tristezza profonda: si incupisce, diventa malinconico, torna a rifugiarsi nella lettura della Bibbia. L’anno seguente, scrive un ennesimo poema religioso, intitolato Il Penitente alla Santissima Vergine del Rosario, in cui sfoga liricamente il suo dolore per la perdita dell’adorata consorte.
Ma nel 1632 si riprende dalla crisi, grazie alle sensuali attenzioni di Virginia Rotari, una piacente donna della compagnia dei Fedeli (che impersonava il ruolo dell’innamorata, con il nome di Lidia) che era già stata la sua amante all’epoca in cui la moglie lo aveva tradito con il Cecchini.
Infuocato dalla nuova passione amorosa (pare che la Rotari fosse una femmina dalla forte carica erotica), Andreini scrive per Lidia due commedie boscherecce: La Rosella,  e Li duo baci, pubblicate entrambe a Bologna, la prima nel 1632 e la seconda nel 1634. Tutte e due le commedie vennero messe in scena con notevole successo di pubblico, grazie anche al fatto che mescolavano il genere comico con quello pastorale. Ma nello stesso tempo, Andreini non tralascia la poesia, e compone il poema galante Le cinque rose del giardino di Berico, pubblicato nel 1633.
Nel 1634 Andreini sposa la Rotari. I suoi rapporti con il duca di Mantova si fanno tesi, perché il duca vorrebbe i Fedeli sempre a corte, mentre questi, invece, vanno a recitare le commedie di Andreini a Verona, a Vicenza, a Venezia, a Milano, restando lontani da Mantova per lunghi periodi. Sembra che il duca, seccato, in tale periodo cessasse di corrispondere all’Andreini la pensione che puntualmente gli versava, costringendo così la compagnia ad allargare il numero delle recite fuori dai confini del ducato mantovano.
Tra il 1638 e il 1643, Andreini, fortemente ispirato dall’amore per la sua Lidia, scrive molte opere: la commedia La Rosa, la favola pastorale L’Ismenia, il poema L’Olivastro.
Nel 1643, accetta nuovamente un invito alla corte di Francia e riparte con i Fedeli alla volta di Parigi. Nella capitale francese scrive e fa rappresentare un Ossequio in lode della regina Anna d’Austria, poi allestisce molte rappresentazioni delle sue commedie, scrive La Lilla piangente, e si ferma nel paese d’oltralpe sino al 1647, anno in cui entra in urto con il cardinale Mazzarino, il quale si rifiuta di pagarlo per le sue prestazioni comiche. Andreini, dapprima, pensa di vendicarsi denigrandolo con versi satirici, poi, però, ci ripensa, e gli offre in dono una copia autografa della sua commedia Ferinda. Ma il cardinale continua a non apprezzare il commediografo, ragion per cui questi decide di fare ritorno in Italia.
Giunto a Firenze nel 1651, fa stampare il poema sacro Il Cristo sofferente, che aveva finito di comporre durante il viaggio di ritorno.
A Milano, invece, fa ristampare la Maddalena. L’opera viene poi messa in scena a Milano, dove Andreini si invaghisce della protagonista, la bella Eularia Coris, con la quale avvia una focosa tresca, all’insegna della sensualità più sfrenata. Purtroppo, la moglie scopre la tresca e tra Virginia ed Eularia scoppia una lite furibonda, che coinvolge lo stesso Andreini.
Amareggiato e sconsolato, nel 1652 il commediografo decide di ritirarsi dalle scene: lascia la compagnia dei Fedeli, si riappacifica con la moglie (che gli perdona la libidinosa scappatella), e si ritira a Mantova, dove ha acquistato alcuni poderi e dove ha ricevuto il titolo di Capitano di Caccia delle riserve ducali.
Gli ultimi due anni di vita li trascorre in assoluta tranquillità, scrivendo poesie, dedicandosi a letture edificanti di opere religiose e compiendo lunghe passeggiate lungo il Mincio e nelle campagne delle sue tenute.
Il 7 giugno del 1654, mentre è in viaggio per Bologna (dove, pare, avesse una tresca amorosa con una avvenente bolognese), muore a Reggio Emilia, forse per un infarto, in una locanda dove si era fermato per trascorrere la notte.
Di questo geniale e prolifico poeta e scrittore di teatro, oggi si può leggere pochissimo: nessuno dei suoi poemi è stato più ristampato, le sue commedie non vengono più riproposte nei teatri, la critica letteraria non si occupa da anni della sua smisurata produzione drammatica.
L’unica sua opera ancora disponibile per la lettura è la commedia Lo Schiavetto, pubblicata nel volume Commedie dei Comici dell’Arte, edito dalla casa editrice torinese Utet nel 1982. Davvero poco rispetto alla sterminata mole di opere scritte dall’Andreini, un grande del nostro teatro oggi, ingiustamente, dimenticato!



 

Gabriello Chiabrera   (1552 – 1638)
L’avventuroso poeta barocco antimarinista

Gabriello Chiabrera

Sulla terra quaggiù l’uom peregrino,
da diversa vaghezza
spronato a ciascun’ora,
fornisce traviando il suo cammino.
Chi tesor brama, chi procaccia onori,
chi di vaga bellezza
fervido s’innamora;
altri di chiuso bosco ama gli orrori,
ed in soggiorno ombroso
mena i giorni pensoso.

Canzoni Eroiche,  Canzone XIII.    

Il savonese Gabriello Chiabrera nacque nella città ligure nel 1552 e morì nella stessa città nel 1638, dopo una vita lunga, avventurosa, piena di viaggi e di glorie letterarie.
Fu un poeta di indubbie doti artistiche, molto versatile, pieno d’ingegno e di fantasia, ma ebbe un carattere assai difficile, rissoso, collerico, che gli provocò non pochi guai.
Quando nacque, il padre, Gabriello, di famiglia agiata, era morto da quindici giorni. La madre, Gironima, ancor giovane, bella e molto sensuale, non aveva granché intenzione di occuparsi del figlio: pare, infatti, che qualche giorno dopo la sepoltura del marito, avesse già imbastito una tresca amorosa con un savonese che da qualche tempo le faceva la corte.
Giovanni e Margherita, rispettivamente fratello e sorella del padre di Gabriello, visto come andavano le cose, pensarono bene di tenere il bambino presso di loro, in quanto sospettavano della condotta indecente della di lui madre. E fecero bene, perché dopo qualche anno di amori piccanti e clandestini, la lussuriosa Gironima si sposò con un ricco borghese, dimenticandosi completamente del figlio.
Gabriello viveva dunque con gli zii, e sin da bambino mostrò un carattere ribelle, insofferente alla disciplina, polemico e iracondo, ma, al contempo, si mostrava assai intelligente e desideroso di apprendimento. Sotto la guida dello zio Giovanni imparò i primi rudimenti della grammatica, mostrandosi sin da subito un vorace lettore.
Avendo intuito che Gabriello aveva una spiccata predisposizione per lo studio, lo zio Giovanni, nel 1561, lo condusse con sé a Roma, con l’intento di dargli una raffinata educazione letteraria.
All’epoca Gabriello aveva solo nove anni, ma il viaggio in vascello, da Savona a Civitavecchia, e poi a cavallo sino a Roma, gli restò fortemente impresso nella memoria. Ma l’aria dell’Urbe non gli fu subito amica, tanto che, pochi giorni dopo l’arrivo nella città dei Papi, Gabriello si ammalò, dapprima di febbri e dissenteria, poi di malaria, trascorrendo così molti mesi a letto, tanto che lo zio incominciò a temere per la vita del nipote.
Comunque, sebbene febbricitante, il bambino non mancava di mettere in mostra il suo carattere bizzoso e ribelle, sputando le medicine che i medici tentavano di fargli prendere, infilando le mani sotto le sottane della governante con il chiaro intento di levarle le mutandine, fingendosi morto con la bava alla bocca con il solo scopo di fra spaventare lo zio Giovanni e di ridere alle sue spalle. Insomma, il piccolo Gabriello era una vera peste!
Non appena tornò in salute, lo zio lo portò al Collegio dei Gesuiti, oltre che per dargli una solida istruzione, anche per sottoporlo ad un regime di disciplina austera e ferrea che gli quietasse un poco l’esuberante carattere.
Chiabrera studiò presso i Gesuiti romani per dieci anni, dal 1562 al 1572, anno in cui morì lo zio Giovanni. Si trattò di un decennio intenso di studi, in cui approfondì lo studio delle lettere classiche, della lingua latina, della letteratura patristica e religiosa. Ma furono anche anni di goliardate e marachelle scandalose, di severe punizioni e di castighi spietati che, però, non riuscirono a domare il carattere vulcanico e riottoso dell’insolente savonese.
Durante i lunghi anni di studio presso i Gesuiti, Chiabrera iniziò a scrivere sonetti e madrigali, avvicinandosi alla poesia e divorando uno dopo l’altro tutti i libri di poesia e letteratura narrativa e drammatica contenuti nella vasta e ben fornita biblioteca del collegio.
Nel 1572, uscito dal collegio con un buon numero di lettere di presentazione, ma anche avvantaggiato dal fatto che suo zio Giovanni aveva amici influenti tra l’alto clero e nella corte papale, il poeta fu assunto in qualità di segretario dal potente cardinale Cornaro, amico di suo zio e camerlengo alla corte pontificia.
Avendo ereditato i beni dello zio, visse agiatamente a Roma per quattro anni, sino al 1576, frequentando compagnie di giovani aristocratici e partecipando a feste, banchetti, balli in maschera e libidinose avventure in postriboli e taverne.
Il suo carattere litigioso, protervo, e la sua indole maldicente e prepotente, lo portò spesso a scontrarsi con altri signorotti fatti della sua stessa pasta, scontri che iniziavano con sequele di ingiurie e di sonori schiaffeggiamenti, per poi proseguire a colpi di spada finché l’arrivo del bargello e dei gendarmi non metteva in fuga i rancorosi duellanti.
Nel 1576, però, venne a diverbio furibondo con un gentiluomo romano particolarmente attaccabrighe: questi lo aveva apostrofato in malo modo mentre attraversava la starda, il poeta gli rispose con una serie di insulti triviali e di gesti piuttosto sconci, e allora il nobile romano mise mano alla spada, subito imitato dal savonese. Ci fu un rapido e feroce duello, scandito da ingiurie di ogni genere, che ebbe termine con il ferimento del borioso romano. Si trattò di un ferimento grave, che condusse poi a morte l’altero aristocratico.
Ricercato per quel ferimento, il giorno seguente, Chiabrera fu costretto a lasciare Roma in fretta e furia, per non incorrere nella dura giustizia pontificia, accompagnato da un servo che in realtà era un bravaccio della peggiore specie e che gli era stato degno compagno in risse e gozzoviglie.
Raggiunse Civitavecchia e si imbarcò sulla prima nave diretta in Liguria, ripercorrendo a ritroso il viaggio in mare che aveva compiuto insieme allo zio parecchi anni prima.
Giunto a Savona, si sistemò nella casa dello zio, che aveva ereditato, dedicandosi totalmente alla poesia e alla letteratura, e intervenendo polemicamente nelle discussioni intorno alla tragedia e al poema eroico.
Ma quando non scriveva, il poeta si impelagava in litigi, risse e avventure di strada con ubriaconi e prostitute, in cui dava ampia prova del suo carattere ribelle e dei suoi atteggiamenti altezzosi e sfrontati.
Nel 1579, ritenendosi offeso da alcuni insolenti concittadini, spalleggiato dai suoi bravacci, li andò a scovare nella taverna da essi frequentata e li ingiuriò pubblicamente. Furono sguainate spade e pugnali e scoppiò una violenta rissa, nel corso della quale il poeta ferì diversi suoi rivali. Per tale motivo fu multato e bandito da Savona. Anche in questo caso, dovette andarsene rapidamente, portandosi dietro poche cose, tra cui, però, il manoscritto del poema epico La guerra dei Goti, che aveva iniziato nella città natale.
Lasciata la Liguria, Chiabrera attraversò la Lombardia e raggiunse il Veneto, dove soggiornò dapprima a Verona, poi a Padova e a Venezia, dove si faceva notare per lo scapolare gesuitico che portava al collo e per le sue frequenti invocazioni a Santa Lucia, alla quale era fanaticamente devoto e che invocava con l’epiteto di “celeste avvocata”.
Nella città lagunare, Chiabrera si impelagò in un sacco di diatribe e di astiose polemiche contro i filosofi razionalisti delle scuole di Rialto e contro i poeti marinisti, coi quali aveva già rabbiosamente polemizzato sia a Roma sia a Savona. Ma tra un litigio e l’altro, tra una polemica e l’altra, nel 1582 trovò anche il tempo di fare stampare il suo poema, che aveva finalmente concluso, dedicandolo al duca Carlo Emanuele I di Savoia, il quale prese a benvolerlo.
Nel 1585, dopo un altro giro di peregrinazioni in Veneto e Lombardia, fece ritorno a Savona. Durante i lunghi anni dell’esilio aveva approfondito lo studio della poesia classica, si era temprato nelle continue tenzoni poetiche con i marinisti e aveva ideato tutta una serie di opere epiche e drammatiche che portò a compimento negli anni successivi al suo ritorno in patria.
Anche il suo carattere si era placato alquanto: pur restando collerico e polemico, aveva smesso di gettarsi a capofitto nelle risse di strada e di frequentare taverne e postriboli dove si poteva incontrare soltanto persone di malaffare. Al contrario, si era messo a frequentare prelati e religiosi, approfondendo in loro compagnia gli studi biblici e patristici.
Nel 1588 pubblicò in tre libri le Canzoni, composte a partire dagli anni dell’esilio in Veneto, mentre nel 1590 iniziò a comporre il poema epico Amedeide, dedicato a Carlo Emanuele I di Savoia, al quale lavorò sino al 1620, anno in cui l’opera venne finalmente stampata. Ormai, la sua attività principale era la poesia: ma anche in questa attività fu estremamente polemico, in quanto la sua avversione verso il marino e i marinisti lo portò ad impegolarsi in continue diatribe e tenzoni contro questi poeti barocchi che disprezzavano il rigoroso classicismo al quale faceva continuo riferimento il Chiabrera.
Ma, sebbene coinvolto in tutte queste polemiche, il poeta lavorava alacremente: nel 1591 fece pubblicare le Canzonette (modellate sull’esempio di Anacreonte), ma non restò contento dell’edizione a stampa , tanto che venne alle mani con l’editore. Nello stesso anno, Chiabrera si recò a Roma, dietro invito di alcuni letterati romani, e anche nella capitale pontificia denigrò l’edizione delle Canzonette, accusando pubblicamente l’editore, Lorenzo Fabri, di essere un asinaccio e un incompetente.
Nonostante i litigi, però, il Fabri continuò ad editare le opere di Chiabrera, in quanto riconosceva l’alto ingegno del poeta e la sua sorprendente abilità artistica.
Nel 1598 il poeta pubblicò a Firenze, presso il Giusti, cinque poemetti religiosi: La disfida di Golia, La Liberazione di San Pietro, Il Leone di David, Il Diluvio, La Conversione della Maddalena. La stampa dell’opera fu interamente sovvenzionata da Cristina di Lorena, della famiglia dei granduchi di Firenze, la quale era una entusiasta ammiratrice del poeta.
Poi, per un intero anno, si chiuse in casa, concedendosi solo qualche breve soggiorno a Genova, e compose centinaia e centinaia di versi, che fece pubblicare l’anno seguente, nel 1599, dall’editore Pavoni e dal solito Fabri: Le maniere dei versi toscani, Scherzi e Canzoni morali, le Rime (che raccolgono in un solo volume tutte le raccolte precedenti).
Nel 1600 venne invitato a Firenze, per i festeggiamenti delle nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV re di Francia: per l’occasione, Chiabrera compose il melodramma mitologico Il rapimento di Cefalo, che venne musicato dal celebre Giulio Caccini.
L’opera ottenne un grandioso successo alla corte medicea, tanto che il granduca la fece pubblicare a proprie spese, poi nominò Chiabrera gentiluomo di corte e gli assegnò una pensione mensile ma senza obbligo di residenza a corte. Si trattava di altissimi riconoscimenti, che mandarono in visibilio il poeta, il quale iniziò ad ideare un poema in lode di Firenze e della dinastia de’ Medici.
In quello stesso anno, Chiabrera si innamorò perdutamente di Lelia Pavese, una sua cugina, di soli sedici anni. La bella e procace Lelia sedusse il poeta per gioco, lo fece innamorare, e alla fine questi, travolto dalla passione e dalla sua irrefrenabile libidine, la deflorò e la fece sua nel corso di una gita campestre, offrendosi poi di sposarla per rimediare all’affronto fatto alla famiglia.
Il matrimonio fu celebrato a Savona nel 1602, un anno particolarmente drammatico per il poeta, in quanto il fisco romano gli sequestrò i beni che possedeva nell’Urbe (case e terreni ereditati dallo zio Giovanni) a causa di certe pasquinate di cui risultò autore l’amministratore dei beni romani del poeta. Pare che in alcune di queste pasquinate fosse stato riconosciuto anche lo stile del Chiabrera, ragion per cui la punizione fu estremamente severa, e neppure l’alta protezione accordatagli dal cardinale Cintio Aldobrandini (a cui il poeta disperato ricorse) riuscì a fargliela mitigare.
Intanto, nello stesso anno, a Firenze, venne pubblicato il poemetto Herodiade, incentrato sul martirio di San Giovanni Battista, al quale Chiabrera teneva moltissimo.
Per tentare di dimenticare il dispiacere causatogli dal sequestro dei beni, il poeta si dedicò alla letteratura pastorale: nel 1603 compose e fece pubblicare la favola pastorale Gelopea, nel 1604 la favola boschereccia Alcippo (modellata sull’esempio dell’Aminta del Tasso). Contemporaneamente tornò alla poesia religiosa e scrisse le Rime Sacre, che furono stampate a Padova da Pier Girolamo Gentile, un nuovo editore conosciuto in quegli anni.
Inoltre, scrisse e fece pubblicare, nel 1603, a Mondovì, Le Vendemmie di Parnaso, briose e divertenti poesie mitologiche che esaltano il furore bacchico e la delizia del vino, e che costituiscono una delle sue più celebri opere poetiche.
Poi, nel 1604, stufo di avere a che fare con editori che vendevano i suoi libri senza dargli un soldo, decise di diventare editore di se stesso, e fece pubblicare a Genova, a proprie spese, la prima parte del volume intitolato Delle poesie di Gabriello Chiabrera, che raccoglieva parecchie sue raccolte di versi, in parte già edite tra il 1599 e il 1603.
Ma anche l’attività di editore di se stesso non era aliena da dispiaceri, in quanto si trovò a dover contrattare e discutere anche per pochi spiccioli con i librai incaricati di vendere i suoi libri: e così, litigi e polemiche tornano a farsi prepotentemente sentire nella turbolenta vita del poeta.
Nel 1606 fece stampare la seconda parte delle Poesie, poi l’anno successivo si recò a Torino, con in mano la prima versione del poema Amedeide, scritto in onore di casa Savoia, al quale aveva lavorato lungamente. Il poema fu letto a corte, alla presenza del duca Carlo Emanuele I: l’opera, al tempo stesso epica ed encomiastica, entusiasmò e piacque molto al Duca, il quale, però, suggerì al Chiabrera alcune modifiche e alcuni ritocchi, a cui il poeta pose mano immediatamente. Probabilmente, Chiabrera si sarebbe fermato più a lungo alla corte di Torino, se non fosse stato per un cortigiano del Duca che, invaghitosi della bella Lelia, prese a corteggiarla in maniera alquanto temeraria. Il poeta, accortosi della tresca, pare abbia schiaffeggiato la moglie alla presenza del rivale, poi, onde evitare di non cacciarsi nei guai con un ennesimo duello, decise di lasciare subito la città subalpina.
Recatosi a Firenze, scrisse di getto una nuova favola pastorale, dal titolo Meganira, e sette Egloghe, poesie di argomento elegiaco bucolico, in memoria del suo amico Iacopo Corsi, morto prematuramente. Entrambe queste opere furono stampate nel 1608. Nello stesso anno scrisse e fece rappresentare la favola scenica Il pianto di Orfeo, in onore delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia.
Poi riprese a lavorare all’Amedeide e, nel 1610, fece ritorno a Torino, questa volta senza la moglie, presentò al Duca la seconda redazione del poema e ne ottenne sinceri apprezzamenti. Intanto, a Venezia si stampavano le Rime e altre opere composte precedentemente, tra cui la Meganira e le Egloghe.
Nel 1613 scrisse e fece pubblicare a Venezia il poemetto mitologico Le nozze di Zefiro, mentre, l’anno successivo, compose e fece stampare a Mantova, una favola marittima intitolata Galatea.
Nel 1615 fece stampare a Firenze un tomo con i primi nove canti del poema Firenze, dedicato a casa de’ Medici, poi, dopo assersi sprofondato nella rilettura dell’Orlando Furioso, scrisse la tragedia Angelica in Ebuda.
Nel 1617 tornò nuovamente a Torino e presentò al Duca la terza redazione dell’Amedeide, in quindici canti, chiedendo anche il parere del celebre poeta francese Honoré d’Urfé, che in quel periodo si trovava alla corte sabauda.
Durante il soggiorno, nel corso di una passeggiata in riva al Po, fu preso in giro da un ignoto poeta piemontese, forse invidioso della stima che Chiabrera aveva presso il Duca, per la sua Amedeide. Chiabrera, collerico come sempre, dopo averlo apostrofato con volgari insulti, gli rifilò una scarica di pugni e lo gettò di peso nelle gelide acque del Po.
Sempre nello stesso anno compose e fece stampare a Mantova una nuova favola marittima, intitolata Gli amori di Aci e Galatea. Nel 1619 pubblicò la terza parte delle Poesie, contenente ben undici poemetti, infine, nel 1620, dopo un lunghissimo lavoro di revisione, fece stampare a Genova il poema Amedeide, in venti canti, correndo poi a Torino a portarne subito al Duca la prima copia autografata.
Nel 1622 scrisse e fece pubblicare al tragedia Erminia, ispirata ad un episodio della Gerusalemme Liberata del Tasso, l’anno seguente compose e diede alle stampe il poemetto Le grotte di Fassolo.
Alla fine di novembre ricevette una lettera da papa Urbano VIII il quale esaltava i valori morali, classici e cristiani della poesia di Chiabrera. Il poeta esultò come un pazzo, si mise a saltare e a ballare per Via Spinola, a Savona, dove abitava, e, entrato in un paio di osterie, per festeggiare il grandioso evento pagò da bere a tutti gli avventori, costringendo addirittura due frati predicatori, che casualmente passavano da lì, ad ubriacarsi e a danzare balli osceni con le taverniere.
Nel 1624 si recò a Roma, per portare in omaggio al pontefice le copie autografe dei suoi libri. Nella quiete della campagna romana incominciò a scrivere i Sermoni.
Nel 1625, tornato a Savona, trovò la città piena di truppe ispano-genovesi, le quali minacciavano di invadere i territori del ducato sabaudo, nel corso della Guerra della Valtellina, che vedeva Genova e Torino schierate su fronti opposti.
Le soldataglie requisivano alloggi e ville, compivano razzie e stupri, ma Chiabrera riescì ad ottenere dal Senato genovese uno speciale privilegio, in virtù dei suoi meriti poetici, grazie al quale fu esentato dal dare ospitalità in casa sua a ufficiali e soldati dell’armato ispano-genovese.
Restò comunque assai impressionato dal clima di guerra: temeva che i soldati potessero ucciderlo e violentargli la moglie, ragion per cui si chiuse in casa, tornò alle letture patristiche e bibliche, iniziò a scrivere la Vita scritta da lui medesimo, il poemetto Chirone, le Ballatelle e le Canzonette scritte alla maniera di Pindaro.
L’anno successivo, allontanatasi da Savona la tempesta della guerra, Chiabrera riprese più serenamente la sua attività letteraria. Entrato in polemica con alcuni fanatici poeti petrarchisti che lo accusarono di aver abbandonato la tradizione del Petrarca, Chiabrera li avversò scrivendo il saggio Discorso sopra il sonetto del Petrarca, che inserì poi nei Dialoghi dell’arte poetica.
Nel 1627 pubblicò a Firenze il primo tomo dell’edizione definitiva delle Poesie, facendo uscire a distanza di pochi mesi i successivi tomi, giungendo fino al 1628, anno in cui pubblicò il quarto tomo. Nello stesso anno diede alle stampe il poema Firenze in quindici canti. Poi, per due anni, sino al 1630, si dedicò solo alla composizione dei Sermoni, giungendo a scriverne ventisei.
Intanto, tutte queste pubblicazioni gli procurarono buone entrate in denaro, alle quali il poeta poteva aggiungere le pensioni elargitegli dal Duca sabaudo e dal Granduca mediceo. Riuscì così farsi costruire una sontuosa villa a Legino, vicino a Savona, sul terreno di un ampio podere acquistato in precedenza
Nello stesso periodo, gli ritornava prepotente l’ispirazione epico-cavalleresca: sin dal 1628 aveva iniziato a scrivere due poemi epici, uno intitolato Ruggero e l’altro intitolato Foresto, la cui composizione procedeva solerte man mano che andavano avanti i lavori della villa di Legino.
Quelli furono anni austeri per il poeta: ormai disprezzava i fugaci amori della gioventù, le notti scapestrate, le avventure erotiche e le risse di strada. Era tutto preso dalla sublimità della religione e della poesia, e passava le sue giornate del tutto intento a pregare, a leggere e a comporre versi.
Nel 1635, preso da uno scrupolo di coscienza, volle bruciare gli Scherzi, canzonette giovanili modellate sull’esempio di Anacreonte, ma poi, decise di regalare quei manoscritti all’amico aristocratico Pier Giuseppe Giustiniani, ingiungendogli, però, di non pubblicarli finché egli era in vita.
Nel 1637 pubblicò una nuova edizione del poema Firenze, ma ormai si sentiva vecchio e stanco, e voleva portare a termine le opere ancora incompiute, che erano ancora molte.
Tra il 1637 e il 1638, nella quiete della sua villa di Legino, scrisse la tragedia Ippodamia, riordinò tutte le sue Lettere (raccogliendole in un unico corposo manoscritto), ricopiò i Dialoghi dell’Arte Poetica, portò a termine i Sermoni, giunti al numero di trenta, nei quali profuse molte riflessioni sull’esistenza, sui valori della vita, sulla poesia, la fede, l’amore, quasi si trattasse di una sorta di testamento spirituale in versi colloquiali.
La morte lo colse il 14 ottobre 1638, nella città natale, alla veneranda età di ottantasei anni, mentre era allo scrittoio, intento a rivedere i manoscritti delle opere da pubblicare, in particolare il Ruggero e il Foresto, ai quali teneva moltissimo. Fu sepolto nella cappella di famiglia, nella Chiesa di san Giacomo de’ Riformati di San Francesco, a Savona, dove è visitabile tuttora.
Del Chiabrera si può leggere una bella scelta delle sue poesie nel volume, ormai introvabile se non in biblioteca, intitolato Liriche, pubblicato dalla Utet nel 1926, oppure la più recente edizione Opere di Gabriello Chiebrera e lirici non marinisti del Seicento, pubblicata nel 1973, sempre dalla Utet di Torino.
Inoltre, la casa editrice Guanda ha pubblicato in un unico volume, nel 1995, una raccolta di versi dal titolo Maniere, scherzi e canzonette morali, mentre la casa editrice Leo Olschki, di Firenze, nel 2003 ha pubblicato un’ampia scelta delle Lettere, che copre gli anni che vanno dal 1585 al 1638.
Anche in questo caso, davvero troppo poco, per uno scrittore della levatura di Gabriello Chiabrera. A quando un’edizione completa, filologicamente corretta e ben curata, dei poemi, dei dialoghi, delle opere teatrali, dell’Autobiografia e dei Sermoni? A qualche generoso editore di buona volontà l’ardua e onerosa sentenza.



 

Giambattista Casti  (1724 – 1803)
Un abate libertino poeta cesareo alla Corte di Vienna

Giambattista Casti

Ebben ascolta
è questi un uomo
unico al mondo,
è primo tomo
senza il secondo,
è un capo d’opera,
è uno stupor.

Teodoro in Corsica,  Atto Primo, Scena Sesta

Giambattista Casti, ultimo di quattro fratelli, nacque ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, nel 1724, e morì a Parigi nel 1803.
I suoi genitori, Francesco Casti e Francesca Pegna, appartenevano a due pie famiglie borghesi di impiegati dello Stato Pontificio, che avevano dato parecchi uomini alla Chiesa, tra cui il più celebre era un certo Carlo Casti, canonico della Basilica del santo Sepolcro di Acquapendente.
Giambattista, animato sin da bambino da una smisurata sete di sapere, imparò prestissimo a leggere e a scrivere, e già dalla più tenera età mostrò una stupefacente inclinazione per la poesia.
Soleva esprimersi in versi e faceva la rima ad ogni parola che gli veniva detta. In lui la poesia sembrava un qualcosa di assolutamente naturale, di profondamente connaturato con la sua indole.
A sette anni aveva già imparato a memoria una lunga serie di filastrocche e di cantilene, dopo averle sentite una volta soltanto, a nove anni leggeva già libri di versi di poeti famosi, come il Petrarca, l’Ariosto e il Marino, a undici aveva già imparato a scrivere sonetti e madrigali. Insomma, un vero prodigio poetico, che non poteva passare inosservato.
Suo fratello Giuseppe Antonio, canonico di Montefiascone, rendendosi conto dello straordinario ingegno del fanciullo, lo fece condurre nel seminario vescovile di Montefiascone, dove, sotto la guida di austeri docenti, studiò latino, filosofia morale, teologia scolastica, letteratura patristica, esegesi biblica, oltre, ovviamente alla letterature classiche di Grecia e di Roma.
Come era prevedibile, si rivelò un prodigio anche in quegli anni severi di duri studi, riuscendo rapidamente dove i suoi compagni di collegio non riuscivano, ma compiendo anche mascalzonate e goliardate che gli valsero parecchie punizioni, come, per esempio, quando venne scovato a masturbarsi in un gabinetto in compagnia di altri due compagni; oppure, quando durante una noiosa lezione di filosofia morale, fu sorpreso dal sacerdote a leggere una copia dei Sonetti Lussuriosi dell’Aretino che, furbescamente, teneva nascosta all’interno di un grosso tomo di teologia.
Infatti, sin dagli anni del collegio, manifestò quell’indole libidinosa che lo accompagnò per tutta la vita: una volta, fu punito perché, durante una passeggiata, si era appartato sotto un ulivo con una giovane contadinella conosciuta alla Messa della domenica; un’altra volta, fu castigato ancor più severamente perché sorpreso mentre stava recandosi con un compagno, nel cuore della notte, a fare una “visita” alla prostituta del paese.
Nonostante queste avventure piuttosto lascive, Casti studiò con profitto, e a soli sedici anni venne nominato professore di Retorica. Durante gli ultimi anni di studi, era stato condotto più volte a Roma per sentire le lezioni di eminenti teologi e di dotti esperti di diritto canonico, e sin da allora l’Urbe lo aveva affascinato per le sue strade affollate e piene di gente, per le belle popolane procaci che si potevano incontrare in strada ad ogni piè sospinto, per le maliarde e avvenenti meretrici e cortigiane le cui attività lussuriose prosperavano senza ritegno anche nella bigotta Roma papalina.
Tornatoci anche dopo la nomina a professore, si rese conto ben presto che Montefiascone, così come Acquapendente e le altre sonnacchiose città laziali, erano troppo piccole per il suo vulcanico ingegno e per la sua smodata fama di gloria e di vita galante, ragion per cui, nel 1744, pur contro il parere decisamente contrario del fratello Giuseppe Antonio, lasciò il seminario di Montefiascone, dove aveva incominciato ad insegnare e si trasferì a Roma.Intanto, già durante gli anni di studio al collegio, aveva iniziato a farsi conoscere ed apprezzare come poeta, scrivendo sonetti encomiastici, ottave e madrigali, in occasione di matrimoni, battesimi e funerali, con i quali aveva iniziato a guadagnare qualche soldo.
Giunto a Roma, si mise subito in contatto con i più celebri ed affermati poeti dell’Urbe, ed entrò ben presto a far parte dell’Arcadia, la celebre accademia poetica e letteraria fondata nel 1690 da Cristina di Svezia.
E in Arcadia, l’abate Giambattista Casti venne accolto con il nome pastorale di  Niceste Abideno, dando ampia prova delle sue spiccate qualità di rimatore all’improvviso, di poeta erotico e di letterato libertino.
Ovviamente, nella capitale pontificia, il Casti si trovò a proprio agio come un pesce nell’acqua: frequentava accademie letterarie, incontrava poeti prestigiosi e porporati altolocati, passava da un incontro galante all’altro, partecipava a cene e pranzi sontuosi, ed era di casa nelle alcove delle più celebri meretrici romane. Insomma, una vita godereccia, dissoluta, decisamente libertina, a tratti anche un po’ scandalosa, ma assolutamente comune a quella della maggior parte degli abati e dei prelati dell’epoca.
A Roma, il Casti iniziò in maniera decisa la sua prolifica attività letteraria: come prima opere scrisse I Tre Giulii, una poderosa raccolta di ben duecentosedici sonetti incentrati sulle turbolente vicissitudini di un creditore che deve riscuotere appunto la somma di tre giulii (una moneta dell’epoca, vigente nello Stato della Chiesa) da debitori infidi e ingannevoli nei quali il poeta ritrasse molti personaggi degli ambienti ecclesiastici, poetici e nobiliari che frequentava.
Probabilmente, dietro la figura del creditore si nascondeva lo stesso Casti, il quale, per mantenersi nella costosa Roma, aveva un disperato bisogno di denaro. Ebbe la brillante idea di dedicare il libro alla principessa Giustiniani, appartenente ad una nobile famiglia romana, conosciuta in occasione di un ricevimento al quale era stato invitato. La dedica sortì il suo effetto, infatti la nobildonna dapprima gli pagò i debiti in moneta sonante, e poi, affascinata dall’eloquio e dalla estrosità poetica dell’abate, gli aprì anche la porta della sua camera da letto.
Ma quella con la Giustiniani fu un’avventura effimera, di mera natura sensuale: infatti, il poeta aveva appuntato gli occhi su una ben più ambita preda, vale a dire la marchesa Lepri, una nobildonna frivola e capricciosa, ricchissima e, soprattutto, bellissima, molto soggetta a subire il fascino non solo della poesia, ma anche dei poeti più sfrontati e intraprendenti.
Casti, da buon libertino quale era, le fece una corte spietata, a colpi di sonetti, madrigali, epistole adulatorie e incontri galanti, finché la nobildonna non cedette alle sue ammalianti lusinghe. Entrare nell’alcova della Lepri, poter godere della sua sfolgorante bellezza, ma anche del suo elevato tenore di vita, fu per Casti la realizzazione di un sogno, anche perché, della marchesa, egli si innamorò perdutamente.
La loro relazione durò circa un anno, dal 1759 al 1760, anno particolarmente intenso per il poeta, non tanto da un punto di vista letterario, quanto, piuttosto, da un punto di vista erotico e mondano, in quanto si lasciò travolgere dai piaceri e dagli agi della bella vita. Ma i sogni belli, purtroppo, durano poco: verso la fine del 1759 la marchesa si era già stancata del suo poeta, ma il Casti, ostinatamente innamorato, non se ne rese conto. Volle a tutti i costi accompagnarla a Parigi, ma una volta giunto nella capitale francese, il povero poeta si vide relegare al ruolo di cameriere e menestrello, mentre la frivola marchesa dava convegno nel suo letto ad amanti ricchi e aristocratici che nulla avevano a che spartire con lo squattrinato abate.
Dopo pochi mesi di soggiorno parigino, stufo di vedere la marchesa tra le braccia di damerini e bellimbusti gallonati, la sua smodata gelosia non resse più a quei continui affronti: al termine di un litigio furibondo, durante il quale la apostrofò con gli epiteti più ingiuriosi del suo ricco vocabolario, se ne andò sbattendo la porta e mandandola al diavolo. Poi fece ritorno a Roma, amareggiato, deluso, con in tasca pochi quattrini, ma, soprattutto, con le pive nel sacco e con la spiacevole sensazione di sentirsi un colossale cornuto.
Ma durante quel turbolento anno, il poeta non si era solo limitato a passare dalla sala da pranzo alla camera da letto della marchesa: aveva anche scritto per lei (che egli, arcadicamente, aveva ribattezzato Filli)  molti versi, soprattutto sonetti e madrigali in cui cantava le gioie e i piaceri di quell’amore sensuale così paradisiaco e così inebriante.
Tornato nell’Urbe solo, senza soldi, con il cuore spezzato e con la spiacevole sensazione di essere stato usato e poi gettato via come un giocattolo con cui non ci si diverte più, Casti si sfogò scrivendo molte poesie in cui, con accenni decisamente tristi e pieni di malinconia, cantava la fine di quell’idillio da favola e di quell’amore devastante che lo aveva dapprima innalzato sino al paradiso e poi precipitato nell’inferno.
Tutte le poesie d’amore, galanti, sensuali e di encomio scritte per la bella marchesa, furono da Casti pubblicate in un volume intitolato Poesie liriche, volume i cui testi risentono molto degli influssi della poesia latina di Catullo. Properzio, Tibullo e Stazio.
Ma la pubblicazione dei primi due volumi di versi non apportò al Casti granché denari, perciò, per vivere, si trovò costretto a dare lezioni private, a fare da precettore ai rampolli di alcune boriose famiglie dell’aristocrazia romana, e a scrivere sonetti e odi su commissione, in occasione di matrimoni, battesimi, funerali e comunioni.
Gli anni dal 1760 al 1764 furono assai duri per il poeta abate, il quale bussò invano alle porte di cardinali, principi e illustri porporati, con la speranza di essere assunto in qualità di segretario, camerlengo o uomo di lettere: nessuna di queste si apriva, se non per fargli un minimo di spocchiosa elemosina, il che gli rendeva ancora più increscioso e insopportabile quel suo avvilente peregrinare in cerca di protezione e di un impiego stabile che gli garantisse almeno un tetto sopra la testa e un piatto caldo a pranzo e a cena. 
Infine, nel 1764, per vendicarsi di alcuni prelati che gli avevano falsamente promesso un impiego stabile alla corte pontificia, Casti scrisse e fece circolare una serie di poesie particolarmente aspre, piene di acredine e di velenoso sarcasmo, con le quali satireggiò in maniera triviale i porporati che gli avevano fatto prospettato una sistemazione che non era arrivata.
Ovviamente, tanto bastò per farlo incorrere nella severità spietata della giustizia pontificia: onde evitare di essere arrestato, il poeta fu costretto a fuggire nottetempo dall’Urbe, come un comune malfattore, rischiando più volte di finire nelle grinfie dei gendarmi pontifici sguinzagliati contro dagli offesi prelati.
Lasciata Roma, attraversò la campagna romana, pericolosa per i molti feroci briganti che allora la popolavano, e riuscì a riparare, sano e salvo, nei territori del granducato di Toscana, raggiungendo Firenze.
Nella capitale del granducato, Casti giunse accompagnato dalla sua fama di poeta galante e alla moda, il che gli aprì le porte di accademie letterarie e cenacoli culturali, ma non gli portò alcuna decorosa sistemazione economica, come egli invece auspicava.
La fortuna, infine, si decise ad arridergli nel 1768, in occasione della visita, a Firenze, di Maria Carolina, arciduchessa d’Austria e figlia dell’imperatrice austriaca Maria Teresa, la quale era in viaggio per Napoli, dove l’attendeva il suo futuro sposo, il re Ferdinado IV.
Per celebrare l’arrivo dell’arciduchessa, il ricco conte di Rosemberg organizzò una grandiosa festa nella sua splendida Villa della Pietraia, ricca di affreschi e giardini, luogo ameno di piacevoli conviti e incontri galanti.
In onore dell’arciduchessa, parecchi poeti toscani scrissero sonetti, odi e composizioni in versi per celebrarla e cantarne le lodi. Il Casti non si lasciò sfuggire quella impedibile occasione, e nel volgere di soli due giorni, da buon poeta arcade qual era, scrisse Gli amori di Tirsi e Clori, una cantata pastorale che venne recitata alla presenza della nobildonna austriaca, del granduca Pietro Lepoldo I e del fior fiore dell’aristocrazia toscana.
Fu un successo strepitoso, anche perché l’arciduchessa restò assai affascinata dai personaggi in costume da ninfe e da satiri che recitavano e cantavano i versi del Casti. Gli applausi furono entusiastici e il poeta venne presentato a Maria Carolina, la quale lo elogiò di fronte a tutti i presenti.
In seguito a un tale trionfo, il granduca volle Casti presso di sé e lo assunse in qualità di poeta di Corte, direttamente alle sue dipendenze. Ma Casti ambiva ad un ruolo di ancora maggiore prestigio, e la fortuna, in quel periodo, sembrava davvero arridergli. L’anno seguente, l’imperatore austriaco Giuseppe II, dopo essere stato a fare visita alla sorella, a Napoli, passò a Firenze, per salutare il granduca suo cugino. Il conte di Rosemberg volle assolutamente che Casti fosse presentato all’imperatore, cosa che avvenne nel corso di un banchetto.
Il poeta, in tale occasione, dette il meglio di sé, rivelando uno spirito estremamente arguto, faceto, dalla battuta pronta, ed esibendosi in qualità di prodigioso improvvisatore di versi.
Giuseppe II restò talmente affascinato dalla facondia e dall’indole spiritosa del Casti tanto che lo volle con sé alla corte di Vienna in qualità di poeta. Il granduca, ovviamente, era decisamente contrario al fatto che Casti lasciasse Firenze per partire alla volta di Vienna, ma ad un espresso desiderio dell’imperatore non si poteva certo dire di no, ragion per cui, sebbene a malincuore, Pietro Leopoldo fu costretto ad accondiscendere.
Lasciata Firenze al seguito del corteo imperiale, Casti raggiunse Vienna dopo un lungo viaggio attraverso la Lombardia, il Veneto e il Friuli. Inorgoglito dal suo ruolo di poeta cesareo, Casti  si mise subito a scrivere versi in lode della famiglia imperiale, in particolare dell’imperatrice Maria Teresa, mostrando nel contempo un grande interesse per il teatro musicale.
L’opera più importante tra quelle composte a Vienna fu le Novelle Galanti, un’ampia raccolta di novelle in ottava rima, molte delle quali licenziose e di alto contenuto erotico, piene di elementi satirici, opera che il poeta continuò ad accrescere e a correggere sino al 1802, anno in cui vide la luce in volume.
A Vienna, Casti ebbe però dei terribili rivali, in particolare Pietro Metastasio e Lorenzo da Ponte: il primo, era il poeta cesareo ufficiale, e vantava la protezione indiscussa di Maria Teresa, ma Giuseppe II lo trovava troppo lezioso, pedante e noioso, ragion per cui gli preferiva il salace e arguto laziale. Da Ponte, invece, era il librettista prediletto da Mozart. E sia Metastasio che da Ponte erano, principalmente, poeti di libretti per melodramma, il che costrinse Casti a sfoderare tutte le sue qualità poetiche per poter competere con simili rivali.
Musicisti come Mozart, Salieri e Paisiello si contendevano i poeti librettisti, e quando un melodramma trionfava su un altro, le contrapposte coppie di poeti e musicisti non si risparmiavano critiche astiose, ingiurie e canzonature irriverenti.
Casti capì ben presto che se voleva continuare a restare nelle grazie dell’imperatore doveva scrivere dei libretti d’opera capaci di catturare l’attenzione della Corte.
Entrò così in gara con da Ponte, e mentre questi scriveva Il ricco di un giorno,  il salace abate compose Re Teodoro in Venezia. Quando i due melodrammi, rispettivamente con musiche di Salieri e Paisiello, furono rappresentati, quello di da Ponte fu fischiato, mentre all’opera di Casti venne tributato un grande trionfo. Allora il da Ponte, stizzito, scrisse alcuni sonetti contro Casti rigurgitanti di insulti, ai quali, ovviamente, il sarcastico poeta laziale rispose con versi altrettanto ingiuriosi.
Frattanto, Casti aveva intrapreso diversi viaggi, visitando la Boemia, l’Ungheria, la Polonia e, nel 1778, la Russia, che era allora dominata dall’austera zarina Caterina II.
Il soggiorno in Russia fu, per il poeta, un’esperienza sconvolgente: gli sembrò un immenso paese di schiavi affamati, sottoposti alla brutalità senza pari dei cosacchi e delle soldataglie che aiutavano la zarina a mantenere il proprio potere assoluto facendo uso ed abuso della repressione, dei massacri, del terrore e delle crudeltà più spaventose.
La visione dei macilenti servi della gleba sottomessi a padroni brutali e senza scrupoli, la repressione sanguinaria di rivolte popolari dettate unicamente dalla miseria e dalla fame (come quella del cosacco ribelle Pugacev), la crudeltà bestiale con cui venivano messi a morte coloro che ardivano opporsi alla dura tirannide caterinesca, lasciarono sgomento il poeta e fecero nascere nel suo animo fieri sentimenti di avversione per il terribile sistema di potere zarista (come avvenne, un secolo più tardi, per il tragediografo pisano Giambattista Niccolini).
Casti fu invitato alla corte di Caterina II ed ebbe modo di vedere con i propri occhi la durezza dell’assolutismo zarista e la ferocia del suo governo di aristocratici e di militari, riportando di tutto ciò sensazioni incancellabili di profondo disgusto e di totale avversione che si trasformarono sin dal viaggio di ritorno in sarcastici versi di aspra condanna dell’autocrazia moscovita.
Rientrato a Vienna, iniziò la composizione del Poema Tartaro, un poema in ottave, in dieci canti, nel quale satireggiò con profondo sarcasmo e con pungente livore i pessimi costumi e la soffocante tirannide che aveva avuto modo di vedere nell’impero zarista di Russia. Si tratta della più interessante e avvincente opera poetica che Casti abbia scritto, e la denuncia del sistema repressivo del regime zarista fatta dal poeta abate risultò così efficace e così veritiera, tanto che la zarina non perse tempo nell’effettuare forti pressioni diplomatiche presso l’imperatore d’Austria, affinché il poema non fosse pubblicato.
Giuseppe II, che non condivideva i metodi autocratici di governo della zarina russa, lesse con molto interesse il Poema Tartaro e mostrò di apprezzarlo, sebbene contenesse versi satirici anche nei confronti della monarchia asburgica. Ma non voleva guastare i rapporti diplomatici con l’impero moscovita, ragion per cui non dette al Casti l’approvazione per farlo pubblicare.
Il poeta si risentì molto per questa mancata approvazione, in quanto teneva molto a quel poema. Comunque, continuò a rivederlo, correggerlo, a fare aggiunte di versi, facendone diverse copie manoscritte che inviò per la lettura ad amici e conoscenti. Molti mostrarono di apprezzarlo, ma molti altri lo stroncarono decisamente, primo fra tutti Giuspepe Parini, il quale aveva già scritto contro Casti un celebre sonetto infamatorio che inizia con il celebre verso: “Un prete vecchio, brutto e puzzolente”. Parini, che era un ammiratore della zarina Caterina, stroncò il Poema Tartaro, giudicandolo una pessima opera di poesia, prolissa e noiosa, ma definendolo, soprattutto: “un poema sporco e impertinente contro la donna dell’impero vasto”.
Giuseppe II tenne conto anche del giudizio del Parini e ritenne che non era il caso di inimicarsi la zarina Caterina per difendere l’opera poetica del Casti. Perciò, congedò il poeta con una somma di trecento ungheri e lo invitò a lasciare Vienna.
Deluso e amareggiato, Casti intascò i soldi, lasciò Vienna e riprese a viaggiare, non disperando di riuscire a pubblicare in qualche altro paese il suo Poema Tartaro. Sedotto dal fascino del Levante, nel 1780 decise di partire alla volta di Costantinopoli per visitare l’impero degli Ottomani, compiendo un viaggio avventuroso, per terra e per mare, che lo portò sin nel cuore dell’impero turco.
Partito da Venezia in compagnia dell’avventuriero veneziano Bailo Foscarini, raggiunse Costantinopoli, visitò a lungo la città, si mise alla ricerca delle antiche vestigia bizantine, visse una serie di avventure erotiche con avvenenti schiave che acquistava al mercato degli schiavi, restituendo poi loro la libertà in cambio di focose e appassionate notti d’amore, osservò con cura i costumi, le abitudini e le usanze dei Turchi e delle popolazioni sottomesse all’autorità della Sublime Porta. Fu anche ricevuto a corte e gli fu concesso di parlare con il Gran Visir e di vedere il Sultano, il che fa pensare che il viaggio sia stato in realtà una missione diplomatica svolta su incarico dell’imperatore d’Austria.
Lasciata la Turchia, Casti ritornò a Vienna, nel 1781, dove scrisse la Relazione di un viaggio a Costantinopoli, nel  quale narrò la sua esperienza di viaggiatore e osservatore europeo nelle terre del Gran Turco. Si tratta dell’unica opera in prosa scritta da Casti, opera in cui prevalgono gli accenti illuministici e uno stile sobrio, a tratti colloquiale, caratterizzato da equilibrate descrizioni e ponderati giudizi.
Sebbene non vivesse più a corte, le polemiche letterarie tra Casti, da Ponte e Metastasio proseguirono sino al 1782, anno in cui Metastasio morì, lasciando vacante il ruolo di poeta cesareo.
Sia Casti sia da Ponte avrebbero voluto ricoprirlo, ma l’imperatore non si decideva a nominare il successore. Frattanto, commissionò a Casti un libretto per melodramma: la musica era stata composta da Salieri, ma né Metastasio né da Ponte avevano scritto il testo.
Casti colse al volo l’occasione che gli si presentava e scrisse il testo intitolato Prima la musica, poi la parole, una parodia satirica sul suo ruolo di poeta cortigiano alla corte viennese e sulla lunga gavetta che aveva dovuto fare prima di giungere alla celebrità e agli onori.
Nel frattempo, aveva iniziato ad interessarsi di favolistica. Dopo avere studiato a fondo Esopo, Fedro e La Fontane, prese a scrivere gli Apologhi (L’asino, Le pecore, La Lega dei Forti, La Gatta e il Topo), aventi per protagonisti figure di animali e dedicati a scottanti argomenti di attualità, come gli intrighi a corte e la guerra russo-austriaca. Ma a causa dei troppi evidenti riferimenti a personaggi della corte e del mondo politico dell’epoca, gli Apologhi non poterono essere subito pubblicati e circolarono manoscritti a lungo, proprio come il Poema Tartaro.
Maggior fortuna riscossero, invece, i suoi libretti per melodramma: Catilina, I dormienti, Cublai Gran Can dei Tartari, ma, soprattutto, quelli incentrati sulle avventure dell’eroe corso Teodoro (Teodoro in Corsica, La grotta di Trifonio), tutti composti tra il 1784 e il 1789, che furono applauditissimi a corte.
Nel 1790 morì l’imperatore Giuseppe II e gli successe al trono Leopoldo II, che era un ammiratore del Casti e che gli aveva promesso di nominarlo poeta cesareo, ma poi, onde non contrariare il da Ponte, non fece nulla.
Morto Leopoldo II, nel 1793, il nuovo imperatore, Francesco I, dovendo scegliere tra Casti e da Ponte in qualità di poeta di corte, scelse il primo, anche per via degli intrallazzi e del giro di amicizie che Casti era riuscito a procurarsi. Casti fu stipendiato con duemila fiorini annui ed ebbe l’incarico di scrivere libretti per melodramma e versi celebrativi per gli eventi di spicco.
Nel frattempo aveva preso avvio la Rivoluzione francese, la monarchia dei Capetingi era stata abbattuta, era stata proclamata la Repubblica di Francia e a Parigi governavano i giacobini. Casti, che dopo quanto aveva visto in Russia e in Turchia, era divenuto un implacabile nemico dell’assolutismo monarchico, non nascose le sue simpatie per la causa rivoluzionaria francese, ma dopo il ghigliottinamento di Maria Antonietta d’Austria, vedova del monarca francese Luigi XVI, gli fu difficile rimanere a Vienna, in quanto l’impero austriaco era sceso in guerra contro la repubblica francese e i sospettati di giacobinismo sul suolo austriaco erano decisamente malvisti.
Nel 1795, Casti si recò a Firenze, su invito del Granduca, ma nella città toscana non aveva più il suo protettore, il conte di Rosemberg, in quanto deceduto l’anno prima. Le sue pungenti poesie satiriche contro l’assolutismo monarchico e le case regnanti europee gli avevano alienato gran parte delle simpatie di cui aveva beneficiato alla corte granducale, perciò, nel 1796, Casti chiese al Granduca di lasciarlo partire alla volta di Parigi.
Il Granduca acconsentì ma lo fece scortare da una squadra di gendarmi. Giunti alla frontiera di Graz, i gendarmi accusarono Casti di essere un poeta sovversivo, uno scrittore che incitava alla ribellione contro le monarchie, ragion per cui i doganieri austriaci gli sequestrarono un borsone contenente parecchi manoscritti, tra cui quelli degli Apologhi e del Poema Tartaro, nonché molte poesie satiriche. Pur inveendo a denti stretti contro i gendarmi, casti si ritenne fortunato che gli sbirri non lo arrestassero, e proseguì il viaggio da solo, sino Parigi.
La Francia, con la reazione termidoriana, si era sbarazzata di Robespierre e dei giacobini e si era affidata al governo conservatore e oligarchico del Direttorio, che aveva ridato fiato alle mode borghesi, al lusso e la benessere dei ceti più abbienti, prendendo decisamente le distanze dalle austere politiche draconiane del robespierrismo.  
Nella capitale francese, Casti trovò un ambiente assai favorevole alle sue idee anti-monarchiche e anti-dispotiche, con un’editoria vivace,  in piena attività, e con un clima culturale assai più aperto al libero dibattito delle idee.
Così, nel 1797, poté finalmente pubblicare il Poema Tartaro, opera a cui teneva moltissimo, e, successivamente, anche gli Apologhi.
Intanto, durante gli ultimi anni del suo soggiorno viennese, aveva iniziato a scrivere un nuovo ampio poema, in sestine, dal titolo Gli Animali Parlanti, con cui intendeva satireggiare i governanti europei dell’epoca, ritraendoli sotto le spoglie degli abitanti del Regno degli animali.
Ma l’astro nascente di Napoleone Bonaparte, i suoi successi militari in Italia e in Egitto, la sottomissione del Direttorio alla sua sfrenata ambizione e l’atmosfera di dittatura militare che, tra il 1798 e il 1799 si diffuse in Francia, fecero chiaramente comprendere al Casti che gli sarebbe stato assai difficile vivere sotto il nascente regime bonapartista.
E proprio in quegli anni, lavorando alacremente a Gli Animali Parlanti, Casti sfogò nei versi del poema la propria amarezza e la
propria disillusione. I primi canti dell’opera iniziarono a circolare manoscritti a Parigi, e l’aspro sarcasmo con cui il poeta ritrasse la figura del Bonaparte gli scatenò contro le ire di costui, che lo accusò di essere un “democrate”, cioè un sobillatore e un manovratore dell’ingenuità popolare. Il poeta gli rispose per le rime, accusandolo di assurde manie di grandezza e di ambire al trono imperiale mentre ricopriva ancora la carica di Console.
Dopo l’incoronazione di Napoleone a imperatore dei Francesi, la vita, per Casti, si fece ancora più dura e difficile. Era pedinato e spiato a vista dalla polizia bonapartista, i suoi scritti erano soggetti a dura censura, gli amici sui quali sperava di poter contare lo avevano abbandonato per timore di compromettersi con il regime.
Gli restava fedele amico soltanto l’ambasciatore spagnolo a Parigi, Don Nicolao De Azara, il quale apprezzava schiettamente la sua poesia e lo aiutava per quanto gli era possibile, sostenendolo finanziariamente nei momenti di maggiore ristrettezza.
Infine, nel 1802, grazie agli interessamenti del De Azara, del ministro Talleyrand e di Giuseppe Bonaparte (fratello di Napoleone, convinto ammiratore della poesia satirica del poeta abate) fu possibile creare una “associazione”, cioè, una sottoscrizione comprendente il versamento di una quota di denaro, per finanziare la stampa delle Novelle Galanti e anche de Gli Animali Parlanti. Raccolta la notevole cifra richiesta dagli stampatori per editare il poema, il primo tomo dell’opera vide la luce nel 1802, presso la stamperia Treuttel e Wurtz, mentre i successivi furono stampati nel corso dello stesso anno, mentre venivano stampate anche le novelle.
Contemporaneamente alla stampa del poema, alfine di renderlo accessibile ai lettori francesi, venne intrapresa una parziale traduzione, pubblicata a puntate sulla rivista Décade Philosophique. Ma nonostante la sottoscrizione, il poema non apportò a Casti alcun consistente giovamento economico: se ne vendettero, infatti, poche decine di copie, ragion per cui il poeta continuò a vivere in miseria, costretto a chiedere aiuti e denaro al generoso De Azara.
La sera del 6 febbraio 1803, l’ambasciatore spagnolo invitò a cena l’affamato Casti, il quale, per recuperare qualche spicciolo, era stato costretto a vendere ad un rigattiere l’unico lercio e sgualcito pastrano che possedeva.
Il poeta arrivò tremando per il freddo a casa dell’ambasciatore, fu subito fatto scaldare davanti al camino, e poi gli fu offerta una lauta e sostanziosa cena. Come di sua abitudine, Casti mangiò e bevve sino all’inverosimile, poi cadde in un sorta di soporifero torpore, mentre continuava a declamare sestine del suo poema.
Infine, quando venne ora di tornare a casa, rifiutò di farsi accompagnare in carrozza: uscì a notte fonda, senza il pastrano, con le strade spazzate da un freddo pungente. Giunto a casa e coricatosi, fu colto da una terribile colica, tanto forte da lasciarlo senza fiato. Spirò tra le braccia del De Azara (avvertito dai vicini di casa del poeta) nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, e, pochi istanti prima di morire, disse: “Questa volta, la vecchia carogna se ne va davvero…”.
Fortunatamente, alcuni editori odierni hanno provveduto a ristampare alcune opere del Casti: manca purtroppo il Poema Tartaro (che è la sua opera migliore), ma, in compenso, si possono leggere Gli Animali Parlanti, nell’edizione pubblicata dalla casa editrice romana Salerno Editrice, nel 1987 , e le Novelle Galanti, pubblicate dalla casa editrice romana Carocci Editore, nel 2001. Ma un poeta importante come Giambattista Casti meriterebbe un’edizione critica completa, comprendente tutte le opere, cosa che, purtroppo, nessun editore sembra disposto a fare.



 

RITRATTO DI POSTREMO VATE, SCRITTORE APOCALITTICO

 

In questa raccolta di racconti fantaecologici, Postremo Vate, sviluppa capillarmente un altro aspetto del suo animo indomito, quello dello scrittore apocalittico. Si tratta infatti sempre di  letteratura fantasy, ma interpretata in un ambito di scontro finale tra luce e tenebre, tra il Bene ed il Male, tra la Natura e l’Uomo. Uno scontro che egli sente essere molto vicino, nel quale non ci saranno ulteriori compromessi e pertanto porterà alla distruzione non solo del nostro pianeta, ma anche di altri sistemi solari in un tragico “big bang” finale. Egli stesso li definisce “racconti di tenebra” in quanto, a differenza di quelli delle sue precedenti opere, non si svolgono in un ambito fantastico in cui esseri elementali ed alieni compaiono a turbare positivamente o negativamente la vita degli umani; qui è la Natura che si ribella per essere stata a lungo contaminata fino a livello genetico, sono i prodotti della tecnologia, i micidiali Tecnantropi, le creature biomeccaniche, a sfuggire ai comandi delle menti diaboliche che li hanno ideati, per diventare dei distruttori autonomi, che non obbediscono più a nessuno e devastano incondizionatamente. Postremo Vate ha sempre inneggiato le forze della natura con un rispettoso timore reverenziale, nelle sue precedenti opere (“Le terre fantastiche” e “Le valli incantate”) in cui raccontava di quelle vallate che l’hanno visto bambino muovere i primi passi verso un ambiente ospitale, nel quale le forze positive convivevano con quelle minacciose, equilibrandosi a vicenda e caratterizzando così l’ambiente di fascino ma anche di quel pizzico di paura che intimorisce e cattura al tempo stesso ogni fanciullo. È passato poi a  scagliarsi contro chi non era consapevole dei danni provocati da una sconsiderata bramosia di potere: la natura è la nostra Grande Madre dalla quale tutti deriviamo, ucciderla significa programmare la nostra fine mettendocela contro perché in un ultimo grido di dolore, questa si ribellerà ed anziché essere nostra alleata, ce la troveremo nemica. Ora però si è reso conto che occorre un messaggio più incisivo ed allora ricorre all’ambientazione fantastica per focalizzare l’attenzione su una realtà tangibile: l’ambiente che ci circonda testimonia quotidianamente il suo malessere e noi, in modo indiretto, stiamo ammalandoci lentamente ma inesorabilmente di mali strani, sempre più difficili da combattere in quanto non è solo il fisico ad essere sofferente, ma il nostro spirito, in un disegno cosmico di vendetta ordita dalle nostre stesse mani. In quanto canali di energia, la assorbiamo dall’ambiente che ci circonda e la restituiamo a sua volta, in un eterno scambio bioenergetico che ci mantiene in buona salute se sia ciò che assumiamo dall’esterno (non solo sotto forma di cibo, ma di emozioni e di cariche elettrostatiche) è sano, sia se il nostro stesso fisico è sufficientemente funzionale, non inquinato da agenti esterni o interni. Purtroppo il cibo che introduciamo nel nostro corpo è sempre più manipolato, frutto di scoperte tecnologiche che mirano alla grande produzione col minimo sforzo, senza curarsi della qualità del prodotto, l’aria, l’acqua e la terra sono inquinate, i cicli stagionali completamente stravolti così come gli ecosistemi stessi.

Il detto di Ippocrate “ fa che il cibo sia la tua medicina e medicina il tuo cibo”  non ha più senso in una società in cui si pensa a nutrire il corpo, ma si tralasciano la mente, lo spirito e l’anima che hanno anch’esse necessità di nutrimento con nutrienti validi, non fittizi ed artificiali che, oltre a non sostentare, intossicano la nostra matrice di base e se la nostra mente è ingombra di pensieri pressanti, ossessivi, la medesima situazione di costipazione si verificherà nel fisico. I nostri organi sono avvelenati da un ritmo di vita frenetico che non rispetta i nostri tempi, ci sentiamo sempre più inadeguati, ma non possiamo sottrarci a questo circolo vizioso di iperproduzione e di ipertecnologia perché per assurdo, se da un lato ciò ci distrugge, dall’altro ci dà di che vivere, così le malattie psicosomatiche e la depressione la fanno da padrone. L’Autore, sempre rapito da mille stimoli che elabora, per poi abbandonare quando ne sopraggiungono altri ad assorbire il suo animo proteiforme, è approdato alla sua concezione zoroastriana-manichea, dopo anni di studio personale ad approfondire tematiche teologiche, dottrine religiose, filosofie orientali e tecniche di meditazione per discernere quale fosse la linea di pensiero che più gli si confà. La prima impressione che offre di sé, è quella di una persona costantemente immersa in cogitazioni profonde che lo distolgono completamente dalla quotidianità, un animo sensibile specialmente nei confronti degli animali maltrattati, ma altrettanto iracondo verso ciò che ritiene ingiusto e per il quale si batte strenuamente con l’arma della parola che a volte sa essere più lacerante di un affronto fisico. Il suo temperamento passionale non gli permette di “restare a guardare” e di tacere: quando ritiene che sia una giusta causa, non adotta mezze misure e procede indomito con ardore alfieriano. Perciò non usa mezzi termini per scuotere i lettori con questi racconti che sono volutamente “forti” per raggiungere l’obiettivo di fermare o almeno limitare, la spietata distruzione del nostro pianeta.

Per rendere più avvincente il contenuto di questi scritti, l’Autore ricorre a personaggi della mitologia, ad esseri elementali che soffrono come tutti gli altri viventi per questo sovvertimento delle condizioni di vita e tentano disperatamente di trovare delle vie di fuga alla fine imminente. Postremo Vate vuole lanciare un messaggio di disperazione per svegliarci dal torpore che ottunde le nostre menti, troppo prese dalla quotidianità, per urlarci senza troppi giri di parole che siamo sempre più vicini al baratro e tutto spinge verso la distruzione, anche se nessuno sembra rendersi conto che stiamo gettandoci nell’abisso senza ritorno. Ridevamo quando Charlie Chaplin proponeva lo sceneggiato “Tempi moderni” in cui l’uomo diventava schiavo delle macchine ed egli stesso una macchina; non ridiamo più oggi quando soffriamo di considerevoli forme di nevrosi da stress che debilitano il nostro fisico, togliendoci il gusto della vita, aberrati come siamo da un ritmo che non è il nostro, ma quello imposto dall’esterno, che non conosce pause, che non accetta deroghe, in una società dove conta solo chi rende al massimo delle proprie potenzialità, in una corsa frenetica all’accaparramento di un posto dirigenziale per avere la prerogativa di poter a sua volta  dettare legge sugli altri. Già nelle precedenti opere letterarie di Postremo Vate si evince la sua concezione zoroastriana-manichea secondo la quale il mondo è dominato dalle forze del Male e del Bene ed inevitabilmente indirizzato verso un’Apocalisse finale che, quasi a scopo purificatore, spazzerà tutte le brutture del mondo, per purificarlo e crearne uno nuovo, ma in questa è ancora maggiormente evidenziato l’aspetto apocalittico per mano dell’uomo che, avido di potere ed egoista del proprio tornaconto, passa sopra a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi, sempre meno onesti. Non dobbiamo credere che in tutto ciò sia presente uno spirito sadico o masochistico: c’è angoscia per vedere la fine ineluttabile della nostra Terra e rabbia, tanta rabbia nel vedere l’atteggiamento qualunquista che aleggia sulla massa della gente, come se nulla fosse.

Ambiente e tecnologia possono essere compatibili solo nel caso in cui la seconda sostenga le fatiche dell’uomo, senza però prendere il sopravvento sull’ambiente stesso, altrimenti ci si trova di fronte all’estrema vulnerabilità di un meccanismo che, come qualsiasi forma vivente, funziona solo si rispettano determinate regole. L’uomo, per la sua sete di guadagno ha portato alle estreme conseguenze la produzione e lo sfruttamento delle risorse di cui credeva di poter disporre all’infinito a piene mani. A poco sono valsi gli avvertimenti delle numerose associazioni di salvaguardia dell’ambiente , troppo considerevoli erano i profitti che si nascondevano alla base di tale meccanismo perverso di autodistruzione. Lo scrittore apocalittico riesce però ad essere lungimirante ed a presagire cosa ne sarà del nostro futuro, continuando su questa linea di comportamento. Anche nelle sue opere precedenti infatti, Postremo Vate condannava ogni forma di egoismo perseguito a scopo di lucro, ma in questi racconti tale rivendicazione si fa senza appello e con toni decisamente più marcati, visto che la situazione di deterioramento del pianeta è sotto gli occhi di tutti, anche dei meno addetti ai lavori. Forse non sarà proprio Poseidone ad emergere dai flutti agonizzante, come nella “Morte del mare” ma le immagini di pesci ed uccelli marini impantanati in pozze di petrolio non ci sono così ignote, così come le modificazioni genetiche effettuate su vegetali e l’uso di veleni sempre più potenti per combattere orde di parassiti sempre più resistenti ai normali trattamenti. Postremo Vate ci grida che la natura non si lascerà debellare così supinamente, ma si rivolterà verso coloro che l’hanno deteriorata ed allora solo qualche abitante di altre galassie potrà, se vorrà, correre in nostro aiuto. L’apocalisse è un argomento che angoscia l’Autore e lo troviamo anche nella sua recente raccolta di poesie “Il volo della chimera” nella  quale, alla sezione “ Uno sguardo nell’anima e uno sguardo sul futuro del mondo”  troviamo condensati nella lirica “Apocalisse” i concetti che ho qui espresso:

 

 

Si avvicinano i tempi

della morte e dell’orrore.

Si avvicinano  giorni

dell’odio e della  violenza.

Si avvicinano le ore

in cui il Male potrà godere

il suo macabro trionfo.

La Terra è ormai prossima

alla completa distruzione.

Grandi catastrofi si annunciano,

tetri cataclismi si addensano

al fosco orizzonte,

orribili avvenimenti l’ignoto futuro

si prepara ad elargirci…

Ma l’Uomo dovrà risorgere

dall’abisso di tenebre

nel quale sta precipitando,

e forse, in un futuro

non troppo lontano,

i suoi occhi ora accecati

dalla violenza e dalla cupidigia

riusciranno a purificarsi,

in modo da consentirgli

di fissare liberamente

i propri ardenti sguardi

nell’ordine cosmico

e mirabile di Dio.

 

Ci troviamo a leggere di vicende simili alle trame di molti film di fantascienza, di cui l’Autore è accanito fruitore, ma ahimé l’elemento fantastico lascia sempre più spazio alla cruda realtà: questa volta non sarà un’invasione aliena a distruggerci, ma le nostre stesse invenzioni ed i soldi, i privilegi non serviranno a niente e a nessuno perché la morte rende tutti uguali.  Nonostante la drammaticità di questi scritti che non sono certamente rilassanti, ma al pari di cortometraggi di fantascienza affrontano non troppo ipotetiche catastrofi ambientali dalla morte del mare alle metamorfosi vegetali, dagli orrori del sottosuolo al sonno mortale, dai predatori stellari alla rivolta delle bestie, Postremo Vate trova ancora qualche barlume di salvezza e di dolcezza facendo intervenire in alcuni di essi fate, alieni buoni ed esseri che conoscono ancora il valore dei sentimenti.

Così la silfide Aona salverà l’elfo Menfix dal Sonno mortale, “portandolo in volo verso le foreste dell’Emisfero Australe dove l’industrializzazione e l’inquinamento non si sono ancora diffusi in modo così profondo e dove esistono ancora spazi verdi incontaminati in cui continuare a vivere”.

L’alieno salverà Ariacira, la sirena del Mare Egeo ridotto ad un lago oleoso e zeppo di scorie atomiche e  rifiuti industriali maleodoranti, portandola nel proprio pianeta, al di là degli spazi stellari, oltre le galassie e le nebulose degli infiniti sistemi solari.

Le tre fate salveranno il contadino Bato dal furore verde dei vegetali assatanati che si muovon sinistramente sul terreno, simili a schiere sibilanti di rettili repellenti

L’obiettivo che si prefigge l’Autore è comunque quello di scuotere il lettore senza offrire troppe facili  speranze, in quanto il tempo delle Tenebre è vicino, sta solo a ciascuno di noi prolungare o no la distruzione finale.

 

Nadia Sussetto



 

RITRATTO DI POSTREMO VATE, POETA GNOSTICO

 

La raccolta di poesie intitolata Il volo della chimera può essere considerata uno spaccato di vita con la quale l’Autore mette a nudo la propria anima, anzi, per dirla con un suo verso, il suo “animo proteiforme”, sempre proteso verso nuovi orizzonti ed interessi che cedono il posto ad altri, appena sono stati sufficientemente approfonditi.

Un animo indomito che oserei definire “alfieriano”,  che si nutre  di qualsiasi aspetto della cultura, sia essa rappresentata dalla letteratura, dalla politica, dalla geografia, dalla storia, dalle arti, dalla teologia, dall’astronomia, dall’esoterismo o da quant’altro riesca a destare la sua curiosità sempre viva, sempre assetata di conoscenza e di nuove esperienze intellettuali e spirituali.

E’ forse più semplice esplicitare quali siano gli aspetti che non lo stimolano, ed allora troviamo al primo posto il proprio corpo, che egli considera un pesante fardello da portarsi appresso e che, non solo reclama di essere preso in considerazione con le proprie esigenze materiali (e da qui all’assurdità di dover “perdere tempo” per le normali funzioni biologiche e magari per qualche malanno che inevitabilmente sopraggiunge a distoglierlo dalle sue cogitazioni, imponendogli una pausa forzata), ma, peggio di tutto, tiene imprigionata la sua anima indomabile, impedendole di elevarsi al di sopra delle brutture del mondo, delle banalità e meschinità che lo circondano, come esprime nella lirica “Anima notturna” nei seguenti versi: “ così la mia anima triste e stanca/ è costretta a far ritorno/ nel vile carcere di carne/ in cui è rinchiusa da decenni…

Per Postremo Vate, che ha trascorso anni di studio personale ad approfondire tematiche teologiche, dottrine religiose, filosofie orientali e tecniche di meditazione al fine di trovare quale sia la linea di pensiero che meglio gli si confà, non è pensabile una vita basata solo sulla quotidianità e sulle materiali incombenze con le quali tutti ci troviamo ad inciampare; per lui ciò significa entrare in crisi profonda fino ad ammalarsi per aver privato il suo spirito di quanto è per lui di vitale sostentamento, vale a dire ritagliarsi uno squarcio di tempo per le proprie attività letterarie e/o di ricerca di conoscenza gnostica. Questo per lui è vivere, tutto il resto è vegetare, farsi scivolare addosso il tempo che, come per ogni essere mortale, altro non è che il segno incontrastato della nostra finitezza terrena: aspetto che egli rifiuta a priori e rappresenta uno dei maggiori tarli che non placano il suo temperamento focoso, facile agli eccessi.

Un temperamento estremamente sensibile che si commuove fino alle lacrime per l’esistenza miserevole degli animali maltrattati, abbandonati (ai quali ha dedicato una sezione di questo “Volo della chimera”), proprio perché considerati maggiormente indifesi che non il genere umano, ma al tempo stesso pronto ad infiammarsi d’ira per una giusta causa ed a battersi in prima linea per un ideale che ritiene irrinunciabile, anche se ciò gli procura non pochi problemi esistenziali in una società dove conta più il fare che l’essere, una società globalizzata nella quale chi non segue la massa, è subito etichettato come “diverso” e siccome chi non rientra  nei canoni prestabiliti è guardato con sospetto, meglio discostarsene per evitare di esserne magari influenzato.

Nella sua lirica intitolata appunto “Diverso” è egli stesso ad affermare di “inseguire chimere irraggiungibili/ fantasticare dietro a sogni impossibili” come “filosofo animato dall’eroico furore/  che fa fatica a vivere/  in mezzo ai mediocri”…

Il nostro Autore, poeta gnostico bramoso di conoscenze spirituali, non soffre  per questa sua emarginazione da certi ambienti che egli considera gretti e di ristrette vedute aride culturalmente, tuttavia non rimane arroccato nella sua “torre d’avorio” disprezzando chi non la pensa come lui, è anzi sempre aperto al confronto proprio con chiunque dimostri linee di pensiero contrapposte alle sue, in quanto ritiene che con lo scambio di vedute, ci si possa arricchire ulteriormente, perché si ha la possibilità di discutere, litigare magari, per una posizione rispetto ad un’altra, ma essere pronto a riconoscere anche i propri limiti e magari le proprie defezioni.

Postremo Vate è infatti pronto a rivedere le proprie idee, qualora si renda conto che ha sbagliato o che nel frattempo gli eventi lo hanno portato a pensarla diversamente.

Non lo si può considerare quindi un tipo altezzoso, che guarda dall’alto al basso “ la vil genìa”, sempre per dirla con Alfieri, il quale, insieme a Salgari, è lo scrittore che maggiormente si avvicina all’autore, il primo per il temperamento impetuoso e ribelle, il secondo per avere avuto la capacità di scrivere di luoghi in cui non era mai stato se non con la propria poderosa fantasia.

Ed in quanto a fantasia, Postremo Vate ne ha da vendere, il che gli permette di spiccare inaspettati voli pindarici attraverso gli spazi siderali ed il tempo, convinto com’è, da buon gnostico qual è, che da qualche parte ci sia nascosto il segreto imperscrutabile che ci permette di vincere la morte.

Non può finire tutto così, senza che ci sia un “continuum” previsto sotto altre forme di energia, il progetto che è inscritto in ognuno di noi, deve per forza avere un seguito, egli lo avverte nelle infinite presenze che gli volteggiano attorno sin dalla più tenera età, durante la quale era la forza magnetica del torrente che lo catturava inspiegabilmente col suo fascino e la sua irruenza, svelandogli poco a poco l’esistenza nella natura di esseri elementali che popolarono i racconti di letteratura fantastica dei suoi primi libri scritti in età adulta.

Amore per quelle vallate che l’hanno visto bambino muovere i primi passi sia nel senso etimologico del termine, sia in campo letterario, amore per la propria patria che si evince nelle liriche  “All’Italia” e “Al mio Piemonte” di stampo quasi carducciano, tale è l’impeto del verso, così impregnato degli studi classici che furono alla base della sua formazione di studio e dai quali, in questo libro egli afferma di volersi discostare per liberarsi da quei rigidi schemi di metrica e di ritmo che furono propri delle sue giovanili composizioni e che ritroviamo tuttavia, frantumati qua e là, perché gli studi lasciano sempre un’impronta particolare nell’humus del nostro encefalo che sempre si rinnova, pur mantenendo salde le fondamenta sulle quali si è formato.

Amore e rimpianto per quell’età spensierata nella quale c’erano altri a risolvere i nostri problemi e tutto il mondo era lì per noi, per essere esplorato a 360°, questa voglia di ritornare fanciullo fa spesso capolino nei suoi versi, ma egli stesso sa che nel suo intimo è sempre vivo il suo spirito giocoso, spesso nascosto sotto spessi strati di astratta formalità che, pur controvoglia, si incrostano sulla nostra indole naturale, soffocandola e  quasi annientandola.

Per Postremo Vate essa emerge comunque nei suoi sfoghi letterari o artistici, in cui la sua sfrenata immaginazione non ha limiti e gli permette di fuggire in un mondo irreale popolato di creature che solo lui, col suo estro creativo può generare, dando vita ad entità di cui spesso ha egli stesso timore.

I mostri sono dunque sempre presenti nella sua esistenza, siano essi creature inventate, incontrate in lungometraggi di fantascienza o dell’horror, o i mostri dell’inconscio “ che albergano nel fondo/ delle nostre coscienze/emergono dagli abissi/dell’inconscio e ci terrorizzano/ con rimorsi tristi/ed orribili pensieri… proprio quando siamo più indifesi: di notte o nei momenti di debolezza.

Mostri da disegnare, da combattere e cercare, quasi in una sfida con se stesso, per vincere quella paura atavica della morte, dell’ignoto, dell’imprevedibile.

In Postremo Vate si combattono sempre due forze antagoniste, di schietta natura gnostico-manichea: la Luce dell’Eterno cui egli agogna in una continua ricerca del Bene ad ogni costo, le Tenebre del Male, della Paura, del Dolore, della Materia, che egli vuole comunque conoscere, non per senso di superiorità o di sfida, ma per riuscire meglio a sconfiggere dalla propria esistenza, condannandole ovunque esse si trovino (nella gente meschina ed invidiosa, nell’odio e nella sete di guadagno che impera sul mondo intero, scatenando guerre, disastri ecologici solo per il profitto di pochi), come scrive in un toccante testo: “ La verità è che noi/siamo tutti figli del peccato,/dell’abominio e della perversione,/e la nostra è una razza dannata,/ una stirpe esecranda che continua/ a peccare pur avendo chiara/ in mente qual è la via della Salvezza…/

Il suo temperamento è al tempo stesso Aria e Fuoco, elementi vitali antagonisti ma complementari, in quanto l’aria non può essere costretta in rigidi spazi e da qui nasce la sua estrema necessità di libertà, di non essere imbrigliato da niente e da nessuno, sia esso un legame affettivo o uno schema lavorativo che tarpi le ali della sua immediatezza. Il fuoco avvampa improvviso come il suo carattere estremamente passionale che non si risparmia gli slanci d’amore, come quelli di commozione, di dolore o di collera. Anche il fuoco però non può essere circoscritto, perché continua a covare sotto la cenere, anche quando sembra ormai estinto, ed è pronto a guizzare improvviso al primo soffio d’aria vivificante.

Così è per Postremo Vate. Anche nella depressione più cupa, egli ritrova vigore e nuova linfa corroborante nelle sue innumerevoli letture e nei suoi scritti, dove il suo animo represso trova respiro ed almeno momentaneamente si placa quella sua perenne frenesia.

In particolare nella lirica “La mia anima” troviamo condensato tutto ciò, quando egli afferma “la mia anima vive di sogni/s’innalza in volo puntando/ verso arcane dimensioni/….libera da qualunque legame/con la vile ed immonda materia…

L’autore si paragona ad Odisseo che naviga “ tra i flutti dell’inquietudine/, su mari d’angosce,/ gravidi di minacce  ed è sempre l’angoscia a creare “abissi che, come buchi neri/ si spalancano improvvisi nel mio cosmo interiore…di randagio psiconauta” e riflette sulla propria esistenza affermando “ e così io tiro avanti/ la mia vita strana, sconclusionata, bizzarra,/fatta di sogni inconcludenti/ e di immaginazioni allucinate/ che non mi condurranno mai/ verso alcuna meta..”

Posso concludere questo “ritratto” del nostro poeta gnostico, affermando che Postremo Vate è una persona estremamente schietta nelle proprie affermazioni, profondamente buona d’animo ma non al punto da rasentare l’umiltà; c’è sempre in lui un guizzo che gli impedisce di offrire una seconda possibilità a chi non lo merita.

La sua lotta contro il tempo non gli consente di sprecarlo per futili motivi, quindi se gli viene fatto un torto che egli ritiene ingiusto, non lo manderà giù proprio perché il mondo con lui si comporta allo stesso modo, lo emargina perché esula gli schemi tradizionali. Quei rigidi schemi che talvolta siamo noi stessi ad imporci, essendo troppo severi con noi, pretendendo ritmi di vita che non sono i nostri, scelte di vita che non ci stanno bene, ma che sopportiamo reclinando il capo…. no, questo Postremo Vate non lo accetta per nessun motivo, in quanto ama troppo la libertà sotto ogni punto di vista ed in questo volume ce lo dimostra anche nello stile dei suoi versi, meno ancorati alle reminiscenze del passato, più agili, scorrevoli, quasi colloquiali, con i quali intrattiene un discorso col lettore come farebbe con un amico di vecchia data, col quale ci si ferma attorno ad una tazza di tè fumante a riflettere su se stessi, sul mondo, sull’amore, sulla propria esistenza errabonda, lacerata dal dissidio tra Terra e Cielo, tra Luce e Tenebra, in faticosa marcia sugli impervi sentieri del suo arcano destino di poeta assetato di conoscenza.

 

Nadia Sussetto
 


INTERVENTI CRITICI
 

“ Le Valli Incantate” – “Le Terre Fantastiche”

 

Pubblicato nel 1997 con la casa editrice Alzani di Pinerolo è un libro composto da 10 racconti fantastici, ambientati nelle nostre vallate (Val Chisone, Val Pellice e Germanasca), nei quali predomina l’aspetto bucolico e fiabesco.

Si racconta di esseri elementali : ninfe, elfi, centauri, fate, silfidi, vampiri e satiri che popolano boschi, ruscelli, radure, con tutto il loro carico di forze a volte benefiche, altre malefiche nei confronti dell’umanità.

(Riassunti)  illustrazioni di Paola MussoLe terre fantastiche

Nel 1998 esce “Le Terre Fantastiche” che doveva comporre un unico volume con le Valli Incantate e che, pur appartenendo al medesimo filone e sviluppandosi anch’esso attraverso 13 racconti nelle zone circondanti il pinerolese, ha una maggiore contestualizzazione storica.

 Le vicende narrate abbracciano infatti un arco di storia che va dal medioevo alla dominazione napoleonica.

Anche in questo libro si parla di cattivore, orchi, gnomi, folletti, demoni, draghi eLe valli incantate licantropi.

In entrambi i volumi i personaggi mitologici si mescolano a quelli extraterrestri, ma si compendiano in quanto hanno una forte caratterizzazione umana in quanto devono sottostare anch’essi alla continua lotta tra Bene e Male, Luce e Tenebre, tra il nostro lato più spirituale ed elevato e quello più bestiale, più oscuro.

Anche i mostri provano sentimenti come il Drago di Saluzzo, il Satiro di Castel del Bosco (riassunti).illustrazioni di Beppe Viello.

Questa caratteristica richiama alla concezione manichea e zoroastriana che considera l’esistenza umana in continua balìa tra forze positive e negative, esterne o presenti in noi stessi.

 

 

Osservazioni  di Alberto Sordi, poeta e pittore di La Spezia

“Le Terre Fantastiche” mi ha richiamato alla mente “Conquest”, il film di Lucio Fulci, il cui protagonista si recava in un’isola ancora dominata dalle Tenebre a combattere arpìe e mostri vari affinchè tutto il mondo fosse illuminato.

In epoche remote l’onesta spada di un cavaliere poteva vincere le creature del Male: gli eroi solari erano impegnati a far arretrare il Regno delle Tenebre per dare uno spazio sempre maggiore a quello della Luce, come possiamo anche leggere in “Conan il Barbaro” di Howard o nel “Signore degli Anelli” di Tolkien.

Postremo Vate descrive un  passato dove le entità della Natura non avevano ancora abbandonato il mondo per rifugiarsi nell’Altrove sconosciuto, ma interagivano con gli umani; i boschi e le montagne di un magico Piemonte erano ancora abitati da fate, orchi, satiri, folletti ed altri esseri favolosi, mentre sopra le città volavano draghi.

In questi racconti, nei quali spesso gli eroi liberano dalle grinfie di mostri fantasmagorici belle fanciulle nude, appaiono anche gli alieni della moderna mitologia a minacciare una realtà armoniosa, nella quale esisteva ancora il gusto dell’avventura e della scoperta.

Si parla di epoche non ancora avvelenate dalla noia di un Cosmo monotono e disabitato, riempito solo da fretta, cellulari, inquinamento e gente che corre verso il nulla, col capo abbassato.

Vien da domandarsi: “ Non è che le potenze delle tenebre e gli alieni abbiano preso il controllo pressochè totale della nostra quotidianità?”

 

Considerazioni

Due libri che vogliono rendere merito all’amore dell’autore per le vallate nelle quali è cresciuto, con quei boschi e quei torrenti lungo i quali amava giocare e di cui ancora oggi sente forte il richiamo per la loro carica che infondono e per la presenza di varie forme di energia della natura che Postremo è in grado di percepire palpabilmente.

È forte nell’autore infatti la necessità di raccogliersi in momenti di meditazione, sia per recuperare le forze, sia per fuggire dalla quotidianità e dalla vita frenetica da lui così odiata. L’autore è affascinato  dalle discipline orientali che danno ampio spazio ed importanza alla propria interiorità ed a momenti di riflessione e di distacco dalla realtà circostante e con la loro filosofia si contrappongono al modello massificante occidentale che tende a riempire la vita di impegni ed a tralasciare il tempo per noi stessi.

Nel mondo occidentale esiste il pensiero razionale, scientifico secondo il quale tutto deve essere misurabile, quantificabile, altrimenti non appartiene al mondo concreto e quindi non è spiegabile con delle prove; ma la stessa fisica subatomica  ha dovuto ammettere che nel piccolo infinitesimale non esiste più un confine netto tra materia ed energia, per cui le due forze si compenetrano e si influenzano a vicenda.

Si parla sempre più diffusamente di pensiero olistico che tiene conto di corpo e mente e della presenza di fenomeni non spiegabili scientificamente, ma con i quali abbiano a che fare quasi quotidianamente: le coincidenze, le casualità,ecc.

Secondo la teoria della sincronicità gli eventi non stanno sempre insieme secondo  un rapporto di causa-effetto, ma per analogia: questa teoria è applicabile non solo in ambito fisico, ma anche in quello biologico della natura.

Esempi: Jung, con l’inconscio collettivo dimostrò che esiste una dimensione arcaica a cui tutti attingiamo, Von Scholz (fotografia di madre al figlio nella Foresta Nera e due anni dopo a Francoforte  stessa pellicola impressionata due volte con i due figli),

esperimenti di Rhine sulla lettura delle carte.

Lo scrittore ha maturato una concezione della vita che può sembrare pessimistica, mentre è il frutto di una continua ricerca interiore di accettazione degli eventi.

Nelle sue opere traspare un’ampia visione dell’esistenza umana con riferimento alla concezione manichea e zoroastriana che egli sostiene completamente: per lui non esistono mezze misure.

Piuttosto che un unico romanzo, l’autore preferisce la forma del racconto che gli dà la possibilità di iniziare, sviluppare e terminare ogni vicenda, mentre il romanzo richiede un’ispirazione ed una dedizione continua ed è una forma letteraria ad ampio respiro.

 

Nadia Sussetto

 



 

LE FUTURE APOCALISSI

secondo l’interpretazione di Giuseppe Furnari

 

IFuture apocalissil volume di racconti Future Apocalissi, dello scrittore pinerolese Postremo Vate, alias Fabrizio Legger, oltre ad essere la sua ultima fatica narrativa, è sicuramente una delle più impegnative tra le molte opere letterarie composte da questo poliedrico autore, dotato di una sensibilità artistica che gli fa sentire con particolare intensità emotiva il dualistico scontro apocalittico tra Bene e Male, Luce e Tenebre, Materia e Spirito…

I suoi ricordi onirici di fanciullo fantasioso e il suo timore quasi reverenziale nei confronti delle forze della Natura, così come appaiono in altre due suoi volumi di racconti precedenti questo, e cioè, Le Valli Incantate e Le Terre Fantastiche, sono costretti a confrontarsi adesso con la sconsiderata bramosia di potere e di dominio tecnologico di una umanità snaturata, biomeccanicizzata, che ha dato vita ai cosiddetti Tecnantropi.

Parallelamente, l’Autore sviluppa ulteriormente la sua concezione zoroastriana-gnostico-manichea: un mondo dominato da una eterna guerra tra le Forze del Male e quelle del Bene, inevitabilmente sospinto verso un’Apocalisse finale che ne spazzerà via tutte le brutture per purificarlo e crearne uno nuovo. Ma, questa volta, per mano della stessa umanità, divenuta robotica e biomeccanica, avida di potere e nemica dichiarata della natura e delle forze elementali che la abitano.

Postremo Vate mostra di intuire che il futuro può fornire una chiave di lettura per il mondo presente assai migliore di quella che offre il passato, non importa se in versione storica o fiabesca. Da questo scaturiscono con intrinseca urgenza questi racconti fanta-ecologici (o, meglio, eco-apocalittici), in netto stile fantasy e brillantemente sposati con una mitologia potente ma spaventata, i cui personaggi, personificazioni mitiche delle forze della Natura, ricercano anch’essi una disperata via di salvezza dai cataclismi ecologici causati dagli umani ipertecnologizzati.

E qui, occorre rilevare che la partecipazione emotiva dell’Autore nelle storie narrate in questi racconti è tale da coinvolgere il lettore in maniera talora troppo stretta per farlo sentire del tutto a proprio agio. Non si tratta, quindi, di una lettura rilassante o idilliaca, perché in questa sua opera apocalittica Postremo Vate ritiene più utile una scrittura che fa uso dell’inquietante e dello sconvolgente, con la rivelazione di associazioni inaspettate, mirando a penetrare nelle dimensioni psicologiche della nostalgia, della memoria e delle emozioni ed evocando raccapriccianti orrori biomorfici e incubi biotecnologici, fin quasi a generare una malattia ossessiva della psiche, incalzata continuamente dalla minaccia delle incombenti e più svariate forme di apocalissi (termine che egli intende come “fine del mondo” e non, nel senso religioso cristiano, di “rivelazione”).

Tale parossismo costituisce, a mio avviso, la reazione ipersensibile dell’Autore, come anche del lettore più coinvolto, alla visione di un mondo beceramente edonistico e materialistico, in cui la paura dell’Inferno è fuori moda; oppure, alla visione di un mondo che non si cura della propria miopia emozionale e della probabile perdita più sinistra di questa nostra folle epoca postmoderna: la morte dei sentimenti e degli affetti.

Forse, ciò che i nostri figli hanno davvero da temere, più che gli scarichi delle automobili ultratecnologiche del domani, sarà il sottile piacere poliperverso nel calcolare i parametri più eleganti della morte, del sesso e della paranoia, mentre lo specchio del mondo si frammenta nella precarietà del lavoro interinale e nell’invasione degli elettrodomestici computeristici e iperdigitali a durata ingegneristicamente limitata.

Nei mondi apocalittici di Postremo Vate, l’umanità è spesso travolta dalla ribellione della Natura, oppure, irrimediabilmente tramutata in fredde bio-macchine che uccidono appunto, in essa, ogni barlume di “umanità”. Restano solo esseri elementali e creature fiabesche e mitologiche ad accorgersi che al mondo – al nostro mondo – è stato rubato il futuro, ragion per cui si dibattono come matti in una sorta di soffocante manicomio cosmico.

La lunga serie dei venti racconti, apparentemente scollegati tra loro, appare come una sequela di brevi filmati che evocano i sogni e gli incubi collettivi del nostro nuovo millennio nella loro espressione più viva. Infatti, pur non dando grande spessore psicologico ai mitici personaggi delle selve e delle marine (satiri, tritoni, ninfe, sirene), come già avvenuto del resto per quelli dei mondi fiabeschi dei racconti dei libri precedenti (quei mondi che qui l’Autore non vuole abbandonare ma, piuttosto, valorizzare), egli riesce a tracciare una linea diretta con l’inconscio del lettore.

Il vero senso dell’opera, di gran lunga il più importante, secondo me, è che queste immagini di un futuro quasi surreale penetrano l’iconografia dello spazio interiore. Sfiorano sì stati di sogno e di allucinazione, ma l’Autore, con tecniche di impatto violento tra due mondi contrapposti, cerca di generare una forza redentrice e terapeutica che tocchi l’essere più intimo di ciascun io, con una missione ben precisa: indicare e disinnescare i valori più malsani e negativi della cosiddetta “civiltà delle macchine”.

Infine, aperta resta la domanda più spinosa: se e come e quando comunicare correttamente ai nostri figli, ragazzini o adolescenti, la percezione di queste realtà apocalittiche che riteniamo più corretta. Forse, in tal senso, questo libro di Postremo Vate può darci una mano.

Mia figlia, per esempio, a cui è giunta voce che il mondo potrebbe finire entro trent’anni, con una Terra inabitabile per l’essere umano, ha esclamato: <<Ma io avrò appena 44 anni!>>.

Era un’affermazione che conteneva in sé anche una domanda piena d’angoscia, alla quale, per il momento, ho risposto che un tale evento è molto improbabile che si verifichi… Ma la mia è solo una speranza?

 

Giuseppe Furnari

 

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